La dittatura militare algerina ha i suoi generali corrotti, Saint-Germain-des-Prés ha i suoi intellettuali. I primi imprigionano i loro scrittori liberi; i secondi sono pronti a tutto pur di screditarli. Boualem Sansal sa di cosa parla quando dice che, in un certo senso, “Parigi è peggio della dittatura in Algeria”. Da quando è uscito dal carcere di Koléa, il famigerato penitenziario a ovest di Algeri dove ha trascorso un anno, anziano e malato di cancro, lo scrittore francese ottantunenne, fragile e sotto cure mediche, è stato oggetto di una raffica di attacchi coordinati da parte della stampa parigina, che ricordano la campagna del Partito Comunista durante il processo a Viktor Kravchenko nel 1949, il dissidente sovietico che fu accusato di essere un “alcolizzato” e un “bugiardo” dopo che denunciò l’inferno del comunismo. Clémentine Goldszal, giornalista culturale del Monde, su France 5 afferma che Boualem Sansal “non è un bravo scrittore”. Affermazione ripresa fino alla nausea dai giornali e dalla tv di stato algerine. Giunti a Bruxelles per assistere all’elezione del loro amico alla Reale Accademia del Belgio, i membri del comitato di liberazione di Sansal hanno assistito impotenti allo stesso linciaggio. E’ stato Jean-Luc Outers, contro ogni consuetudine, a pronunciare un discorso virulento contro Sansal, accusandolo, tra le altre cose, dell’amicizia con Philippe de Villiers, di dare interviste al Journal du Dimanche e di aver abbandonato la casa editrice Gallimard. L’ex ministro per gli Affari europei francese, Noëlle Lenoir, ha lasciato la sala, gridando: “Questo discorso è una vergogna!”. Il piccolo e ipocrita mondo culturale vorrebbe che la libertà di scrivere richiedesse un preventivo test di conformità ideologica. Poche ore dopo, con un microfono puntato in faccia, Sansal, esasperato dalle polemiche, ha sbottato: “La Francia è finita per me. Mi restano pochi mesi di servizio in questo paese. Poi me ne vado”. Salvo poi fare marcia indietro. E poi, per andare dove? “In Algeria la prigione è durissima per gli intellettuali che criticano il regime” racconta al Foglio Sansal, che a giugno per Grasset pubblicherà “La Légende”. “Si vuole umiliarli, ridurli, distruggerne il senso critico e lo spirito di resistenza, instillare la paura e la comodità della sottomissione. La prigione in dittatura possiede una grande competenza nel spezzare i resistenti e trasformarli in deboli, impauriti e sottomessi”.
Il momento più difficile, prosegue Boualem Sansal, “arriva quando si capisce che è troppo tardi, che la critica non basta a cambiare un regime, tantomeno ad abbatterlo, e che il mondo libero, l’occidente – esso stesso in pericolo di morte – non può aiutarci. Ho conosciuto questa disperazione in prigione. E’ molto dura”.
Sansal ha denunciato più volte la viltà degli intellettuali e dei giornalisti europei di fronte all’islamismo e alle dittature. Dalla sua cella ha forse compreso meglio che questa viltà non è soltanto una debolezza morale, ma un meccanismo di sopravvivenza che finisce per precipitare intere società nell’oscurantismo. “Sì, non ci sono altro che processi in atto, e per la maggior parte sono processi irreversibili. I processi di declino e di morte iniziano sempre dalla paura e dalla viltà. La paura porta alla viltà, poi alla sottomissione, che porta alla regressione morale, poi alla fine della politica, poi alla morte della civiltà e, alla fine, si apre la strada della barbarie. Agli intellettuali che scelgono il silenzio e il compromesso dico: voi non proteggete la pace, state preparando la violenza. L’occidente è affascinato dal suicidio perché non crede più in se stesso, si odia, si disprezza. Non vuole più assumersi le responsabilità che gli imponeva il suo status di potenza dominante: vuole cedere il potere ai nuovi conquistatori e andare a riposarsi e morire”.
In prigione la libertà assume un sapore diverso. “In prigione la libertà manca in modo atroce, e sempre di più. Si resiste, poi un giorno si entra nel panico all’idea che forse non si uscirà mai. In Europa non si sa più davvero cosa sia la libertà: ci si nasce dentro e si pensa che sia naturale. Invece è fragile, minacciata sia dall’interno che dall’esterno. La prigione me lo ha ricordato con una brutalità assoluta. La scrittura, o anche il semplice ricordo, diventa allora un modo per restare vivi, per non appartenere completamente ai muri”. Sansal ha descritto l’Europa come un continente che capitola sotto il ricatto del petrolio arabo e la penetrazione silenziosa dell’islamismo. Dalla sua cella questa capitolazione gli appariva ancora più evidente.
“Dalla mia cella, l’Europa mi appariva spesso più prigioniera di me. Prigioniera delle sue paure, dei suoi interessi, delle sue viltà diplomatiche, ma anche del tradimento di una parte dei suoi intellettuali. In Francia una certa sinistra, di cui la
France Insoumise è oggi l’espressione più visibile, ha scelto l’ambiguità, talvolta la compiacenza, di fronte all’islamismo. E’ una colpa storica. Ma non credo che tutto sia perduto. Esistono ancora uomini liberi, coscienze che rifiutano di piegarsi”. Ne ha anche per l’occidente. “La decadenza non è più un’impressione, è una realtà visibile. Si vede nello stato della scuola, della giustizia, degli ospedali,
nell’incapacità sempre maggiore degli europei di reagire rapidamente alle minacce, alle aggressioni, alle provocazioni e persino di far applicare le proprie leggi. Il mondo accelera, diventa più brutale e più pericoloso; l’occidente invece reagisce sempre più lentamente. La sua macchina rallenta. Manca d’aria, di energia, di volontà. Ecco cosa chiamo fatica morale”.
Da Bruxelles ha dichiarato di averne abbastanza della Francia. Dopo aver scelto questa terra come rifugio e luogo di espressione, cosa l’ha delusa più profondamente: l’ipocrisia delle élite, la capitolazione di fronte a un multiculturalismo sfrenato, o l’incapacità di riconoscere la minaccia islamista che denuncia da decenni?
“Ciò che mi colpisce di più è che l’Europa sembra aver interiorizzato l’idea del proprio declino. Non solo di fronte alle grandi potenze (Stati Uniti, Cina, Russia), ma persino di fronte a stati molto più deboli. Lo si vede nel rapporto della Francia con l’Algeria e con certi paesi africani, in questo modo di scusarsi prima ancora di parlare. Ciò che mi delude è questa rassegnazione delle élite: non governano più la storia, la subiscono”.
Nel contrasto tra la libertà “dentro” e “fuori” della prigione, cosa le ha insegnato la detenzione sul vero prezzo della libertà?
“La privazione brutale della libertà può, paradossalmente, rafforzarti, perché la percepisci immediatamente come una violenza insopportabile. Sai dov’è il nemico, sai cosa ti stanno togliendo. La seconda privazione è più pericolosa: non è immediatamente visibile. Avanza per piccole concessioni, per autocensura, per prudenza, per stanchezza. Ci si abitua. E quando infine si capisce cosa è stato perduto, spesso è troppo tardi”.
Molti intellettuali occidentali minimizzano o negano la minaccia dell’islamismo per non apparire islamofobi.
“Ogni giorno ci mostra che l’evoluzione è estremamente pericolosa. Ogni giorno si vede l’incapacità di molti intellettuali di guardare la realtà con lucidità. Continuano a osservarla con occhiali ideologici che falsano tutto: il pericolo, le cause, le responsabilità, le vittime. Per il momento non vedo chiaramente da dove possano arrivare le forze capaci di fermare questo declino e di costringere la società a reagire. Dovranno però emergere, altrimenti l’Europa diventerà irriconoscibile”.
Ciò che più risulta insopportabile per i piccoli aristocratici del Quartiere Latino in Sansal è che ricorda agli uomini che pensare ha un prezzo. Piccoli ecclesiastici che squalificano, deridono e condannano impunemente. Come custodi di un ordine morale dove la forza di carattere e la determinazione sono viste come una provocazione. C’è qualcosa di peggio della censura: la meschinità compiaciuta di coloro che la rendono superflua. “Non mi aspetto granché dalle istituzioni. Mi aspetto di più dagli individui: scrittori, cittadini, magistrati, giornalisti, professori, giovani che rifiutano la servitù. La libertà non ha una patria definitiva. Vive là dove qualcuno accetta ancora di pagarne il prezzo”.
Al termine della sua prova carceraria e della sua disillusione francese, lei che ha lottato tutta la vita contro il fanatismo e la viltà, cosa direbbe a un giovane intellettuale algerino o europeo che oggi si trova di fronte alla stessa scelta tra silenzio e verità?
“A un giovane intellettuale, algerino o europeo, direi: non cominciate la vostra vita con la menzogna. Il silenzio può proteggervi per un giorno, ma a lungo andare vi distrugge. La mia eredità, se esiste, è semplice: stare in piedi. Dire la verità. Non odiare. Non cedere”.