I grandi della letteratura prestati alla pubblicità

Mariarosa Mancuso

Twain e le macchine per scrivere, Steinbeck e la birra. Gli scrittori-testimonial

“Mi ricordo di quando i dottori facevano pubblicità alle sigarette”, dice Kevin Kline a una ragazza molto più giovane di lui. Succedeva nel film “Bolle di sapone” di Michael Hoffman, con l’intenzione di interrompere una liaison sentimentale. Era il 1991, la differenza di età tra i piccioncini la possiamo calcolare attorno ai vent’anni: in “L’esorcista” di William Friedkin, dopo aver visitato la ragazzina Linda Blair, il medico parla con la madre dell’indemoniata accendendosi una Marlboro (le ambulanze fuori dai cinema ora le metterebbero per il tabacco, non per il diavolo).

 

Emily Temple, su Lit Hub, ricorda invece quando gli scrittori facevano pubblicità alla birra, agli orologi preziosi, alla vodka. O alle macchine per scrivere. Magari dopo aver celebrato pubblicamente le meraviglie di una penna stilografica Conklin, prodigiosa perché si ricaricava usando una sola mano. Il testimonial per tutte le stagioni fu Mark Twain: uno dei primi a usare una macchina per scrivere – e si vanta, nella sua “Autobiografia”, di aver posseduto uno dei primi apparecchi telefonici privati, le novità gli piacevano. Con la tastiera fu un grande amore, dopo il primo scazzo.

 

Nel 1875 Mark Twain scrisse una lettera alla ditta Remington & Sons, firmata con il suo vero nome Samuel L. Clemens: chiedeva di non raccontare in giro che si era comprato una macchina per scrivere. Chi lo scopriva, per aver ricevuto una lettera dattiloscritta, dimenticava l’argomento della missiva e lo tormentava di domande sulla diavoleria meccanica: come funziona, come ti trovi, davvero si risparmia tempo? Vent’anni dopo cambiò idea, non poteva più farne a meno – il caloroso apprezzamento fu affidato all’autobiografia. Non sappiamo se l’idea del prima e del dopo – del cliente riottoso e poi entusiasta – l’abbia avuta la Remington, oppure Mark Twain, oppure i due geni della pubblicità combinati insieme. Decisamente funziona, e lo scrittore trova le parole giuste: “Le prime macchine erano piene di difetti, alcuni diabolici. Ora hanno solo virtù”.

 

Trova le parole giuste anche Ernest Hemingway, per la birra Ballantine Ale che con lui aveva arruolato John Steinbeck e Anita Loos, la scrittrice di “Gli uomini preferiscono le bionde”. Ognuno scrive una paginetta per celebrare la virtù della bionda, mentre nella pubblicità della Vodka Smirnoff compare Langston Hughes, il poeta della Harlem Renaissance: quando, parole sue, “the negro was in vogue” (non erano poi così indietro, nel 1959). 

 

Maurice Sendak – lo scrittore di “Nel paese delle creature selvagge” – celebra le virtù delle videocassette Sony Beta. Sprofondato su una sedia di vimini da piantagione del profondo sud, Tennessee Williams raccomanda la WPAT Radio. Il giallista Mickey Spillane compare in due spot per la birra Miller Lite. Quando sbircia una bionda strizzata in un vestito di paillettes dorate, la abborda alla maniera dei veri duri: “Cosa fa una bella ragazza come te in un annuncio pubblicitario come questo?”.

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