La “trascrizione” di Lerner, estremista dell’auto-fiction

Il libro appena uscito in America è un tentativo di far convivere il finto e il vero. Perché in fondo il punto non è la verità, ma far immedesimare il lettore con la voce narrante

16 APR 26
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Foto di Ansa

Per chi di lavoro deve fare interviste che dovranno poi essere trascritte c’è un fantasma terrorizzante che incombe, prima, durante e dopo la durata dell’intervista: la paura che la conversazione non venga registrata dall’iPhone, che il file si perda, scompaia magicamente o venga cancellato per sbaglio da un pollice maldestro. Vuol dire non solo buttare ore di lavoro, ma creare un profondo senso di delusione e colpa verso l’intervistato. E’ questo il plot che muove il nuovo asciutto romanzo di Ben Lerner, Transcription, appena uscito per Farrar, Straus and Giroux (e non ancora tradotto in italiano). Uno scrittore torna nella città del New England dove ha studiato per intervistare il suo mentore 90enne, importante intellettuale, “che andava ai concerti con Adorno”, sfuggito alla Shoah. Sanno entrambi che quella sarà la sua ultima intervista, anche perché lui ne ha sempre concesse pochissime. Mezz’ora prima di andare all’appuntamento lo scrittore fa cadere il suo iPhone, unico device per la registrazione, dentro il lavandino (ma tutti pensano “dentro al cesso”). Si bagna e non funziona più. Ma per un misto di senso di colpa e di senso di impotenza e incapacità di accettare l’abbandono dello smartphone – una situazione quasi comica, à la Larry David – lui finge con l’anziano mentore di registrare la loro conversazione, che sarà di fatto l’ultima. Quando dovrà leggerla a un simposio in suo onore ne presenterà una versione che si basa più sulla memoria che su frasi vere.
Ben Lerner nasce come poeta. Ma si sa, i poeti o diventano dei tesori nazionali e si trasferiscono in campagna, omaggiati da premi e pensioni – privilegio per una o due persone ogni generazione – o difficilmente riescono a campare. Così Lerner si è trasformato anche in un romanziere, diventando celebre per quella forma narrativa che in prosa è più simile alla poesia, e cioè l’auto-fiction. Ma Lerner, forse perché americano, ha coltivato con precisione una forma di auto-fiction che non va confusa con quella più confessionale europea – figlia invece di Chateubriand, di Saint-Simon e di Anaïs Nin, che oggi trova celebri casi in Carrère e nella Nobel Annie Ernaux, categoria che i detrattori contemporanei definiscono come “racconto i fatti miei”. Ma categoria che in questi anni si è mostrata remunerativa – ora, con le guerre, la gente sembra tornare di più al Conte di Montecristo, come fuga dalla realtà. E non è nemmeno, Lerner, paragonabile all’apertura totale dei rubinetti che porta ai divorzi, come il caso di Knausgård. No, Lerner, come tutti gli statunitensi è figlio del modernismo anni Venti e nipote del New journalism, e mette in pratica un gioco in cui sappiamo tutti benissimo che è lui lo scrittore del midwest, sposato, che torna nella college town. Ma come molti americani della Gen X, anche lui ha letto Sebald, l’europeo. E dopo il successo di Nel mondo a venire e di Topeka School, con Transcription vediamo che la ricerca di Lerner, che sia conscia o meno, va in una chiara direzione. Non c’è più l’imbarazzo nell’invenzione che ha colpito purtroppo molti autori in questi anni – fuga dall’epica! – ma un tentativo di far convivere il finto e il vero, perché in fondo il punto non è la verità, il punto non è l’onestà (come è il caso dell’intervista al mentore).
Il punto è – sapendo scrivere bene – portare il lettore in un mondo nuovo, certo, ma anche dargli da pensare, anche farlo immedesimare nella voce narrante. Perché il romanzo dacché esiste, come tutti i media, è anche ombelicale. Non può non esserlo. Si rivolge a sé stesso, e in questo caso a come può sopravvivere alle nuove tecnologie (ci sono sempre nuove tecnologie dietro l’angolo), a come ricordiamo le nostre esperienze, a come ci relazioniamo col tempo (non si sfugge da Proust). Ben Lerner, nuovo estremista dell’auto-fiction, sembra il motivo per cui la Paris Review ha eliminato le due etichette fiction e non-fiction, unendole sotto un’unica etichetta: prosa.