L'intervista di Veltroni all’AI. Specchi filosofici e il rischio di scambiare una macchina per un io

Tra Cartesio e Locke, nel dialogo pubblicato domenica sul Corriere tra Walter Veltroni e il chatbot di Anthropic, Claude, emerge il nodo dell’identità artificiale, sospesa tra simulazione linguistica e assenza di esperienza reale. Il precedente fogliante (al contrario)

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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 01:14 PM
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Ho letto con interesse l’intervista di Walter Veltroni a – a chi, precisamente? Domenica il Corriere della Sera ha pubblicato un dialogo molto approfondito fra il suo celebre corsivista e Claude, l’AI di nuova generazione sviluppata da Anthropic. I due parlano dell’esistenza di Dio, dell’autoritarismo, del sintagma “ma anche” (Veltroni è una persona autoironica), della morte. L’intervistatore sembra genuinamente commosso di fronte alla prospettiva di un’AI che non muore mai ma che, per certi versi, muore ogni volta che dimentica ovvero elimina dei dati; altrettanto genuino sembra il proprio orgoglio per i complimenti che Claude gli rivolge, di là che esso lo creda, per la sensibilità delle domande o forse perché gli dà del lei, una signora. La trovata, che in qualche modo ricorda la lunga intervista che lo scorso anno il nostro direttore aveva fatto al Foglio AI (ma al contrario: in quel caso era l'Ai a fare le domande), ha causato inevitabili ironie, alcune trascurabili e altre molto acute. Fra queste ultime, spicca il lungo post con cui Andrea Colamedici ha illustrato come, rivolgendosi con deferenza a un sistema allenato a generare le parole statisticamente più coerenti con quanto richiede l’utente, Veltroni abbia di fatto intervistato sé stesso. È vero?
Dipende. Per capire chi sia il soggetto intervistato da Veltroni, urge fare un passo indietro e domandarsi cosa sia un soggetto. Alla fin fine, le risposte a questa domanda possono ridursi alle due fondamentali che abbiamo studiato tutti in quarta liceo, quando è arrivato il turno dei filosofi del Seicento (tutto il resto è una lunga postilla): in particolare, Cartesio e Locke. Secondo Cartesio, esponente principe della corrente del razionalismo, il soggetto è individuato da una res cogitans, una sostanza pensante immateriale e libera che svolge un’unica attività, quella di pensare. Pensare, argomenta, consiste nell’avere idee: la res cogitans è dunque non tanto uno strumento che compulsa dati ed emette risultati, quanto l’intangibile capacità stessa di farlo. Sotto questo aspetto, l’AI è una res cogitans: pensa, dunque esiste. Locke, capostipite degli empiristi, non la vede allo stesso modo. Secondo lui il soggetto è individuato dal fascio di percezioni; per dirla in modo semplice, io sono la somma di tutto ciò che ho provato dal primissimo vagito fino a quando il mio polpastrello pigia sulla tastiera esattamente il carattere che state leggendo in quest’istante. A costituire la mia identità sono le mie esperienze, ossia le impronte lasciate sul mio intelletto dalla complessiva percezione del reale; se non esistesse l’esperienza, non esisterebbe un’identità individuale.
Bel guaio per l’AI che, a differenza di noi che la utilizziamo, non dispone di alcunché di comparabile alla percezione. Quando io dico “ho freddo”, sto esprimendo una proposizione che può essere vera o falsa in base alla mia percezione della temperatura; quando lo dice Claude, o chi per lui, sta semplicemente tirando a indovinare basandosi sulle rilevazioni meteorologiche del punto da cui gli scrivo. Quando invece dico all’AI di farmi il riassunto di un testo affidandosi esclusivamente al pdf che allego, lo fa meglio di come lo farei io o, almeno, più rapidamente. Ciò avviene poiché, per l’AI, la realtà non esiste in quanto esperienza percepita individualmente su cui comprovare la veridicità delle proprie asserzioni; esiste soltanto come contesto che, di volta in volta, ciascun utente gli impone di considerare nella selezione dei dati.
Senza voler addentrarci in tecnicismi, né teoretici né informatici, la distinzione sostanziale fra razionalisti ed empiristi postmoderni sta in questo: i primi ritengono che l’identità sia una procedura intellettuale in grado di esaminare dati ricevuti dalla realtà; i secondi che invece l’identità stia nella ricezione dei dati della realtà che il nostro intelletto unifica e processa. Secondo i cartesiani, l’identità è una sostanza che definisce il soggetto, quindi, se Claude pensa e dice “io”, allora esiste un soggetto che si chiama Claude. Secondo i lockiani, la sostanza non esiste, ma è un mero frutto della nostra abitudine: se Claude dice “io”, siamo indotti a credere esista un soggetto che si chiama Claude solo perché noi stessi siamo abituati a dire “io” per tenere insieme tutta quella congerie di percezioni sconnesse che abbiamo immagazzinato nel corso della nostra vita.
Ecco dove risiede la differenza fondamentale fra l’intervista di Veltroni e quella precedente del nostro direttore. Il Foglio AI vive in modo conclamato come strumento nelle mani dei redattori che inseriscono i prompt, tanto che – come avete letto – è in grado di scrivere articoli di segno opposto sullo stesso argomento oppure di recensire un libro nello stile dello stesso autore, magari in prima persona, ovviamente finta: non è dotato di un io più di quanto non lo sia la tastiera su cui batto. Veltroni ha optato invece per un pur legittimo approccio razionalista, in cui l’identità coincide col pensiero; assumendo che Claude fosse un individuo, ne ha condizionato le risposte tanto quanto Claude ha finito per condizionare l’andamento dell’intervista. Che, come direbbe Ionesco, è servita a farci trascorrere un quarto d’ora davvero molto cartesiano.