L’accensione delle candele durante il giorno di Nostra signora di Aparecida in Brasile - foto Ansa

Occhi al cielo

La ricerca della dimensione spirituale nell'evoluzione umana

Mattia Manoni

E se il desiderio di trascendenza avesse un fondamento biologico? Alcuni studi potrebbero dimostrarlo. Soprattutto, non mortificano la nostra spiritualità: la esaltano

Probabilmente è da quando possediamo una sufficiente dotazione cerebrale che abbiamo iniziato a interrogarci sul senso delle cose, degli eventi e quindi, ça va sans dire, a interrogarci sull’esistenza di Dio. Probabilmente, se consideriamo che più di 40 mila anni fa i neanderthal europei seppellivano già i loro morti, lo facciamo da ancora prima di essere i sapiens che siamo oggi. Infatti, come precisa Ugo Fabietti – antropologo che ha insegnato all’università di Milano-Bicocca – seppure in alcune culture si è fatto e si fa a meno di riti, dogmi della fede, individui specializzati nel culto e addirittura di vere e proprie divinità, si trovano sempre esseri umani che immaginano una vita dopo la morte, che vedono il corpo come animato da una vita interiore e che pensano al mondo come a un luogo percorso da forze che vanno, a seconda dei casi, invocate o evitate, comunque gestite.
 

Tipi di vissuto in cui ci si può ritrovare abbastanza facilmente. Specialmente se si pensa ai propri comportamenti quando si deve affrontare o riuscire ad ottenere qualcosa di particolarmente significativo. Che si tratti di partire per un lungo viaggio, di riuscire a sostenere una fatica lavorativa o di superare una malattia. Infatti, capita che in situazioni di questo genere venga ridestato il proprio insight, la propria capacità introspettiva, in conseguenza della quale la sensazione di essere un individuo, un sé pensante, si accentua, portando, nel migliore dei casi, anche all’ottenimento di nuove prospettive utili alla risoluzione di momenti o circostanze complicate. In situazioni simili è anche più probabile tentare di ottenere sostegno pregando, chiedendo, e in generale rivolgendosi a coloro che crediamo possano soccorrerci e favorirci; che siano antenati, santi o divinità.

 

Seppure in alcune culture si è fatto e si fa a meno di riti e dogmi della fede, si trovano sempre esseri umani che immaginano una vita dopo la morte

 

In un incontro del 2013 intitolato “Perché l’evoluzione ha creato dio (e non viceversa)”, promosso dall’unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) e consultabile su YouTube, Giorgio Vallortigara – professore di Neuroscienze presso l’Università di Trento – ipotizza che le credenze nel soprannaturale siano la conseguenza di meccanismi psicologici innati utilizzati per interpretare il mondo. Per introdurre questo concetto si serve di un esperimento di un noto psicologo americano, Burrhus Frederic Skinner, conosciuto principalmente per aver individuato un tipo di apprendimento, il condizionamento operante. Ciò che Skinner ha scoperto è che somministrando casualmente del cibo a dei piccioni in gabbia questi associavano l’ultimo movimento fatto, ad esempio un leggero sbatter d’ali, con l’arrivo del cibo e tendevano a ripeterlo aspettandosi così di riceverne ancora. L’adattamento biologico che sta dietro a questo comportamento, continua Vallortigara, è presente anche in noi umani ed è quello che ci fa leggere i fatti del mondo secondo una logica di causa-effetto quando due eventi si manifestano temporalmente vicini.

 

Giorgio Vallortigara parla del “condizionamento operante” come di ciò che ci fa leggere i fatti del mondo secondo una logica di causa-effetto

 

Un altro modo per percepire la causalità è dato dalle caratteristiche cinematiche degli oggetti, dal loro movimento. Infatti, il nostro cervello è in grado di discriminare fin dalla nascita gli oggetti animati da quelli inanimati; fin da neonati sappiamo distinguere un organismo biologico da un oggetto privo di vita e, fin da neonati, se osserviamo il secondo muoversi da solo, ce ne stupiamo. Quello a cui questi meccanismi psicologici conducono è ciò che viene definito “essenzialismo psicologico” cioè l’idea che le persone o gli oggetti posseggano una qualità interiore, un’essenza appunto. Per capirsi, spiega il professore, il motivo per cui difficilmente si accetterebbe di indossare il maglione di un omicida seppur lavato e sterilizzato o di scambiare un quadro originale di Monet con una copia perfettamente identica (al di là del valore economico, si intende). Quindi, il substrato sul quale si innestano le credenze nel sovrannaturale sarebbe rappresentato dalla nostra ipersensibilità a scovare la volontà di un soggetto agente in tutto ciò che ci circonda, assieme alla percezione psicologica di vivere all’interno del nostro corpo (piuttosto che essere il corpo) e alla nostra innata capacità di distinguere ciò che è animato da ciò che non lo è. Come dire, tutto nella nostra biologia, fin dalla nascita e prima di ogni apporto culturale, ci porta a essere dei credenti, dei teisti. Fatto decisamente interessante, a prescindere da come lo si voglia osservare.
 

Nel 2021, un gruppo di ricerca austriaco dell’università di Graz ha condotto un esperimento di risonanza magnetica funzionale (una tecnica di imaging non invasiva, non dolorosa) su 37 donne alle quali veniva chiesto di bere dell’acqua proveniente dal santuario di Lourdes. Le donne sono state selezionate in base alle risposte date ad alcune domande che indagavano le credenze riguardo la spiritualità, come: “Pensi che l’acqua del santuario di Lourdes possa avere effetti positivi (spirituali, emotivi, somatici)?”, oppure “Credi nei miracoli in senso religioso/spirituale?”. Venivano incluse nello studio solo coloro che risultavano avere un senso spirituale mediamente sviluppato (un punteggio di almeno 3 su una scala da 0 a 6). In verità l’acqua che i ricercatori somministravano non proveniva da Lourdes ma era acqua di rubinetto che però a un gruppo veniva presentata come acqua proveniente dal santuario, mentre a un altro come acqua normale. Coloro che credevano di aver bevuto l’acqua proveniente da Lourdes riferivano sensazioni di benessere corporeo come rilassamento, formicolio e senso di calore, emozioni positive come gratitudine e soddisfazione e una più veloce percezione dello scorrere del tempo. Inoltre, i risultati della risonanza magnetica funzionale confermavano in qualche modo queste sensazioni fisiche. Infatti, mostravano come le aree cerebrali deputate a rilevare le variazioni corporee ed emotive, filtrando e integrando quelle che vengono considerate informazioni rilevanti, erano maggiormente attive.  Infine, addirittura, una partecipante, dopo aver bevuto “l’acqua di Lourdes” ha riferito una significativa riduzione nella sintomatologia di un problema respiratorio cronico

 

Non è sempre possibile ridurre il vissuto spirituale in termini puramente neuropsicologici. Un concetto che ci aiuta è quello di autotrascendenza


Se da un lato questi risultati si possono leggere nella cornice degli effetti placebo, quindi come miglioramenti scaturiti dall’induzione di aspettative positive, dall’altro non è sempre possibile ridurre il vissuto spiritual-religioso in termini puramente neuropsicologici. Un concetto che può aiutarci a capire il perché è quello di autotrascendenza che, sebbene non sia necessariamente legato alla spiritualità, pone nelle condizioni di avvicinarcisi. Un autore che se ne è ampiamente occupato è Abraham Maslow, importante psicologo e professore americano che ha ideato una piramide dei bisogni umani composta da diversi gradini. In quelli alla base si trovano i bisogni fondamentali, senza l’ottenimento dei quali gli altri non possono essere raggiunti. Dunque, partendo dal fondo si trovano prima i bisogni fisiologici, poi quelli inerenti alla sicurezza, più in alto ci sono i bisogni legati al riconoscimento sociale, quindi all’autostima, ancora più in su si colloca la necessità di autorealizzarsi dando fondo alle potenzialità personali e infine, nel gradino apicale più piccolo, troviamo l’autotrascendenza intesa come un senso di scopo e di appartenenza che va oltre il sé. Per Maslow quest’ultimo gradino è raggiungibile soprattutto grazie alle cosiddette “esperienze di picco”. Queste, nel suo libro “Motivazione e personalità”  vengono descritte come “sentimenti di orizzonti illimitati che si aprono alla visione, la sensazione di essere simultaneamente più potenti e più indifesi di quanto non si sia mai stati prima, la sensazione di grande estasi, meraviglia e stupore, la perdita della collocazione nel tempo e nello spazio, insieme, infine, alla convinzione che in queste esperienze accada qualcosa di estremamente importante tanto che se ne esce, in una certa misura, trasformati e rafforzati anche nella vita di tutti i giorni”. Nonostante questi vissuti vengano definiti mistici dallo stesso Maslow, ci tiene anche a precisare che non devono essere intesi in senso teologico o soprannaturale, ma come parte della naturale esperienza umana.
 

Pur considerando la funzione ansiolitica (cioè in grado di placare l’ansia), esplicativa e normativa di tutto ciò che si occupa di trascendenza, la capacità degli individui di esplorare, immergersi in stati di coscienza non ordinari nei quali fare esperienza di nuovi apprendimenti deve aver giocato un ruolo significativo nella genesi della religione, quindi nella nascita di quella che potrebbe essere definita come una spiritualità collettiva.
 

Eppure, un altro aspetto da tenere in viva considerazione è quello di non inquadrare tutto ciò che ha caratteri trascendentali come qualcosa di religioso e quindi scisso dalla realtà, poiché alcuni di questi aspetti – o, per qualcuno, persino la totalità – possono essere tanto amalgamati con la trama del mondo da risultarne difficilmente divisibili. Cioè il contrario di come buona parte di noi contemporanei vive tutto ciò che viene comunemente definito spiritualità: come qualcosa di separabile da tutto il resto e che anzi spesso fatica a coesisterci.
 

Un terreno comune in cui coloro che promuovono la ricerca interiore e la laicità potrebbero incontrarsi è la meditazione – intesa sia come uno stato di concentrazione profonda, alla quale può essere associata anche la preghiera, sia come uno stato di osservazione riguardo ciò che accade nel e fuori dal corpo – o almeno i risultati che da questa ne derivano, che spaziano dall’abbassamento della pressione sanguigna e del cortisolo (un indicatore di stress) al miglioramento della memoria.
 

In una revisione della letteratura del 2020 pubblicata su Frontiers in Bioscience, alcuni studiosi riportano lo stato delle conoscenze riguardo gli effetti della meditazione sul cervello. Tutti gli studi presi in esame in questo lavoro hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per indagare se e come la meditazione influenzi l’attività cerebrale. E ciò che emerge è che non solo meditare ne influenza l’attività ma che addirittura modifica la struttura, la morfologia stessa del cervello. Ciò che viene generalmente dimostrato è che i meditatori esperti possiedono un maggior spessore in diverse aree cerebrali: da quelle che si occupano della percezione del dolore e della regolazione emotiva a quelle che mediano la gestione dello stress, la memoria spaziale o la capacità attentiva. Mica male.
 

Che tutto questo non sia un dono ultraterreno appare evidente, ma sarebbe ingiusto non considerarlo anche come il frutto della concentrazione e del raccoglimento impiegati nel tentativo di esplorare una dimensione spirituale. Dimensione che, non solo per chi si occupa di scienza, pare si abbia spesso timore a riconoscere o a dichiarare come qualcosa di presente nella propria vita. Forse per paura di essere tacciati di creduloneria, di essere considerati sprovveduti o, peggio, superstiziosi. Eppure, al di là di ogni tentativo sincretico o panteistico, ciò che potrebbe essere importante riuscire a sperimentare per l’essere umano potrebbe risiedere veramente solo nel sentimento di vivo mistero e muto stupore verso ciò che si ha attorno.

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