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Il teatro dell’assurdo di Simenon anticipa la nostra vulnerabilità emotiva
Tutto tranquillo mentre tutto precipita. "La vecchia" è un romanzo quanto mai duro, grigio, asfittico, come la casa sull’Île Saint-Louis in cui la vecchia s’infila, ospite della nipote, scardinandone la vita, dopo aver sabotato la sua
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4 APR 26

"Lei non ha mai scritto niente di simile. Magnifico!…”, esultò Paul Morand in una lettera a Simenon dopo aver letto "La vecchia" (pubblicato ora da Adelphi nella traduzione di Simona Mambrini, 167 pp., 18 euro), romanzo del 1959 quanto mai duro, grigio, asfittico, come la casa sull’Île Saint-Louis in cui la vecchia s’infila, ospite della nipote, scardinandone la vita, dopo aver sabotato la sua. E per leggere questo romanzo tetro ma splendido come una spada tagliente, bisogna nutrire un amore disperato per quella capitale d’Europa, la Ville lumière col suo mito oggi appannato dalla decadenza, prima che dai topi e dai piccioni che proliferano indisturbati, sino a diffondere la psicosi della leptospirosi, protetti dalla sindaca zoofila e ormai uscente.
Genio del male e del romanzo vero, Simenon qui mette in scena una paracadutista alcolizzata, forse lesbica, Sophie Emel, che vive con una danzatrice sfigata, la magrissima Lélia, un’ex miracolata accolta come un cane malato dall’amica che vive con una domestica in un appartamento in Quai de Bourbon con vista su Notre-Dame. La tranquilla routine delle due amiche, letti gemelli, notti insonni sugli Champs Elysées, scarne colazioni a base di whisky, finisce il giorno in cui Sophie viene invitata dal commissario di polizia a recarsi in un palazzo vicino dall’altro lato del ponte, dove una vecchia resiste all’ordine di demolizione, minacciando di gettarsi dalla finestra. Si dà il caso che costei sia una sua parente, che Sophie non vede da anni. E’ così, con questa bella scusa urbana, che nonna e nipote si ritrovano. Un dialogo perfetto, con la vecchia che sbircia dalla porta la nipote che l’aspetta sul pianerottolo, riattiva tra le due un rapporto fatto di curiosità e di sfida, più che di amore o fiducia. Assecondando i capricci di entrambe, e tirandone fuori le reciproche perversioni, Simenon le avvicina a poco a poco, sino a stringerle nella morsa di una coabitazione fatale. La vecchia si trasferisce in casa della nipote col suo baule pieno di provviste, le foto del primo marito, le bottiglie di vino, eh sì perché anche lei beve come la nipote. Preso possesso dello sgabuzzino dietro la cucina, diventa una presenza invisibile, ma attenta a tutto, pronta a intervenire con la sua forza silenziosa fatta di piccole frasi, interrogativi sospesi nel vuoto, di gesti incolori, per assoggettare le altre tre donne, la nipote, l’amica, la domestica.
C’ è qualcosa di osceno nell’abilità con cui Simenon avviluppa quasi a loro insaputa i suoi personaggi in un’incertezza metafisica, dove il sospetto nutre l’ansia, e l’inquietudine trova sfogo nella violenza improvvisa. Tutto sembra tranquillo, mentre tutto precipita. La vecchia, e cioè la nonna che vuole farsi chiamare Juliette dalla nipote, rintanata nella sua stanzetta, domina il gioco. E’ lei infatti a stringere nella sua tela di ragno sia la nipote, suscitandone la gelosia, sia l’amica della nipote, scatenandone l’insicurezza. E’ lei a rovesciare il tavolo, quando la nipote l’invita a cena fuori, prendendone il sopravvento col racconto del suo passato, la vita di provincia, l’adolescenza solitaria, le nozze col primo marito, sedicente giornalista e mentitore seriale. Ed è sempre lei, la vecchia, la povera matta pronta a finire in manicomio, a iniettare il tarlo del dubbio nella nipote, quando le rivela la sua disperazione di sposina : “E mentre il treno filava sballottandoci e Adrien mi baciava, io guardavo dritto davanti a me. In quel preciso momento ho fatto una scoperta che mi avrebbe segnato per la vita, a mia insaputa, me ne sono resa conto solo molto tempo dopo (…). Non ero triste, né veramente spaventata. Adrien, preoccupato, mi chiedeva: ‘Hai freddo?’. ‘No, non ho niente’. ‘Dev’essere il dondolio del treno…’. Per gli uomini non è forse la stessa cosa? In quel momento ho scoperto, Sophie, che avrei vissuto, che già vivevo con un estraneo”. Si capisce perciò come mai un romanzo così grigio e duro apparisse magnifico a Paul Morand. Allestendo il teatro della crudeltà di una famiglia disfunzionale, Simenon metteva a nudo, con sessant’anni d’anticipo, la nostra stessa vulnerabilità emotiva.