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La felicità è una striscia dei Peanuts

Vent’anni fa moriva Charles “Sparky” Schulz. Ma Snoopy, Charlie Brown e soci sono più vivi che mai. Una poesia per ogni giorno, uno sterminato romanzo a fumetti dagli anni Cinquanta al Duemila

11 Febbraio 2020 alle 16:55

La felicità è una striscia dei Peanuts

Charles M. Schulz (Roger Higgins, World Telegram staff photographer CC0)

“Cari amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant'anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall'attività. Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l'affetto espressi dai lettori della mia striscia in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy...  non potrò mai dimenticarli.”

 

 

Con queste parole, pubblicate il 13 febbraio 2000, Charles Monroe Schulz, detto Sparky, si congedava dai lettori: per ragioni di salute non poteva più proseguire la striscia dei Peanuts (letteralmente “noccioline”), da lui creata quasi cinquant’anni prima, il 3 ottobre 1950. Schulz si congedava dai Peanuts, ma in realtà il giorno prima si era congedato dalla vita: era morto il 12 febbraio, come se non potesse stare senza i suoi personaggi, dal timido Charlie Brown, innamorato della leggendaria “ragazzina dai capelli rossi” alla “bambina Alpha” Lucy, dall’intellettuale Linus con la sua inseparabile coperta, alla “bambina hippie” Piperita Patty e, soprattutto, al geniale, simpaticissimo cane Snoopy. Personaggi che erano tutti parte della sua personalità e che sono sempre vivi e popolarissimi.

   

“Penso che con la sua striscia Schulz abbia colpito quel punto cruciale fra tenero e amabile e profondo e commovente” dice Gary Groth, critico fumettistico statunitense, amico di Schulz e della sua famiglia ed editore, con la sua Fantagraphics, di tutte le strisce dei “Peanuts” in ordine cronologico in curatissimi volumi usciti fra il 2004 e il 2016. “Gli americani hanno bisogno che qualcosa sia tenero e amabile perché altrimenti a loro non piace, ma il fatto che sia anche profondo e commovente è un bonus. In questo senso la serie è stata un elemento della cultura di massa terribilmente sovversivo: Schulz seduceva i lettori spingendoli verso la striscia e loro uscivano dalla lettura con più di quello che avevano chiesto. Ovviamente se erano abbastanza intelligenti da capirlo, sono certo che molti non lo erano”. 

  

Profondo il legame con l’Italia: nel 1965 esce “Linus”, la prima rivista di fumetto “colto”, dal nome di uno dei personaggi della striscia che veniva pubblicata al suo interno. Adesso diretta dal fumettista Igort (al secolo Igor Tuveri), il numero di febbraio della rivista celebra i vent’anni dalla scomparsa di Sparky con interventi di autori italiani come i disegnatori Paolo Bacilieri e Sergio Ponchione e stranieri, come lo scrittore statunitense Jonathan Lethem o il fumettista canadese Seth che ha curato la grafica dei volumi Fantagraphics.

   

Bacilieri racconta, nel numero di Linus in edicola, di aver scoperto i Peanuts grazie al volumetto “Il Vangelo secondo Charlie Brown” ricevuto in dono da una zia per la cresima che lo ha convertito alla religione dei Peanuts e del Grande Cocomero, bizzarra creatura che secondo Linus (il ragazzino, non la rivista) sorgerebbe dall’orto delle zucche per portare doni ai bambini la notte di Halloween, quasi due mesi prima di Babbo Natale. “Da bambino non ero un avido consumatore di Noccioline, me le gustavo di tanto in tanto, quando forte era il richiamo della ragazzina dai capelli rossi o del Grande Cocomero” dice al Foglio Ponchione. “Ma quando iniziai a pubblicare su Linus presi ad assumerle regolarmente ogni mese scoprendone davvero i prodigi. Pillole benefiche per corpo e spirito”.

 

Tantissimi autori sono stati influenzati dalla serie. “Non ha soltanto sdoganato il fumetto presso molti, da Umberto Eco in poi” aggiunge lo sceneggiatore Roberto Gagnor, sentito dal Foglio. “Ha dimostrato con assoluta semplicità  che si può raccontare la vita, vera, tutta: dal sogno di Snoopy alla delusione di Charlie Brown, dalla furia esistenziale di Lucy agli amori incompresi. Il tratto di Schulz, poi, apparentemente ingenuo, si modula in un'infinità di finezze, di differenze, di tonalità di racconto, tra malinconia e ironia. Una poesia per ogni giorno, un coraggioso e riuscito tentativo di esserci – per cinquant'anni e poi per sempre – raccontando tutto, e tutti noi”.

 

Per molti quello con la striscia è stato fra i primi incontri con il fumetto. “Ricordo bene che intorno ai tre-quattro anni avevo una maglietta estiva con l’immagine di Snoopy”, racconta al Foglio il critico Giuseppe Pollicelli. “I Peanuts in quanto fumetti li ho conosciuti poco tempo dopo, perché in casa dei miei, regalato forse da qualche loro amico al quale non interessava più, è entrato il libretto 'Caro amico di matita', edito nel 1977. Soltanto da adulto, però, ho iniziato ad apprezzare pienamente la striscia. Di una cosa sono sicuro: a differenza di quanto sostenuto da Eco, i Penuts non sono solamente un riflesso del mondo adulto, ma ci dicono molto pure della complessa e decisiva stagione dell’infanzia”.

  

Anche Giovanni Nahmias, probabilmente il più importante collezionista di tavole originali a fumetti in Italia, ha incontrato i Peanuts da piccolo. “Ho ritrovato una foto dove c’era un poster di Charlie Brown di fianco alla mia culla” ricorda. Era un manifesto del 1969 (lui è classe 1970), l’ha visto su eBay e se lo è comprato. È stato invece più difficile trovare una striscia originale dei Peanuts. “Sono un collezionista da vent’anni, ma non ero mai riuscito a procurarmene una. L’occasione è capitata lo scorso anno al Museo Schulz a Santa Rosa dove ho incontrato una persona che mi ha venduto una striscia per me davvero significativa: c’è Snoopy che percepisce il suo corpo come un qualcosa di altro da se stesso, che non lo fa dormire, e anch’io ho sempre avuto un rapporto dialettico con il mio corpo”.

 

  

Nahmias riassume il pensiero di molti appassionati: i Peanuts sono il fumetto definitivo. “Se dovessi scegliere un solo fumetto da salvare, pur amando tantissimo pionieri come Winsor McKay di Little Nemo o George Herriman di Krazy Cat, sceglierei i Peanuts. Hanno il primo formato dei comics, la striscia, ma al tempo stesso sono una lunghissima graphic novel, uno sterminato romanzo a fumetti dagli anni Cinquanta al Duemila. Apparentemente i personaggi non invecchiano mai, però la striscia cambia, giovane nei Cinquanta e via via sempre più sofisticata. E cambia anche alla lettura, ti comunica cose diverse a seconda dell’età che hai quando la leggi”.

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