L'intervista

“Nazionalismo Domestico”. Maté ci porta la guerra in salotto

“Il teatro di guerra è dentro casa, ogni giorno, proprio come all'esterno, ed è quel microcosmo domestico che riflette il macrocosmo del mondo”. Una mostra dell'artista spagnolo alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma

Giuseppe Fantasia

In un Italia colorata di rosso, arancione e giallo per via del Covid, arriva uno spagnolo, Mateo Maté, e ne disegna una a modo suo, come se fosse una di quelle grandi cartine geografiche di cui erano piene le aule scolastiche negli anni ’80 e ’90. Sceglie il bianco e nero e sostituisce i nomi di regioni, città, monti, fiumi, laghi e mari con planimetrie di case qualunque, più o meno grandi e più o meno definite tra tavoli e sedie, divani e finestre. Guarda all’ambiente domestico come se volesse esplorare un territorio nemico utilizzando mappe, immagini e dati raccolti da aerei spia. Le sue topografie possono essere intese come le fasi di studio e preparazione di un attacco militare che risponde a un piano preciso dove paesaggi, forme ed elementi caratteristici del campo di battaglia si confondono con quelli della casa. 

  

“È tutto racchiuso in quegli ambienti, ed è lì che può nascere il problema”, spiega al Foglio quando lo incontriamo tra mascherine e giusto distanziamento. Siamo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma - “la” Galleria Nazionale, come viene oramai chiamata dai più, eccezion fatta per i più nostalgici per cui è ancora “Gnam” – che fino all’8 febbraio del prossimo anno ospiterà “Nazionalismo Domestico”, il suo nuovo progetto artistico. Definirlo mostra sarebbe riduttivo, perché il lavoro di questo artista madrileno - con personali al Reina Sofia e in Messico in attesa di quella al Museo Weserburg di Brema – è un vero percorso che inizia all’ingresso del bel museo con vista su Villa Borghese fino a coinvolgerlo in diverse sale. Opere che abbelliscono (ad esempio le tante bandiere colorate che troverete sulla sinistra) e che colpiscono (la cucina a gas dove uno dei fornelli neri ha la forma della Spagna), che invitano all’uso (il salotto ‘militarizzato’ con la tv accesa che trasmette un video con la bandiera americana) o semplicemente a riflettere tra non poco stupore, come il video del 2009 che ha lo stesso titolo della mostra (e dell’installazione posizionata nella mostra Back to Nature) in cui spezzoni di film violenti si susseguono uno dopo l’altro. Immagini in cui Maté ha deciso di raccontare la sua intenzione di sovrapporre i gesti e gli atteggiamenti tipici di una riunione familiare con quelli necessari a preparare una battaglia. Immagini diverse che si susseguono contaminandosi a vicenda fino a diventare tutte parte di una stessa violenta tensione, senza capire più se stiamo assistendo a un pranzo o a un combattimento. 

   

Il percorso continua in quei luoghi di passaggio e di collegamento del museo quasi mai utilizzati per le esposizioni (anche nel bookshop ad esempio) ed è lì che quegli oggetti di uso quotidiano –tavoli, quadri, scope e altri accessori messi come stemmi araldici - finiscono col rimandare a una vita domestica solo apparentemente familiare, perché in realtà è piena di inquietudini e di enigmi proprio come il mondo che c’è là fuori. Una dimensione narrativa, quella di Maté, raccontata attraverso opere che vanno ad esplorare tensioni e forme di violenza tipiche della modernità, ma adombrate all’interno di contesti considerati protetti. L’artista mostra gli spazi che abitiamo - luoghi e stanze vuote o con oggetti - in cui si intrecciano e si confondono il privato e il sociale, il politico e l’esistenziale, l’individuo e il collettivo. L’ironia è la sua ‘arma’ e la usa per assicurarsi il coinvolgimento critico dello spettatore, rapendolo con temi come la costruzione dell’identità, la crescente militarizzazione della sfera domestica, l’esperienza dello straniamento, il rapporto tra arte e vita, l’emergere della videosorveglianza come nuova narrazione della vita contemporanea senza dimenticare l’interiorizzazione dei meccanismi di potere. Un tavolo da pranzo in legno – a forma di Italia, Spagna e Portogallo - diventa così per lui un territorio da difendere come se stessimo giocando ad una partita di Risiko. C’è anche l’Inghilterra, “ma più in là, precisa, perché oramai c’è la Brexit”. Una tovaglia che dovrebbe ricoprirlo diventa la sua bandiera sventolata orgogliosamente da una ragazza vestita con la stessa tonalità. La sua è una “confusione indotta”, come la definisce lui, un insieme di scene in cui il quotidiano si trasforma in atti eroici e dove gli atti più innocenti diventano azioni aggressive che rivelano la quotidianità stessa del conflitto e della violenza. “Ci troviamo a difendere un pezzo di terra sempre più piccolo in un atto di assurdo egoismo senza scopo”, conclude l’artista. “Il teatro di guerra è dentro casa, ogni giorno, proprio come all’esterno, ed è quel microcosmo domestico che riflette il macrocosmo del mondo”.

 

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