Screenshot film JULES E JIM di François Truffaut 

Nessun film di salva dalla moda dei meme. Tranne quelli romantici

Giulio Silvano

Un libro sulle dinamiche dell’amore sul grande schermo, perché la passione sembra abitare soprattutto l’immagine

Su Instagram, e sui social in generale, appaiono spesso screenshot di scene di film sottotitolati: scambi di battute, frasi lapidarie, enunciati arguti. In molti casi diventano meme, venendo modificati per fare riferimento a notizie politiche, gossip, a vittorie sportive, o a semplici generici mood esistenziali, propagandosi di profilo in profilo, di story in story. Di recente una scena dell’ultimo film di Sorrentino, quando Capuano dice “Non ti disunire”, è stata memizzata allo stremo, mettendo al posto di Fabietto il logo del Pd, o una bruschetta. Gli screen che però restano più puri, che non vengono ironicamente trasformati dai meme-maker, sono spesso scene d’amore; film di Godard, di Rohmer, di Bresson – i francesi vanno per la maggiore, ça va sans dire – ma anche di Bergman, di Fassbinder, di Ophüls, di Moretti, di Wong Kar-wai. Sembra la rassegna di un cineforum universitario, o il programma dello Champo di Rue des Écoles. Molto spesso si condividono battute e immagini di pellicole che nemmeno abbiamo visto, solo perché quelle poche parole e quell’espressione di un’Eva Green o di un Mathieu Amalric bastano per trasmettere ciò che proviamo: un amore finito, un’occasione mancata, un tradimento, malinconia per quando si era felici all’inizio di una storia. Condividere la citazione di un libro o di una poesia non ha la stessa forza.

 

Perché proprio l’amore, perché proprio le scene romantiche rimangono incontaminate dallo scherno millennial e condivise nella loro autenticità sentimentale da chi solitamente infila il sarcasmo dappertutto, comprese le tragedie? Il mistero viene svelato nell’ultimo libro di Roberto De Gaetano, Le immagini dell’amore, appena uscito per Marsilio. “Nella tradizione medioevale, tra letteratura cortese e poesia stilnovista, l’amore sembra abitare soprattutto l’immagine”, scrive l’autore, che insegna Filmologia all’Università della Calabria e ha fondato la rivista “Fata Morgana”. Nel cinema l’amore trova la forma per esprimersi al massimo. “Ha saputo raccogliere più di altre arti” la sua eredità mitologica, rappresentando con efficacia sullo schermo malinconia e narcisismo, i due ingredienti chiave del sentimento, anche grazie ai corpi di attori e attrici, inserendo tutto nella complessità romanzesca del Novecento. Una sintesi tra mito e romanzo, insomma. Ma con gli anni Sessanta e la Nouvelle Vague si va ancora oltre – e qui si capisce perché gli screenshot di film parigini vadano per la maggiore –, qui “l’amore viene messo in immagine nella forma più libera e imprevedibile”, si va oltre la struttura della relazione romantica da commedia o drama, ci si concentra sul momento dell’incontro e sulle scene di gioco avventuroso, facendo trapelare lo sguardo del regista che si infila tra gli innamorati. 


L’autore sceglie dieci film e li disseziona per cercare di capire come funzionano le dinamiche dell’amore sul grande schermo, di come eros, freni sociali, amicizia, fantasmi e traumi infantili disegnino passioni, attaccamenti, fughe e matrimoni; c’è appunto Jules et Jim, ma anche Aurora di Murnau e I racconti della luna pallida d’Agosto di Mizoguchi. E poi, con un certo coraggio, viene inserito Ultimo tango a Parigi, che ha ricevuto il marchio nero di Hollywood nel 2018 quando è venuto fuori che Bertolucci e Brando non avevano detto a Maria Schneider della scena del burro – “Actors voice disgust over rape scene confession”, scrivevano i giornali anglosassoni. L’accusa di stupro sul set era in realtà venuta fuori nel 2013, ma bisognava aspettare il #MeToo perché facesse clamore. 
De Gaetano è critico sul contemporaneo, in cui “l’amore sembra esser precipitato o in pornografia […] o nell’autoreclusione”, per non parlare del “moralismo profondo, che ha inibito alla fonte la sorgente dell’amore, pensato sempre con l’ombra di un potenziale abuso”. Com’è che dicevano i due amici in Les amants régulier, film di Philippe Garrel ambientato nel ’68? “Siamo l’ultima generazione a parlare di amore”. Per fortuna ci sono gli screenshot di un tempo lontano. 

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