La recensione

I sogni di Graham Greene

Luigi Azzariti-Fumaroli

Pubblicato da Sellerio il diario dei sogni dello scrittore, un vero "acquario della notte" che registra le creature, le emozioni e le pulsioni appena prima che svaniscano

Leonardo Sciascia, in uno dei tanti risvolti di copertina da lui pubblicati, appuntò che sarebbero da inventariare il posto ed il ruolo che nella letteratura hanno gli specchi; ma del pari andrebbero considerate le scacchiere e le partite a scacchi allusive, simboliche e reali che vi si annoverano, a cominciare da quella, memorabile, del “Nostro agente all’Avana” di Graham Greene. Ma se qui il gioco degli scacchi è messo a servizio della comicità, così come altrove, ad esempio nel “Console onorario”, esso è un semplice elemento della progressione lineare degli eventi, nell’ultimo libro di Greene, “Un Mondo tutto mio. Diario dei sogni”, appena pubblicato da Sellerio in un’eccellente traduzione di Chiara Rizzuto, sembra che sia il modo stesso di scrivere a corrispondere al primo disporre i pezzi sulla scacchiera: ad un’abbagliante successione di aperture, che – faceva osservare, da provetto scacchista, Vladimir Nabokov – «non è possibile scimmiottare, perché si è costretti a colmarle in un modo o nell’altro – e quindi a cancellarle».

 

Per molti versi avviene così anche nei sogni, nei quali la coscienza entra in un universo spazio-temporale puramente immaginario: in una storia, nella quale una vita diversa dalla nostra, composta di noi stessi, e di altro, si aggrega e si disgrega. Di questo «acquario della notte», Greene serba intatte, registrandole à la sauvette, senza prender fiato, le creature, le emozioni e le pulsioni appena prima che svaniscano. Egli sembra avere una perfetta dimestichezza con l’onirico, tratteggiato senza alcuna vaghezza, quasi che i suoi fossero più che sogni, “immagini ipnagogiche”: istantanee che s’imprimono nella mente in modo fulmineo, suscitando vividi dettagli affatto nuovi. Forse proprio per questo motivo essi appaiono alquanto letterari. Un’impressione certamente corroborata dall’aprirsi del diario con la descrizione degli incontri che Greene ha avuto nei propri sogni con alcuni scrittori famosi, da Henry James a D.H. Lawrence, passando per Sartre e Edgar Wallace; ma soprattutto dall’avere tutto ciò che avviene nel suo mondo onirico (lo testimoniano soprattutto i sogni in cui ad essere protagonisti sono gli ultimi Pontefici ovvero quelli dove compaiono alcuni uomini di Stato non proprio storicamente commendevoli) un che – com’egli stesso dichiara – di farfelu, di strambo, d’estroso e insieme di sfavillante, come le tonde e inafferrabili gocce di mercurio che stillano da un racconto che – ha scritto Cesare Garboli sul margine di un altro “Diario”, quello di Antonio Delfini, anch’esso in parte onirico – mai abbia raggiunto la soglia d’una «maturità fittizia».

 

Come accade ne “Il libro dei sogni” di Fellini o nei protocolli onirici di Adorno (ma l’antesignano è il “Traumbuch” di Arthur Schnitzler), Greene trascrive i propri sogni immediatamente. Egli – ricorda Yvonne Cloetta, ultima sua compagna, nella prefazione – teneva sempre carta e matita sul comodino, in modo che non appena si svegliava da un sogno potesse annotare le parole chiave che al mattino gli avrebbero permesso di ricostruirlo. Sebbene infatti ogni trascrizione, anche la più semplice, sia già una trasformazione, una piccola metamorfosi, Greene sembra voler evitare qualsiasi interferenza interpretativa da parte di sé stesso. Il sogno rimarrebbe così tutelato nella sua specificità. Il che, d’accordo con quanto ha sostenuto Umberto Curi in “Fedeli al sogno”, induce a soffermarsi sul fatto che la verità di cui i sogni sarebbero rivelazione ha luogo solo se ci si astiene da ogni spiegazione. Un’astensione che implicherebbe pure che i sogni siano sottratti alla dimensione temporale del futuro alla quale la tradizione onirocritica, da Omero a Freud, li iscriverebbe, per essere consegnati a quella del passato, di cui sarebbero messaggeri. Non a caso al proprio “Diario dei sogni” Greene pare soprattutto consegnare il compito di fungere da opera-lascito. Ma non soltanto perché vi si ritrovano tanti tratti caratteristici della sua narrativa, l’intensità, l’ironia, il gusto per il paradosso, quanto perché nel sogno si è immuni dal pericolo della morte nella misura in cui, in esso, la nostra persona resta indietro rispetto alla vita, «come il fiore rispetto al suo profumo o la stella rispetto al suo scintillio».

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