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Riconoscimento poetico

Poesia come dovere ideologico, poesia come istinto vitale: un dialogo infelice

Alfonso Berardinelli

"Una minima ordalia" racchiude il carteggio tra Franco Fortini e Andrea Zanzotto, interlocutori molto distanti per formazione culturale e concezione della poesia, uniti da un desiderio mai davvero appagato di ottenere un reciproco riconoscimento poetico

Nella collana Archivio Franco Fortini della Quodlibet esce ora con il titolo Una minima ordalia il carteggio tra Franco Fortini e Andrea Zanzotto dal 1952 al 1994, a cura di Matilde Manara, collaboratori Pietro Orlandi e Jacopo Maria Romano (pp. 214, euro 20). E quindi eccomi qui a fare i conti, ancora una volta e come da un altro mondo, con le mie letture e i miei autori di quando avevo vent’anni. Dal 1963 al 1966 seguivo le lezioni di Giacomo Debenedetti sul romanzo del Novecento, e intanto leggevo Scrittori negli anni di Sergio Solmi, grande amico di Debenedetti negli anni eroici e drammatici del loro coetaneo antifascista Piero Gobetti. Ma intanto, dopo aver letto da liceale Albert Camus e T. S. Eliot, in quei primi anni sessanta mi ero scelto come poeta-saggista e intellettuale socialista Franco Fortini, per me un autore guida. Il quale a sua volta aveva una sua tradizione poetico-politica e sociologica: quella di dialettici virtuosisti come Bertolt Brecht e Theodor Adorno, marxisti eterodossi. Allora ero attratto soprattutto dal rapporto fra linguaggio poetico e autocoscienza sociologica. Del resto anche Debenedetti, diagnosticando le mutazioni strutturali delle narrazioni e del personaggio, non faceva che studiare, anche servendosi di Charles Wright Mills, il modo in cui la pressione sociale deformava, perfino fisicamente, l’identità dell’individuo umano nel romanzo: un personaggio tormentato dalle sue angosce di orfano e di straniero sia nel mondo che nella propria stessa vita.

 

Ma mentre Fortini, poeta sociologo, si era dato il compito di non dimenticare mai, qualunque cosa facesse, il capitalismo e la cultura borghese, c’era anche, più o meno al polo opposto, un poeta quasi suo coetaneo, Andrea Zanzotto, un lirico chiuso nel suo angolo di mondo, nella sua provincia veneta, nel suo paesaggio idillico benché minacciato da sempre potenziali disgregazioni del suo minuscolo, fiabesco habitat di acque e colline, così virgiliano e petrarchesco, in cui la storia sociale della modernità sembrava essersi fermata sulla soglia. Con libri poetici come Dietro il paesaggio (1951), Vocativo (1957), IX Ecloghe (1962), La beltà (1968), Pasque (1973) e Galateo in bosco (1978) Zanzotto era l’interlocutore più lontano da Fortini che si potesse avere. Il loro dialogo epistolare non poteva che risultare difficile, altalenante e sostanzialmente infelice, nel corso del quale la sensibilità, la stima reciproca e la buona educazione non riuscivano tuttavia a compensare il vuoto dovuto alle varie reticenze e a notevoli, insuperabili barriere culturali. In effetti la prima cosa che fin dall’inizio Fortini rimproverava a Zanzotto era la sua formazione culturale, in cui Hölderlin, simbolismo, ermetismo, essenzialismo poetico conservavano una centralità della convivenza fra un egotismo nevrotico e un felice colloquio poeta-natura.

 

Mentre l’autocoscienza sociopolitica era per Fortini un primum anche nella pratica poetica, la cui verità è morale (impegno, attesa della rivoluzione) e teorica (gnoseologia marxista), in Zanzotto invece la percettività psicofisica e ogni conoscenza reale non potevano che essere intrinsecamente poetiche, dovute cioè alla simultaneità e identità psiche-linguaggio. Direi che una certa infelicità comunicativa, e in sostanza la povertà argomentativa dei dissensi nel corso di tutto l’epistolario, nascono da un desiderio mai davvero appagato di ottenere un reciproco, pieno riconoscimento poetico. La buona educazione, la stima personale e una consuetudine amicale crescente (ma Fortini non era molto portato all’amicizia, un sentimento di cui marxisticamente voleva diffidare) impedivano una chiara e schietta discussione sul valore conoscitivo e morale della poesia, se misurato in termini più o meno ampiamente politici.

 

Lo scambio di sonetti e altri versi parodistici non appare che come una gara, piuttosto noiosa, di virtuosismo tecnico che riconfermi la reciproca stima poetica. Ma per Fortini, scherzi tecnici a parte, la poesia era vissuta come un dovere ideologico che doveva impedire il vizio del politicismo. Per Zanzotto la poesia era, all’opposto, un istinto vitale e un’autoterapia. Un modo di respirare.

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