Taverne da incubo in una Parigi orrenda dove “va tutto a farsi fottere”

Marco Archetti

“Nella corrente” di Huysmans, l’amara scoperta della modernità

Joris-Karl Huysmans era dotato di uno sfacciato genio letterario: consacratosi alla prosa dopo un esordio poetico epigonale, ogni volta che prendeva in mano la penna vedeva la propria opera trasformarsi in un manifesto – spesso, in un manifesto precursore. È successo con “Sac au dos”, racconto pubblicato nella raccolta “Les soirées de Medan”, manifesto dei Naturalisti. Ed è successo con “À rébours” (in italiano, “Controcorrente”) romanzo col quale lo scrittore anticipò il Decadentismo, impressionò Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio e, attraverso il racconto del rifugio nell’estetismo cui ricorrerà il protagonista Jean Floressas Des Esseintes, riuscirà a rappresentare il senso di sconfitta di una generazione in crisi di rapporto col nuovo secolo – l’amico Barbey d’Aurevilly prefigurerà così il futuro dello scrittore: “Dopo un simile libro non gli resterà che la canna di una pistola o gettarsi ai piedi della croce”, cosa che in effetti Huysmans farà, diventando nel 1902 oblato benedettino dopo essere passato per una breve fascinazione occultista.

 

“À vau-l’eau” (1882) – lo si può trovare col titolo di “Nella corrente” presso le edizioni Barbès, ma si poteva provocatoriamente intitolare “Cucine da incubo” – è uno dei testi meno noti e più belli di questo scrittore che, con la traiettoria della propria vita, disegna un’esperienza umana e culturale esemplari. Nel 1900 verrà anche nominato presidente del primo premio Goncourt, e suona singolare che la nomina più autorevole ottenuta in vita rechi la data inaugurale di un secolo nel quale quest’uomo inquieto, quietamente folle e discendente, da parte di padre, di una famiglia di miniaturisti, non si riconoscesse per nulla.

 

In realtà è questo il senso del romanzo: sotto la traccia delle gastro-disavventure di Jean Folantin, dandy irrealizzabile perciò uomo condannato alla realtà, edonista incapace di essere diverso da quello che invece maledettamente è, ossia un travet nauseato alla ricerca di un ristorante decente impossibile da trovare, si nasconde uno sguardo impietoso su un mondo e su una Parigi orrenda e sempre più brutta, rumorosa e insopportabile, che trasfigura se stessa e si getta a corpo morto nel mare smisurato di un secolo che ne ingoierà la bellezza e ne frantumerà ogni possibilità di salvezza. “Che vita impossibile,” è la frase che sfugge più spesso dalla bocca di questo manqué invischiato nel livore verso una città che non riconosce, che vorrebbe ancora luogo dell’anima e che sotto i suoi occhi si sta invece trasformando in un luogo del corpo, anzi, dei corpi, gli orrendi corpi dei mangianti stramangianti, stravaccati nelle laide bettole che punteggiano ogni angolo di strada.

 

“Scendendo più in basso e frequentando autentiche stalle oppure taverne di infimo ordine, la clientela era ancora più sgradevole e la sporcizia incredibile: la carne era puzzolente e rattrappita come suola di stivale, i bicchieri conservavano impresse le impronte delle bocche, i coltelli erano unti e nelle scanalature delle stoviglie permaneva il giallo delle uova consumate. Le verdure bollite sembravano i pastoni delle prigioni statali”. Questo il quadro, eppure Folantin continuerà a cercare senza darsi per vinto, o meglio, sospettandosi vinto e aggrappandosi al proprio desiderio di bellezza, provando a resistere all’avversione nei confronti di quel cumulo umano berciante tra schizzi di salsa, schiamazzi e avanzi sudici, e dandosi a vagare come un’ombra in una Parigi sventrata e disposta a demolire e a ricostruire peggio di prima, e a trangugiare e triturare tutto, uomini e donne compresi. “Folantin vedeva scorrergli davanti tutti i luoghi comuni e le bugie. Gli astanti appartenevano alla gioventù delle scuole, a quella gloriosa generazione che, con le proprie idee servili, garantisce alla classe dirigente il perpetuo ricambio della propria stupidità”. Folantin è testimone di un mondo che scompare e si sente scomparire quanto più vorrebbe divorare i divoratori. “‘Va tutto a farsi fottere’, si disse con un sospiro”. Perché Folantin lo sa: non c’è speranza e ogni sforzo è inutile. Il futuro offre solo cattivi ristoranti e una città che spalanca le fauci. Anche l’incontro con una prostituta che lo irretisce suo malgrado gli riserverà solo amarezza e un senso inguaribile di squallore. La bellezza è forse solo ricordare: una piazza illuminata dal sole, il lamento di un cantore presso una fontana, il vecchio mercato dei fiori vicino al seminario.

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