A Verona gli eroi moderni di Giacometti

Fino al 5 aprile alla Gran Guardia la mostra dedicata all'artista svizzero e al suo tempo con le opere provenienti dalla Fondazione Maeght

Giuseppe Fantasia

Verona. Una città come New York non si è mai lasciata stupire né si stupisce più di tanto, ma quando – sul finire degli anni Cinquanta – furono esposte per la prima volta tre sculture di Alberto Giacometti (1901-1966), furono in molti a capire che stava accadendo qualcosa di nuovo. Davanti alla Chase Manhattan Bank, in un posto che quell’artista originario di Val Bregaglia, in Svizzera, non aveva mai visitato prima, vennero collocate tre sculture: una grande figura femminile in piedi con le mani strette lungo i fianchi, un uomo che cammina alto due metri e una grande testa. Tre opere che divennero ben presto delle icone all’interno dell’opera di Giacometti come nel percorso della scultura del Ventesimo secolo. “Quelle sculture diventeranno degli eroi moderni”, spiega al Foglio Marco Goldin, curatore di Il tempo di Giacometti: da Chagall a Kandisky, capolavori dalla fondazione Maeght, una grande mostra organizzata da Linea d’ombra in programma alla Gran Guardia di Verona fino al 5 aprile del prossimo anno. “Sono figure – aggiunge lui che si è innamorato di Giacometti e della sua opera ai tempi dell’università – che sorgono da un tempo quasi irraggiungibile, disposte a raggiungere o ad attraversare uno spazio, sono distanti e apparentemente immutabili”.

 

Ognuna di esse, che nella città veneta troverete esposte all’inizio del percorso, ha una vita a sé, ma tutte insieme catturano ancora di più l’attenzione, perché è come se parlassero. Tutte e tre rappresentano quella che Goldin definisce “la sintesi perfetta di quanto Giacometti ha chiesto alla scultura”: essere la rappresentazione di sé e del mondo sacro, essere la brevità della vita e la teoria dell’immenso. Sono di grandi dimensioni, perché Giacometti era sempre contrario alla moda corrente di realizzare sculture piccole per poi farle ingrandire successivamente, come faceva Rodin, al pantografo. No, o lui le faceva così, o proprio non le faceva. Le faceva piccole, poi grandi, poi ancora piccole o più grandi ancora. Il suo era un toccare, un modellare e un plasmare quella materia da cui far uscire figure umane da mandare poi in fonderia fino a diventare quelle che sono ancora oggi. Le donne di Venezia sono due, entrambe del 1956 e c’è la testa di suo fratello Diego - da cui sarà separato per tutta la durata del conflitto mondiale – che è di due anni prima.

 

“Giacometti è una specie di uomo rinascimentale e completo”, continua Goldin. “Mi è sempre piaciuto per il suo rapporto con il senso della vita, il suo esistenzialismo e il suo potente collegamento con la pittura, la filosofia e la poesia. È un uomo contemporaneo per la profondità della sua avventura umana, ma è anti-contemporaneo perché ha costruito il suo racconto e la sua ricerca sul silenzio, sulla ripetizione continua delle stesse figure, sempre con calma, che è l’esatto contrario di quello che viviamo noi oggi. Era una persona rarissima che aveva, tra l’altro, anche un totale disinteresse per la ricchezza, una maniera francescana la sua, che lo portava ad aiutare tantissimo le persone e a farsi ingannare dalle tante donne che gli giravano attorno, ma lui era felice così”.

 

Tutte le opere presenti nella mostra veronese (un centinaio, di cui 70 di Giacometti), provengono dalla Fondazione Maeght, fondata dai coniugi Aimé e Marguerite Maeght nel 1964 dove oggi c’è una delle più importanti collezioni in Europa di dipinti, disegni, sculture e opere grafiche del XX secolo. Vi troverete Braque, Chagall, Miró, Kandinsky, Derain, Léger e Calder, presenti con alcune delle opere più significative anche in questa mostra veronese, perché la stessa è un omaggio monografico al maestro svizzero, ma anche uno sguardo decisivo sul tempo che ha caratterizzato la sua vita a Parigi dove decise di abitare dal 1922.

 

Tra queste, vi colpirà Sole Giallo (1958) di Marc Chagall, che per alcuni elementi – un uomo che abbraccia una donna – ricorda un altro suo quadro, La Mariée (1950) (quello che nel film Notting Hill era il regalo che Julia Roberts faceva a Hugh Grant), anche qui messi in risalto, ma sulla destra, non al centro. Il paesaggio è anche qui composito e privo di coordinate spazio-temporali, come era solito fare il pittore bielorusso. Si ritrova anche una vegetazione ondulata e morbida in cui si intravedono un animale fluttuante e un uccello che suona il violino. Spicca, su tutti, il sole che da’ il titolo all’opera e che è giallo, il colore della vicinanza e del tangibile, la sua visione onirica e personale della realtà. Per Chagall come per lo stesso Giacometti che cercò sempre di muovere l’aria per ascoltare un profumo, la verità non esiste, ma si trova all’interno delle cose e all’interno dello sguardo. Basta solo cercarlo.

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