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Responsabilità e ribellismo

"E’ ora di mettersi in gioco”, scrive Baricco. Breve aggiunta su un vizio italiano

12 Gennaio 2019 alle 06:03

Responsabilità e ribellismo

Foto LaPresse

"Dunque, riassumendo: è andato in pezzi un certo patto tra le élite e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola”. E’ l’inizio del lungo testo scritto ieri da Alessandro Baricco per Repubblica, e poiché è un bravo scrittore gli bastano poche parole per inquadrare un tema attorno al quale gli altri ronzano spesso a vuoto. Sotto a un titolo imperativo, o un campanello d’allarme, “E’ ora che le élite si mettano in gioco”, Baricco mette in fila tanti argomenti. Molti esatti, altri condivisibili, qualcuno magari più da discutere, come è ovvio. Si parte dal riassunto delle élite non come casta feudale, ma come ceto ampio che non soltanto per ricchezza ereditata, ma per studio, per meritocrazia, per impegno lavorativo o pubblico (“si fanno un mazzo così”) vive in “elegante parco naturale” protetto. E da lì, i membri delle élite “tengono per i coglioni il mondo”. Oppure – è sempre stato il dilemma dell’umanità – “lo tengono in piedi”.

 

Bene, Baricco parte dalla constatazione che, ultimamente, prevale la prima delle due interpretazioni. E qui il tema si fa interessante: è accaduto perché la gente è impazzita, perché c’è stata la crisi economica, e there is no alternative? O è avvenuto (anche) perché un patto durato a lungo – le élite che si tengono i loro privilegi, ma pensano responsabilmente alla comunità e al suo progresso e stabile benessere (imprenditori, medici, insegnanti…) – è saltato? Le élite si sono messe, per tanti motivi tra cui la paura, a pensare solo a se stesse. E’ ora di cambiare, è la tesi di Baricco. Anche solo elencare tutti i suoi ragionamenti è qui impossibile. Restringendoli all’Italia, ce n’è però uno precipuo che rimane non detto, o non percepito. In Italia, da decenni, il primo e grande tradimento dell’élite – gonfiato molto anche da giornali che avrebbero dovuto essere parte di una élite responsabile – è stato il ribellismo delle classi dirigenti. Il mettersi sempre dalla parte dei No facili, delle critiche moraliste o populiste, vellicando i peggiori equivoci di chi “non sa”. Un ribellismo figlio di partigianeria, di ignavia politica, forse pure colpa del sessantottismo all’italiana. Adesso riavvolgere il filo d’Arianna di un patto scaduto sarà un lungo lavoro.

Redazione

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