Di quali idee (più o meno ingenue) ha bisogno la politica per funzionare

Alfonso Berardinelli

L’homo informaticus e il futuro verde e blu secondo Floridi

Quando ho buttato l’occhio sulla copertina del libro di Luciano Floridi Il verde e il blu (Raffaello Cortina, 278 pp., 16 euro) e ho letto il sottotitolo “Idee ingenue per migliorare la politica”, mi sono subito detto che questo è il libro giusto per me. Non solo per me, credo, dato che la politica tocca sempre e da vicino soprattutto quell’enorme maggioranza di persone e di elettori, enfaticamente chiamata “popolo”, a cui capita di convivere con idee ingenue, a volte innocue (“non c’è rimedio”) e a volte criminose (“se ne vadano tutti”), dedicate al ceto politico.

 

Le idee ingenue, però, in politica non hanno corso. Dire politica vuole dire saper dosare astuzia e potere, doppiezza e manipolazione: la competenza viene dopo... Vedete? Ho idee ingenuamente aggressive nei confronti della politica. Mi auguro persino che coloro che la fanno si rendano virtuosamente invisibili facendo il proprio dovere di risolvere più problemi possibili a coloro che fanno altro con le mani e con la testa, senza apparire sulla scena pubblica.

 

Il risvolto di copertina mi informa che Luciano Floridi è “una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea”; insegna filosofia e etica dell’informazione a Oxford; dirige un Digital Ethic Lab ed è presidente del Data Ethics Group dell’Alan Touring Institute, che svolge ricerche sull’intelligenza artificiale.

 

A questo punto capisco che le sue idee possono essere definite “ingenue” solo per un civile ma provocatorio understatement. Io in confronto a Floridi sono un uomo delle caverne, temo l’intelligenza artificiale come nell’età della pietra si temeva il fulmine e il tuono. Mi accorgo perciò che se il libro di Floridi fa per me, io invece non posso sembrare a Floridi il lettore che si augura. Poco male, quelli come me sono in via di sparizione, non fanno numero.

 

Ma vediamo. Essendo molto gentile e comprensivo con i suoi lettori, Floridi suggerisce a quelli di loro che hanno fretta di concentrarsi sul capitolo “Idee politiche per una società matura dell’informazione”: non poche idee, numerate da 1 a 100. Ma se la fretta è poi assoluta, allora l’autore suggerisce di non fare la fatica di leggere tutto lo svolgimento dell’idea ma soltanto la sua enunciazione iniziale. Vedo subito che l’autore è quasi eroicamente didascalico e all’idea numero 3 ci dice: “Una società buona è una società tollerante e giusta, e perciò pacifica e libera”. Alla 13 è ancora più apodittico: “Una società buona richiede una politica buona”.

 

Le idee di questo tipo sono la farina, non il lievito, del libro. Il lievito è semmai nella forza d’urto che può avere l’“ingenuità” delle idee quando vengono schierate contro le più ovvie o peggiori qualità della politica in generale e di quella italiana in particolare. Il semplice fatto che si osi parlare di “società buona” costringe a pensare che cos’è una società buona, questione tanto elementare e fondamentale da essere sistematicamente evitata. La società viene da tempo considerata un fatto compiuto al novanta per cento, più che un oggetto di decisioni precise e un prodotto di scelte coraggiose. Il sistema economico e tecnico mondiale è così velocemente interconnesso che da scegliere liberamente non c’è molto e si può decidere soprattutto di adeguarsi.

 

A metà della strada, con l’idea numero 49, si arriva a un punto delicato: “la formazione dell’opinione pubblica avviene attraverso il marketing (retorica) delle idee”. Idea 52: “Una buona politica trasforma (marketing) le idee buone in opinione pubblica”. Idea 54: “La retorica (marketing) della ragione è il modo migliore per formare politicamente l’opinione pubblica”.

 

Qui sono tentato di scandalizzarmi un po’. Avendo avuto una formazione culturale tradizionalmente moderna e in certa misura anche classica, trovo che l’accostamento di due termini come “idee” e “marketing” faccia pensare alla figura retorica dell’ossimoro, o accostamento (suggestivo? inaccettabile?) di due nozioni non conciliabili. Non ho neppure ingoiato facilmente una locuzione innovativa negli anni Ottanta e ormai perfino invecchiata come “mercato politico”. Alla sovrapposizione fra politica e mercato, idee e mercato, preferisco la distinzione benché, come si diceva una volta, dialettica. Ho detto preferisco: ma mi adeguo ai tempi e dico “preferirei”, dato che il mercato ha già divorato e colonizzato la cultura con lo strapotere della pubblicità (dagli istituti di ricerca più avanzati alle arti, alla cultura di massa) e si fa ubbidire facilmente anche dalla politica e dallo stato, che hanno accettato come primo dovere di incrementare e fluidificare gli affari. Gli affari sono una religione mondiale e saperlo è meglio che non saperlo. Questo però non sembra piacere a Floridi, che infatti all’idea numero 62 dice: “Senza solidarietà e fiducia c’è solo libero mercato, ma non una prosperità equa”.

 

Solidarietà e fiducia sono dunque necessarie a una società e a una politica buone. Ma se le tecniche di vendita e di commercio (marketing) ci dicono che la solidarietà, la fiducia e altre idee buone, “non vendono” perché il pubblico non le gradisce, allora restano idee buone o diventano cattive, cioè inutili, inefficaci, illusorie e da scartare? È vero che l’opinione pubblica “non esiste, si forma” (idea numero 48), ma non si forma partendo dal nulla, si forma di nuovo solo a partire da quello che già esiste. Quella che Floridi chiama retorica, cioè formulazione efficacemente e opportunamente comunicativa, è davvero la stessa cosa che una tecnica di marketing? A volte, anzi spesso, le idee originali e buone appaiono inopportune e fuori mercato, il che spiega perché la politica, che cerca consenso e voti, scelga più idee che hanno già mercato presso l’opinione pubblica, anche se non sono idee buone, invece che quelle buone ma meno popolari e meno risapute.

 

Mi fermo qui e rimando ad altra occasione di discutere tutte le 100 idee. Per concludere, una sola osservazione, politicamente irrilevante perché idiosincratica. L’idea numero 100 dice: “Il progetto umano per il secolo digitale è il verde e il blu”, cioè ambientalismo più informatica. Forse sì, se il mondo politico fosse una tabula rasa in cui ricominciare da zero. A me sembra che l’homo informaticus sia sempre meno sensibile agli ambienti reali e naturali. Preferisce quelli virtuali, li frequenta di più e si illude di poterci vivere anima e corpo. Il suo eventuale ambientalismo su quali esperienze ambientali si fonda?