
Foto di Klara Kulikova su Unsplash
la bimestrale di cultura
Vivere cristianamente, una disciplina quotidiana per non arrendersi al male
Nel numero 3/2025 di Vita e Pensiero, Julia Kristeva riflette sul perdono come risposta etica al male contemporaneo, intrecciando psicoanalisi, religione e speranza. Accanto a lei, voci come Alessandro Zaccuri ed Erik Varden rilanciano una fede cristiana vissuta concretamente, lontana dalle astrazioni
Ho ancora sul tavolo il numero 3/2025 di Vita e Pensiero, bimestrale di cultura dell’Università Cattolica, e in questa fine di agosto lo leggo per aiutarmi a pensare l’etica cristiana nella attuale crisi mondiale di civiltà. Comincio con una riflessione di Julia Kristeva intitolata “La via del perdono davanti al male incombente”. I tempi, vedo, sono davvero cambiati; ricordo infatti una Kristeva anni Sessanta, partecipe del gruppo francese di Tel Quel, rivista di un estremismo “decostruzionista” tutto strutturalismo, semiologia e letteratura come “letterarietà” senza generi letterari, nonché di psicoanalisi misteriosofica in versione Jacques Lacan. Poi Kristeva, per sua fortuna, è evasa dai vari gergalismi parigini per arrivare a una cultura femminista orientata su altre radici di pensiero come quelle di Hannah Arendt e Melanie Klein. Ora i suoi estremismi postmodernisti sembrano spariti e la vedo interessarsi di mistica, di ebraismo e di cristianesimo, di perdono e di speranza, parole proibite se non censurate dal lessico specialistico-snobistico di Tel Quel. Cito perciò le prime righe del testo pubblicato da Vita e Pensiero: “La mia esperienza di scrittrice, psicoanalista e donna mi ha portato a riprendere il termine perdono tramandatoci dalla storia delle religioni e che tento di ripensare, nella convinzione che solo una rivalutazione della tradizione (con la quale abbiamo ‘tagliato i fili’) può permetterci di far fronte ai ‘mali della civiltà’”.
Riprendendo il filo del discorso politico dall’ebraismo e da Hannah Arendt, ecco la conclusione: “Chiedere perdono per il male fatto, concedere il perdono per il male sofferto, sono due condizioni necessarie perché l’avvenire smetta di ripetere il passato e perché rinasca la speranza. Perdono e speranza sono legati in quanto modificano il tempo: uno (il perdono) apre il passato, l’altra (la promessa) stabilizza l’avvenire”. Così, partendo dalla tradizione religiosa, si arriva alla “possibilità di una nuova filosofia politica”. Si passa da Tommaso d’Aquino, Giovanni Damasceno, san Giacomo e Pascal fino all’interruzione dei fatti e delle azioni del passato per liberarne il futuro. Ma il perdono è “un atto di amore” che non cancella il male compiuto, si rivolge alla persona che lo ha compiuto. Sto riassumendo alla buona la prima parte, la migliore e più accessibile, del discorso di Kristeva. Ma poi, passando a Dostoevskij e al suo modo di trattare colpa e perdono, delitto e castigo, nel tentativo di approfondire fino a trovare la soluzione al problema fra religione e psicoanalisi, Kristeva di nuovo complica e sottilizza inseguendo labirinti dialettici che lo stesso Freud avrebbe forse difficoltà a districare. Il tema è la pulsione di morte e la cieca distruttività. Nelle ultime righe la formula torna a essere chiara benché di non semplice attuazione: “Non arrendersi al male”.
A questo punto il discorso di Kristeva, in termini di gergalità psicoanalese, serve a poco. La sola cosa che mi viene in mente per capire il “non arrendersi al male” è un capolavoro di Giorgione nella Scuola di San Rocco a Venezia. Non oso descriverlo. Dico solo che l’immagine è quella di Cristo che porta il peso della croce e si trova davanti un vecchio manigoldo, un demoniaco tentatore con una corda in mano come per accalappiare l’attenzione di Cristo, che in totale e serena estraneità guarda altrove, perché il male non va guardato, non merita mai attenzione, contiene sempre una trappola. Per restare in tema passo perciò a un articolo di Alessandro Zaccuri, “Contro la retorica della crudeltà”. Le osservazioni polemiche di Zaccuri si riferiscono alla presenza della crudeltà nella grande tradizione artistica e letteraria, che oggi però è diventata un vizioso abuso. Invece che denuncia del male e della crudeltà, oggi la sua rappresentazione crea assuefazione e indifferenza morale. All’inizio degli anni Settanta la rappresentazione della crudeltà culminò in due film: “Arancia meccanica” di Kubrick (che anni dopo se ne pentì perché invece di denunciare la crudeltà il suo effetto era stato, più probabilmente, l’imitazione) e il film di Pasolini Salò-Sade che uscì nell’anno stesso della sua morte, e io ricordo di aver trovato intollerabile che l’autore volesse far ingoiare al pubblico scene tanto ripugnanti, mentre se ne stava lì seduto a guardare uno spettacolo cinematografico. L’orrore del male è percepito come tale solo se ci si rifiuta di consumarlo come fosse uno spettacolo e uno svago.
Infine una cosa che conta molto e che viene trascurata: il modo cristiano di vivere, senza il quale si rischia sempre di trasformare la fede religiosa in un’astrazione. In un articolo di Erik Varden, monaco cistercente e vescovo, trovo una rivisitazione della Regola di san Benedetto e delle scuole monastiche, nelle quali si richiede una precisa disciplina quotidiana. Una tale disciplina, che fuori della vita monastica può avere delle variazioni, è comunque necessaria a chiunque voglia liberarsi dalle “illusioni sull’umanità e su sé stesso”. Se per esempio non si vuole sognare un “popolo teorico da amare, si deve imparare nella vita insieme ad amare le persone così come sono”. Infatti “l’ethos cristiano diffida delle astrazioni”. Esige una realizzazione “in termini di filantropia reale”. La fede non è credersi cristiani senza vivere cristianamente in quelle microsocietà in cui laicamente ogni giorno si vive. La disciplina monastica ha da insegnare qualcosa di concreto e reale a chiunque, se non si vuole vivere di illusioni e finzioni.