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Un Vangelo di teatro

Il sacro è morto? Il teatro è morto? O è morto il teatro sacro? Niente affatto: a Udine Aida Talliente, gran funambola del palcoscenico, porta in scena “Il  Vangelo delle Beatitudini”. Una bella sfida

23 Febbraio 2019 alle 15:16

Un Vangelo di teatro

Chi se lo piglia uno spettacolo così? Una donna sola sul palco a gridare “Beati quelli”, una donna forte come una montagna, fragile come la speranza, che offre il suo corpo per mettere in scena il sacro spettacolo del Vangelo, perché “Ultimamente in teatro non si percepisce più il senso del rituale, perché gli spettacoli vanno verso l’intrattenimento. Ma quel luogo è un luogo virtualmente sacro e bisogna mettersi nell’ottica di attraversare un’esperienza insieme, altrimenti diventa solo passatempo”. Si chiama proprio così “Il Vangelo delle Beatitudini”, la nuova creazione di Aida Talliente, funambolo del teatro, quarantenne con l’anima di una bambina piena di gioia, che da anni lavora in spettacoli autoprodotti, indipendenti, distribuiti miracolosamente grazie a un passaparola senza hashtag davanti, spettacoli basati su storie vere, scelte da lei, portate alla luce della scena lentamente, trasformate in azioni fisiche faticosamente, fatti amare dal pubblico senza affidarsi ai social, ma al suo stesso corpo. Con cura, sacrificio, devozione – e infatti in Friuli, il suo territorio, è amatissima.

 

 

 

Chi se lo piglia questo spettacolo di Aida, in scena per un weekend, stasera è l’ultima sera, prima di iniziare a girare l’Italia, come Dio vorrà al teatro San Giorgio di Udine (casa del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, che ha co-prodotto lo spettacolo con Aria Teatro Pergine) e ancor prima di partire è stato successo ed è andato esauritissimo e si è aggiunta una data e poi un’altra, il 10 aprile, a Pergine e poi tutte le date di chi se lo vorrà pigliare? In scena lei, “con la sua dream machine, i giocattoli sonori, le video animazioni”, lei, che per fare il suo debutto nazionale ha provato ore e ore in totale solitudine, cercando il modo di trasferire un miracolo avvenutole dentro da tempo: “E’ tanto che mi gira in testa la forza delle Beatitudini. Io non sono religiosa ma credo di avere molta fede. Penso che la parola Dio ha valore quando indica amore, carità, compassione, giustizia, umiltà, purezza di cuore. Quando le persone dicono di essere atee ma tengono a questi valori allora c’è sacralità. Mi sono appoggiata al Vangelo delle Beatitudini, perché è la linea guida, la traccia di una persona e contiene tutti quei principi che sarebbe straordinario avere in vita. Infatti spesso viene letto ai funerali”.

 

 

 

La Talliente è abituata a fare teatro in condizioni estreme: tra gli Indios, nei campi profughi, in Africa e naturalmente a Udine, dove è nata. Ma ha deciso di portare sul palco il Vangelo qui, stavolta, perché è qui che viviamo in tempi “particolari, indecifrabili, pericolosi”. Per lei queste Beatitudini sono qualcosa di molto concreto e il Vangelo in questo testo non è dogma, ma storie vive e laiche. Per attraversare ognuna delle parti del Discorso della Montagna ha creato quadri, ispirati ciascuno a una storia diversa: per gli umili e i puri di cuore le foto con i volti della sua famiglia e una danza visionaria; per quelli che piangono e hanno compassione la vita di un sacerdote, che sulla tomba del padre racconta le esperienze forti che gli sono accadute; per i non violenti la storia dell’ergastolano FLR, un ex boss di mafia in carcere di massima sicurezza a Tolmezzo.

 

Per costruire la drammaturgia e regalare un filo conduttore a queste storie diverse tra loro, ha divorato materiali di origine e intenzioni eterogenee: la Bibbia, prima di tutto, ma poi anche T. S. Eliot e Turoldo, Allen Ginsberg e Vito Mancuso: “Siamo spaesati. I giovani soprattutto sono spaesati. Recuperare il senso della sacralità? Si può fare. Se si hanno legami affettivi profondi, costruiti attraverso la famiglia o il circuito sociale. Allora si capisce che la sacralità è dentro l’essere umano, come fede in quello che si fa nel mondo e negli altri”.

 

Chi se la piglia questa donna, che invece di cercare le storie online o creare movimenti, gira per il mondo e per le sue terre alla ricerca di persone vere, da studiare fin nel modo in cui la luce cade loro sulle dita: “Incontro persone con cui passo tanto tempo: parlano con me, ho modo di osservarle, mettermele addosso. In modo mimesico, senza imitarle: come muovono le mani, come respirano…”. In scena con Aida ci sono quelli che chiama “materiali affettivi” e anche “cose di cui non sapevo niente”, per non avere sempre una rete di protezione. A terra sul proscenio una consolle che lei chiama “altare”: “Perché sopra ci sono gli oggetti da cui parte il rito dello spettacolo: proiettore, foto di famiglia, ventilatori, una stazione con cui creo i suoni nel momento”. Lo spazio è un tappeto bianco pieno di pieghe, come un foglio di carta stracciata, anche il fondale è bianco, enorme. Chi se lo piglia, uno spettacolo con questo ordine morale, con questo puritanesimo, con questi valori, dove il bianco torna bianco, senza protesta, solo speranza?

Stefania Vitulli

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