I militanti di FdI hanno regalato il libro di Giorgia Meloni davanti al liceo Amaldi dopo che la libreria “Le Torri” si è rifiutata di venderlo (LaPresse)

A cosa servono?

Il feticcio del libro

Michele Masneri e Andrea Minuz

Gli editori ne sfornano a migliaia, ma a che scopo? Meloni, Santoro, Dibba, ma anche Vespa e Veltroni, non scrivono per essere letti, né per “guidare le masse”, come si diceva una volta, ma per andare in televisione

Ma che meraviglia questi accesi e anche cruenti dibattiti sui libri, le librerie, i librai in un paese in cui quasi nessuno legge. Ultimo è arrivato “Io sono Giorgia”, autobiografia Rizzoli ispirata al tormentone social di Giorgia Meloni, madre, donna, cristiana. Ma venivamo già da settimane di discussioni monopolizzate dai libri. Appena finito con quello di Casalino ecco Palamara sul “sistema”, quindi il libro sui vaccini con prefazione antisemita di Gratteri (che si è scusato dicendo: “non l’avevo mica letto”, smascherando, lui sì, tutto un “sistema” di prefazioni estorte e occulte). E poi il formidabile dibattito sul libro mai uscito di Speranza, il ritorno in forma di libro di Michele Santoro, in pellegrinaggio nei migliori talk-show per una ripassata generale su mafia e trattative. Siamo l’unico paese al mondo probabilmente in cui i libri decidono l’agenda politica. Perché i libri interessano e incidono come mezzo, mai come fine. Nessuno li legge, e se dirai “ho scritto un libro”, la risposta è quasi sempre “anche io”. 

 

MM: Però è tutta una smania di andare a presentarli in tv, al festival estivo, anche in remote località dove non andresti nemmeno costretto, ma col libro sì. I più fortunati, appunto, in televisione, e non per venderli, ma per segnalare la propria esistenza. 
AM: Il libro in televisione è ancora “l’arma più forte”. Una porta girevole per smistare il traffico delle ospitate. Senza i libri in promozione crollerebbe metà del palinsesto, non si saprebbe più chi invitare. E poi Fabio Fazio, Mara Venier, costretti ogni settimana a dire all’ospite di turno, “l’ho letto… bellissimo”, coi loro quattro libri al mese alzano la media nazionale. Sono il feticcio del lettore medio che non abbiamo. Ma c’è anche il “sistema” Carofiglio che anderebbe studiato a parte: scrittore, sceneggiatore, magistrato, politico, ospite televisivo in servizio permanente da Lilli Gruber, col libro in promozione o senza. Una factory del libro televisivo che alimenta talk e fiction.  

 

MM: Il libro, non letto, non comprato, svalutato e fuorimoda, è il comò d’antiquariato nell’epoca del design e del podcast, eppure è un must e un “signifier”. Col libro tutto è possibile. Veltroni, che se ne intende, ne ha scritti tipo 24, tra gialli, saggi, romanzi, controstorie d’Italia. Anche a fumetti. È la dimostrazione che il progetto di Franceschini di una biblioteca dell’inedito è impossibile. In Italia è più difficile ottenere una carta di identità che pubblicare un manoscritto.
AM: Una borghesiana “Biblioteca de Babel”, fatta solo di libri di Veltroni che si replicano all’infinito. Naufragato il progetto gramsciano di una borghesia italiana forgiata dai sedici volumi dell’“Enciclopedia Einaudi” presa a rate (troppo ingombrante per case che diventavano via via sempre più piccole e con librerie sempre più Ikea), non resta che riempire le mensole di molti Vespa e Veltroni e Rampini (ideale per credenze e librerie “shabby chic”). 

 

MM: Ma quanto vendono poi? I dati sono in costante calo. E anche i soliti “traini” non funzionano più. Certo c’è lo Strega, certo c’è Fazio, gli unici due capisaldi rimasti, ma il resto non più. I programmi di libri non li guarda nessuno e hanno effetto opposto. Gli inserti sui quotidiani sono più che altro medaglie per far piacere a mamme e zie, ma non spostano granché. Il leggendario “passaparola” è stato sostituito dagli influencer, creature mitologiche che sole sono oggi in grado di alzare le vendite. Funzionano, effettivamente. E se qualcuna – come la invidiatissima Camilla Boniardi alias Camihawke -  entra direttamente prima in classifica – non c’è influencer che non abbia scritto il suo romanzo, da Tommaso Zorzi a Paolo Stella, e ormai le grandi case editrici hanno editor specializzati, e Segrate è uno dei posti più taggati nelle storie su Instagram, più di Citylife. E ovviamente l’oggetto oscuro del desiderio sarebbe un libro della Ferragni, che però se mai arriverà ci immaginiamo verrà pubblicato da un mega Simon & Schuster con anticipo tipo pil del Molise. Ma più peculiare dell’influencer che si fa scrittore è lo scrittore che cerca di fare l’influencer, tentando di usare l’Instagram senza saperlo fare. Dunque autori analogici, anche timidissimi e schivi, che si buttano sul mezzo, con stories imbarazzanti, tentando di inserire link in post non cliccabili, e altri che ripiegano su coloratissime card in modalità “crea” su Facebook (mezzo dove su ogni 10 richiedenti amicizia almeno uno ha scritto un manoscritto che devi almeno likare). O ancora, se non riesce a diventarlo, lo scrittore gli influencer li vuole usare: recapitando la propria letteratura a quelli di cui riesce a trovare i contatti. E dunque questi poveri influencer di medio e piccolo cabotaggio, eccoli a spacchettare le mercanzie ricevute a scrocco, tra wurstel dell’Alto Adige, profumi per cani, mutande ecosostenibili, e appunto questo romanzo con esclamazioni “grazie a X per questo bellissimo libro”; anche leggendo, per abitudine, i bigliettini di accompagnamento che lo schivo scrittore ha tragicamente accluso, e che pensava rimanessero privati, mentre poi l’influencer enuncerà quel “a Y, con enorme stima”, di cui lo scrittore schivo si vergognerà a vita.  
AM: E le presentazioni classiche in libreria? Adesso riaprono, si riaffaccia tutta l’Italia dei festival, dei reading e, a Roma, delle presentazioni con “buffet” nei tavolini fuori, le uniche in cui trovi gente.

 

MM: Ma non spostano niente. Il vero oggetto del desiderio dello scrittore appartato e schivo che segretamente aspira a diventare book influencer è il preorder: quella parola magica che prepara all’assalto ad Amazon. E lì, relazione complicata. Ormai si sa che il grosso dei libri passa da quel canale. E però nessuno degli scrittori anche più “anti”, si rifiuta di esservi commerciato. Almeno un tempo ci si sdegnava di pubblicare con Berlusconi. Ma anche i più feroci amazonisti li trovi poi lì che scrollano le classifiche del portale elettronico. Pratica pericolosissima per l’ego già fragile dell’autore, perché, come non bisognerebbe cercare malattie e sintomi su internet, non bisogna neanche vedere le vendite dei libri. Da un giorno all’altro infatti senza apparente motivo il tuo  passa dalla quinta alla tremillesima posizione. A quel punto l’unica è chiamare un amico che ha un accesso a Gfk, il sistema di monitoraggio delle vendite delle librerie. Essendo un paese di scrittori, tutti noi abbiamo un amico dotato di Gfk a cui chiediamo i dati di vendita (e prima ancora che del nostro, chiediamo di quello del nostro peggior nemico). 
AM: L’unica strategia che funziona un po’ è sempre quella della censura vera o presunta. Ecco l’astuta libraia che non vende la biografia di Giorgia Meloni per fare “resistenza civile” al centro commerciale “Le due Torri”, periferia sud-est di Roma. Un dibattito che è stato un remake piagnucoloso del caso “Altaforte” al Salone di Torino di due anni fa. Non lo vendo per “scelta etica”, non lo vendo per non “alimentare questo tipo di editoria”, dice la libraia. E qui non si capisce se ce l’abbia con le biografie patinate dei politici, coi libri fascistoidi o proprio con Rizzoli, visto che di cognome fa Laterza (parente? Testimonial occulta? fiancheggiatrice? Non un giornalista con la schiena dritta che gliel’abbia chiesto!). Ha un’idea comunque assai bizzarra della libreria come “luogo che serve a far riflettere”, se poi si riflette solo con chi è già d’accordo con lei. Almeno qui nessuno ha detto “si attacca Giorgia Meloni perché donna” (a destra, dopo Forza Italia, il gender decade). E dire che la storia di Meloni è pur sempre quella di una donna che dai e dai si è fatta largo in un mondo di uomini e truci. Ma è il solito problema: in tutto questo fasciocattocomunismo ci è mancata e ci manca l’ora di “educazione liberale” a scuola. Ecco quindi librai che si battono per l’inclusione e il gender e il punto di vista dell’Altro purché si resti tra noi. Ecco una destra che blatera di “censura” e “boicottaggio” per un libro di Rizzoli nell’epoca di Amazon. Ma, ci si domanda, sarà “resistenza civile” anche quella di chi si rifiuta di leggere il romanzo mainstream italiano, pluripremiato e portato in trionfo nelle pagine culturali, stracolmo di disgrazie, drammi sociali, tormenti privati e lamenti sullo stato del paese? 

 

 

MM: Però se Giorgia  dopo tutta questa emancipazione, figlia di mamma single, mamma single pure lei,  sogna e propugna un’Italia Dio patria e famiglia tipo “vestivamo all'orbaniana”, uno si fa delle domande. E sarà poi un merito sbaragliare dei trucidi emergendo come la più trucida di tutti? Introdurremo quote rosa- trucido? Comunque il librone mainstream ormai non funziona più, a parte il clamoroso successo della Auci e della sua saga siciliana dei Florio che ha venduto oltre quattrocentomila copie, in una specie di eterno Gattopardo italiano. Bisogna cercare le nicchie: c’è quella dei virologi, ormai una categoria a sé stante: da quello di Matteo Bassetti, “Una lezione da non dimenticare. Cronaca della battaglia per sconfiggere il Covid-19 senza panico, né catastrofismo” (Cairo editore) a quello di Zangrillo, “In prima linea contro il Coronavirus: Storie dai reparti Covid-19” (Piemme) a quello di Burioni “Virus, la grande sfida. Dal coronavirus alla peste: come la scienza può salvare l’umanità” (Rizzoli). Un altro filone che funziona molto bene è quello del “politicamente scorretto”, c’è tutta una letteratura madrelingua o tradotta di scrittori coraggiosissimi che finalmente osano sfidare la nota dittatura e sfornano, con la complicità di case editrici clandestine, libroni sulla mancata libertà di espressione che stiamo vivendo. Generalmente tutti questi che son lì a dire quanto non possono più esprimersi però,  prima della dittatura, non è che ci deliziassero con questi tomi sfavillanti. Il politicamente scorretto è meglio della Bacchelli: da Bret Easton Ellis ai suoi derivati italiani, chi non ha mai scritto un romanzo decente o non ne scrive da anni finalmente pare aver trovato il filone giusto: non si può più dire niente! (che sarebbe: non ho più niente da dire). 
AM: “Ma voglio dirlo lo stesso” (cit.)

 

MM: Un’altra nicchia piccola ma redditizia è quella dei libri sul fascismo: ce ne sono a decine, ma al contrario dell’oggettistica per appassionati a Predappio si trovano anche nelle Feltrinelli più democratiche. Perché sono analisi critiche del fenomeno, pensosi saggi sulla drammatica stagione, “perché non si ripeta!” (e però hanno tutti lettering e font che richiamano all’epoca, e così moltiplicano le vendite). 
AM: E poi c’è “M”. “Il mio massimo contributo alla rifondazione dell’antifascismo”, come ha detto Scurati. Un mammozzone che tutti dobbiamo leggere “se vogliamo che il fantasma del fascismo smetta di tornare a infestare le nostre case”. Autoproclamatosi ghostbusters dell’Anpi, Scurati è la parodia dello scrittore italiano che, a differenza del suo collega americano o inglese, non direbbe mai, neanche sotto tortura, “volevo scrivere un best-seller e spero di vendere due milioni di copie”. 

 

MM: Perché il libro è un oggetto sacro, non deve mai proprio mai essere considerato un prodotto culturale con un mercato e una “industria” dietro. È un amuleto e un feticcio. Che deve essere scritto, diretto e prodotto dal timido e schivo scrittore, seguendo l’ispirazione del momento e naturalmente “l’urgenza”.
AM: Però sul “politicamente scorretto” resta imbattibile e imprendibile Dibba. Uno che polverizzerà tutti i record libreschi di Vespa e Veltroni. Il prossimo si intitola “Contro”, un politicamente scorretto con Draghi: “Nel libro ho messo insieme i conflitti di interesse tra finanza e politica, ho scritto della Trattativa Stato-mafia, ho ragionato di atlantismo ed europeismo, di geopolitica, di Medio Oriente”. Dibba Infinity War. 

 

MM: Tipo uno rimandato in tutte le materie. Ma essendo “contro” è probabile che venderà parecchio. 
AM: Sicuro. E ti ricordi, invece, un anno fa, in piena pandemia, tutto un dibattito isterico per tenere aperte le “piccole librerie indipendenti”, altro grande feticcio nazionale? Il libro “cibo dell’anima”, la chiacchierata col libraio di quartiere che nessun Amazon potrà mai sostituire? 

 

MM: Naturalmente tutti cerchiamo di sostenerle, le librerie di quartiere. Anche perché, essendo tutti scrittori, ce le vogliamo tenere buone. A volte, però, ecco dei cortocircuiti. Io vado spesso, per esempio, in una vicino a casa, a piazza Vittorio, a Roma, ed è collocata all’interno di un grande magazzino, e senza accorgertene quindi passi dal reparto profumeria a quello dei libri, senza barriere architettoniche. Proprio la saggistica confina con l’intimo, per cui dalle culotte sfoci direttamente a Tomaso Montanari. La vetrina espone il meglio della narrativa e saggistica di quartiere, dove siamo tutti scrittori e sceneggiatori e uffici stampa. Un eccesso di offerta clamoroso. Allo stesso tempo i commessi del grande magazzino che ogni tanto passano dall’intimo ai libri ignorano questa composizione etnica del quartiere e non sanno che dietro ogni apparente lettore si cela un aggressivo scrittore appena pubblicato. Così, un giorno, mentre era uscito un mio libro, con la mitomania del “published author”, sono andato a chiedere se gli faceva piacere mettere anche il mio in vetrina in quanto scrittore di quartiere, e la commessa di quel giorno mi ha guardato in modo molto perplesso, il che ha acuito la mia vergogna. Sono tornato altre volte. Il libro in vetrina non l’hanno mai messo e io pensavo a oscure trame o vendette o cosche editoriali rivali, ma poi ho saputo che la commessa aveva riferito di un tipo strano che era andato lì a chiedere se poteva mettere in vetrina il suo libro – suo inteso come di sua proprietà, portato da casa. Era preoccupata, e voleva chiamare la sicurezza. 
AM: C’è anche il tema poco trattato della libreria intesa non come “luogo per riflettere” ma come elemento di arredo, soluzione modulare, componibile. Neanche un mese fa vado in una nota catena di negozi d’arredamento romana. Ho una casa nuova, finalmente molto borghese, con ampio salone. Non voglio piegarmi all’ennesima “Billy” e mi decido per la fatidica, “libreria su misura”. Mi metto nelle mani dei loro esperti arredatori (“ti seguiranno passo dopo passo per soddisfare le tue esigenze”). Spiego che la mia esigenza è una libreria a parete, angolare, molto grande. Devo infilarci pile di volumi, libri d’arte, riviste, un paio di enciclopedie, eccetera. Provo anche a farmi capire con un disegno (ho fatto il tecnico, non il liceo classico). Ma l’esperta arredatrice mi ferma subito: “No guardi, così non possiamo farla… poi, scusi, mica vorrà metterci solo libri? Anche nella parte angolare? E che vuole fa’ ’na biblioteca? Se posso permettermi, qui a Roma, in Italia, insomma, le librerie non vanno piene zeppe di libri. Ci andrebbero anche un po’ di oggettini, cornici, fotografie… qui, per esempio, questa mensola la chiuderei, metterei una bella vetrinetta con vasi, cornici, qualche trofeo, non ce l’ha una coppa? Delle medaglie?”. Anche se non ho un trofeo, neanche un secondo posto al torneo di calcetto, mi sfodera i loro cataloghi con queste librerie modulari di design, in effetti piene di cocci tibetani, foto-ricordo, elefantini di ceramica e giusto qualche librone bianco sparso qui e là tra un vaso e l’altro. Mi sono sentito un po’ cafone a volerci mettere tutti i miei libri. Andrò a comprarmi degli “oggettini”. Proverò da “Maisons du Monde”. L’Ikea per quelli con il dottorato.

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