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Il falsario di talento e il Papiro di Artemidoro

Il documento attribuito al geografo di Efeso è falso. Era stato acquistato per 2 milioni 750 mila euro dalla Compagnia San Paolo di Torino. Storia di una disputa decennale 

10 Dicembre 2018 alle 16:38

Il falsario di talento e il Papiro di Artemidoro

Il Papiro di Artemidoro era stato acquistato per 2 milioni 750 mila euro dalla Compagnia San Paolo di Torino. Foto Wikimedia

"La certezza del falso è abbondantemente provata, quanto meno sulla base di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti. E' stato ritenuto inutile, quindi, disporre una consulenza tecnica, tanto più che i costi di questa non potrebbero essere giustificati, considerata l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione". Così il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, ha messo un punto alla vicenda del Papiro di Artemidoro, venduto nel 2004 dal mercante d'arte egiziano Serop Simonian alla Fondazione per l'Arte e la Cultura della Compagnia San Paolo di Torino per 2 milioni 750 mila euro. Nei giorni scorsi il Tribunale torinese ha disposto l'archiviazione del procedimento a carico di Simonian, accogliendo la richiesta della procura che ne evidenziava l'avvenuta prescrizione. 

  

Di seguito pubblichiamo un articolo che racconta la disputa intorno all'autenticità del Papiro, scritto da Maurizio Stefanini e pubblicato sul Foglio del 6 gennaio 2010. 

    


  

Simonidis: il suo nome era Costantino Simonidis. I contemporanei ce lo descrivono “triste, severo, barbuto, vestito sempre di nero”, e un ritratto ce lo mostra in effetti impettito, in colletto e basettoni ottocenteschi. Ma negli occhi e nelle labbra c’è un sorriso dal tono sfottitorio. Come a dire, vi piace lo scherzetto che vi ho combinato? E’ lui il convitato di pietra, nel duello che da alcuni anni divide il mondo dei classicisti italiani in due fazioni l’una contro l’altra armata, ognuna con appresso una propria lobby editoriale e accademica. Un tema di alta cultura diventa materia di tifo, Coppi contro Bartali. Da una parte Salvatore Settis: classe 1941, calabrese, docente di Archeologia classica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e direttore della stessa Scuola; dal 1994 al 1999 anche direttore del Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles, nel 2003 Premio Viareggio di Saggistica per il pamphlet “Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale”, e fino allo scorso febbraio anche presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, prima di dimettersi per divergenze col ministro Bondi. E’ lui che, sostenuto dalla “cordata” Repubblica-Stampa-Einaudi, anche se poi Repubblica ha sostanzialmente cambiato fronte, sostiene l’autenticità del Papiro di Artemidoro. Che è poi un documento di 32,5 cm. per due metri e mezzo, con testi che apparterrebbero a un’opera finora perduta del geografo Artemidoro di Efeso, vissuto tra II e I secolo a.C.; più una carta della Spagna; più vari disegni, di parti anatomiche umane, e di animali sia reali sia immaginari. Saltato fuori dalla raccolta di un collezionista tedesco all’inizio degli anni Novanta e poi descritto nel 1998 da Claudio Gallazzi e Bärbel Kramer in una prima pubblicazione sull’Archiv für Papyrusforschung, proprio su consiglio di Settis nel 2004 è stato acquistato dalla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo di Torino, per 2.750.000 euro. Tra l’8 febbraio e il 7 maggio 2006, occasione le Olimpiadi Invernali, è stato esposto a Palazzo Bricherasio, per poi passare al Laboratorio di Papirologia dell’Università di Milano, che nel 2008 lo ha prestato per un’ulteriore mostra a Berlino. Sempre nel 2008 a cura di Settis, Gallazzi e Kramer è uscito “Il Papiro di Artemidoro”: monumentale edizione completa e critica del testo in 630 pagine più dvd accluso, per la bazzecola di 480 euro, rivolto evidentemente agli studiosi. Più “Artemidoro. Un Papiro dal I secolo al XXI”, del solo Settis, che è un po’ il riassunto a uso (26 euro) di quel citato grande pubblico attratto dalla rissa mediatica.

C’è poi l’altra cordata, con in testa Luciano Canfora: pugliese, classe 1942. Perché un’altra cosa singolare di questo duello è che si svolge non solo tra due quasi coetanei, ma anche tra due grandi intellettuali di casa nostra. Anche lui specializzato alla Normale di Pisa, ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari nonché coordinatore scientifico della Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino, Canfora è un autore prolifico non solo di testi dal notevole rigore scientifico, ma anche di pamphlet di attualità, in cui se l’è presa tra l’altro con le teorie neocon sull’esportazione della democrazia, da un punto di vista che è dichiaratamente di comunista nostalgico. Nel 1999 si candidò pure alle Europee con i Comunisti Italiani, ma d’altra parte ha pure aderito in passato alle mobilitazioni pro Israele del Foglio: proprio perché “i vecchi comunisti erano filo-israeliani”. Comunque, dal settembre del 2006 i suoi strali polemici si sono spostati da George W. Bush al Papiro di Artemidoro. Tra saggi sulla rivista da lui diretta “Quaderni di Storia”, articoli sul “Corriere della Sera” e libri pubblicati da Laterza, qualcuno ha calcolato in ben 2000 le pagine da lui scritte per dimostrare la falsità del documento, appunto da lui attribuito al falsario greco Simonidis. “Il papiro di Artemidoro”, il libro con cui nel 2008 ha cercato il pubblico generalista, reca in copertina un dipinto allegorico del seicentesco Nicolas Poussin, il cui titolo è tutto un programma: “Il Tempo sottrae la Verità all’Invidia e alla Discordia”. Proprio in quel libro era annunciata in una nota la pubblicazione di “un prossimo volume, biografico, su Simonidis”, che sta adesso per uscire, e in cui Canfora promette di inserire la briscola finale. Lo scritto con cui lo stesso Simonidis confesserebbe che il Papiro di Artemidoro lo aveva in realtà fabbricato lui! 

Talmente abile nel confondere la realtà con l’immaginazione, ci spiega Canfora già nel testo del 2008, che di Simonidis non si sa in realtà neanche quale sia l’anno in cui effettivamente nacque: il 5 novembre 1820 o l’11 novembre 1824? Si sa invece il luogo: Simi, l’isoletta del Dodecaneso a un braccio di mare da Rodi, famosa in passato per le sue spugne. Si sa che da ragazzino Simonidis ne combina di tutti i colori, scappando da casa dopo aver quasi ammazzato il patrigno. Si sa che nel 1837 si mette a lavorare da un famoso libraio. E si sa che in seguito la benevolenza di uno zio abate lo fa accogliere in un monastero del Monte Athos, dove dovrebbe in teoria addestrarsi da copista, e dove invece imparerà a falsificare di tutto. Nel 1850 fa anche apprendistato da archeologo a Costantinopoli, sfruttando alcune sue conoscenze per farsi ammettere agli scavi dell’Ippodromo. Il 1850 è anche l’anno in cui esce ad Atene il suo primo clamoroso taroccamento: una descrizione dell’isola di Cefalonia con corredo di ben 205 mappe, attribuita a un immaginario geografo Eulyros del IV secolo avanti Cristo. Il bello è che glielo perdonano: dicono che, poverino, lo ha fatto per attirare l’attenzione su alcuni cittadini di Cefalonia perseguitati dagli inglesi! Non gli fanno passare invece alcuni altri pasticci che combina a Costantinopoli, da cui deve scappare. Transitato per Tenerife e Madrid, nel 1853 arriva a Londra con un malloppo di manoscritti in cui ha abilmente mescolato veri e falsi. Nel 1854 passa per Parigi, studiandoci pittura. E nel 1855 raggiunge Lipsia, dove per 2000 talleri rifila al classicista Wilhelm Dindorf settanta fogli di una Storia egizia dello storico siriano Uranios, fino ad allora conosciuto solo attraverso citazioni del suo nome. Per 5.000 talleri Dindorf li rivende all’Accademia delle scienze berlinese, che all’uopo riceve addirittura una sovvenzione da re Federico Guglielmo IV. Ma altri 2500 talleri sono forniti dal celebre egittologo Karl Richard Lepsius, che in cambio pretende di esaminare il manoscritto in prima persona. Scopre che nel testo c’è la conferma di una bizzarra congettura fatta da uno studioso moderno pochi anni prima, fiuta l’inghippo, fa una denuncia alla polizia, e dalla relativa irruzione in casa di Simonidis salta fuori una completa attrezzatura da falsario, oltre al testo del libro moderno con la bizzarra congettura: sottolineato in rosso proprio in quel punto!

  

Immediata l’espulsione dalla Prussia, che però non toglie al greco burlone la voglia di fare altri scherzi. E nel 1860 porta così in Inghilterra un corpus di papiri da cui in pochi mesi saltano fuori frammenti del Vangelo di Matteo e delle Epistole di Giacomo e Giuda, otto capitoli della Genesi, i dieci comandamenti, il Periplo di Annone, la prima pagina di un’opera di Aristea, brani di Zoroastro, sette lettere di Ermippo, un pezzetto di Androstene e il finale dell’VIII libro di Tucidide. Un gruppo di esperti stabilisce nel 1863 che è tutto fasullo, ma lui riesce a far pubblicare il “Periplo di Annone” da un importante editore. Veleggiando su quella gloria nel 1864 torna a Parigi, dove regala all’Académie un bel po’ di sue creazioni. E quando poi l’eco delle accuse di falsario arriva in Francia, si sposta a Alessandria d’Egitto, dove mette in scena il suo capolavoro: addirittura la sua morte, che viene comunicata all’Europa in data 19 ottobre 1867, e attribuita in modo melodrammatico a un’epidemia di lebbra. Invece il greco burlone continua a inondare l’Europa di antichità taroccate. Con sicurezza, esiste per lo meno un documento con sua firma autografa a un amico fedele, in data 9/21 agosto 1869. E già nel 1872 un rotolo in pergamena dei “Persiani” di Eschilo fa gridare tra gli esperti tedeschi: “Attenti, Simonidis è ancora vivo!”. A un certo punto, il falsario manovra addirittura per farsi nominare vescovo ortodosso d’Etiopia. La sua morte vera sembra risalire al 18 ottobre 1890: ma, dato il tipo, sussiste qualche dubbio. Non c’è dubbio, invece, che sia morto in miseria. I 2000 talleri prussiani non li riscosse mai, e gran parte delle sue opere le regalò addirittura. “Apparteneva alla categoria dei falsari spinti da un irresistibile impulso, da un mirabile virtuosismo più che dalla sete di denaro”, scrisse nel 1882 lo storico Jacob Burckhardt. E Canfora nel paragonarlo a un altro noto falsario greco ottocentesco morto a sua volta povero, Niccolò Kefalàs, ci evoca il clima esaltato del Risorgimento ellenico contro i turchi. Insomma, questi falsari erano soprattutto patrioti: pronti non solo a mettere le loro vite a repentaglio, ma anche a confondere la scienza, pur di riportare a ogni costo la loro patria sull’agenda europea. 

      

Claudio Strinati, autorevole storico dell’arte e fino a poco tempo fa Soprintendente speciale per il polo museale romano, nel corso di una lunga conversazione che abbiamo fatto con lui sul caso Artemidoro ce ne ha ricordati altri, di questi falsari non per denaro, ma per puro gusto intellettuale della beffa. Ad esempio, quelli dei falsi Modigliani. Oppure Hans van Meegeren: il pittore olandese che per vendicarsi dei critici che lo avevano definito “senza talento” rifilò loro una serie di falsi Vermeer, osannati per autentici. Anzi, durante l’occupazione tedesca ne vendette uno anche a Göring. Accusato di collaborazionismo per aver dato agli invasori un “tesoro artistico nazionale”, lui tirò fuori la verità, dicendosi “fiero di aver ingannato i nazisti”. Non gli credettero: “Quell’imbrattatele di van Meegeren non saprebbe mai dipingere a quel modo”, sentenziò un critico. Lui allora si fece portare in carcere pennelli e tele, e realizzò sotto sorveglianza un “Gesù tra i dottori” così vermeeriano da togliere il fiato. Condannato comunque, non più per collaborazionismo ma per truffa, commentò: “E chi se ne importa! Malgrado i critici, ho avuto comunque i miei quadri esposti al Museo Nazionale!”. Nel Papiro di Artemidoro non c’è solo il versante artistico, però. Prima di tutto il documento contiene l’inizio del secondo libro della Geografia di Artemidoro di Efeso: tre colonne di testo con un proemio che mette la geografia a confronto con la filosofia, più altre due colonne che si iniziano con una descrizione della Penisola Iberica. E si tratta della prima testimonianza diretta del geografo ellenistico, finora conosciuto solo di seconda mano. Accluso a questo testo c’è una carta geografica della stessa Iberia: la più antica conosciuta per il mondo greco e romano. C’è poi una ventina di immagini di teste, piedi e mani: copie di statue o di calchi di statue eseguite per esercizio da allievi di bottega. Infine, sul verso, una quarantina di disegni di animali, sia reali che fantastici.

   

Che significa tutto ciò? Settis e i suoi collaboratori hanno elaborato una teoria sulle “tre vite” di questo papiro, per cui Canfora ha parlato di “romanzo”. In effetti proprio un romanzo, su commissione e in concomitanza alla mostra di Torino, lo scrittore Ermesto Ferrero ha scritto nel 2006, per “sceneggiare” con un po’ di fantasia la vicenda immaginata dagli studiosi. “La misteriosa storia del papiro di Artemidoro” è il titolo: Edizioni Einaudi. Leggiamo nelle prime 73 pagine le immaginarie memorie di Artemidoro, scritte ad Alessandria nell’80 a.C.: l’infanzia in Asia Minore; la vocazione per la scienza; la missione diplomatica a Roma; il viaggio in Iberia; l’incarico ufficiale a Alessandria; le meditazioni cui lo induce il confronto con l’antichissima cultura degli Egizi. Seconda puntata, da pagina 77 a pagina 94, nel 30 a.C.: il copista Demetrio, nipote di quello schiavo Stazio che Artemidoro affrancò e adottò, fa una copia del secondo libro della Geografia del benefattore di suo nonno. Ma il suo amico Horo, pittore con la testa sempre appresso agli animali che ama disegnare, sbaglia poi a fare una cartina. Terza puntata da pagina 95 a pagina 103, due anni dopo: proprio Horo il pittore racconta di aver recuperato il papiro sbagliato gettato per terra dopo i feroci rimproveri del padrone, e di averlo riutilizzato per disegnarci un po’ dei suoi soggetti preferiti. Una giraffa, una lince, una capra, un pellicano, uno struzzo, una tigre… Papiri e pergamene erano carissimi, e nulla che potesse essere riutilizzato veniva sprecato. Il padrone ancora arrabbiato se ne accorge, ma invece di arrabbiarsi ancora di più decide che il fallito topografo nel fare animali ha invece talento, e gli dice di continuare, come modello per gli affreschi e mosaici di ville che i ricconi gli commissionano in continuazione. Gli consiglia però di cimentarsi anche con gli animali fantastici, che hanno più mercato ancora. Quarta puntata da pagina 104 a 110: suo nipote Silanos nel 60 d.C., apprendista scultore senza troppa vocazione, riutilizza gli ultimi spazi rimasti sul papiro del nonno, per sforzarsi di riprodurre i particolari di statue famose. Quinta puntata da pagina 111 a 113, nel 90: sua figlia Eirene, che racconta di come il padre alla fine ha lasciato perdere l’arte, per diventare un apprezzato giudice. Ma come ricordo di gioventù ha continuato ogni tanto a riguardarsi il papiro di Artemidoro, così che ora che è morto lei ha deciso di seppellircelo assieme per l’eternità, dandolo all’artigiano che ci imbottirà la sua maschera funeraria. Gran finale nella Treviri dei giorni nostri, dove l’anonimo collezionista arrivato in possesso di quella maschera racconta di come ha acconsentito a farla esaminare dagli studiosi che ci hanno ritrovato quel tesoro, e di come ora lui racconta ai nipotini la storia del Papiro: “Se la fanno ripetere ogni domenica pomeriggio, dopo il grande pranzo che riunisce la famiglia, mentre i loro padri guardano la partita di calcio alla televisione”.

   

Il bello è che quando poi è divampata la polemica sull’autenticità del Papiro, Ferrero si è tirato indietro. “Non ho ovviamente titoli per pronunciarmi, se non la stima per l’assoluto rigore dei curatori della mostra e del San Paolo”. Ha però scritto che “destinato a una carriera onesta ma un po’ prevedibile nelle sale del Museo Egizio”, grazie alla disputa “il Papiro di Artemidoro si avvia improvvisamente a diventare una di quelle star che tutti devono vedere per dire la loro”. Insomma, “se fino a ora il papiro aveva vissuto tre vite, la quarta appena avviata non gli farà un baffo”. Anche un bel po’ di studiosi, docenti e perfino Accademici dei Lincei che abbiamo interpellato in proposito, pur se questi titoli per pronunciarsi in teoria li avrebbero, finiscono per esprimersi in modo non troppo dissimile: tanta è l’autorevolezza e l’evidente buona fede sia di Settis sia di Canfora e dei rispettivi collaboratori; tanta è la mole di pagine a argomentazioni che entrambe le parti hanno tirato fuori, che quasi nessuno se la sente di compromettersi. Malgrado l’idea di Canfora di poter produrre nella prossima biografia di Simonidis la prova regina, molti di loro dubitano addirittura che la disputa possa essere effettivamente risolvibile: per lo meno in tempi brevi. Sono infatti ben quattro i termini del problema. Innanzitutto, i materiali. Il carbonio 14 dimostra che il papiro è effettivamente databile tra il primo secolo a.C e il secondo d.C., e che la composizione degli inchiostri al nerofumo, senza metalli e puramente organica, è compatibile con l’epoca tolemaico- romana. Cose che Canfora non contesta: ricorda però che notoriamente i falsari cercano di riutilizzare materiali antichi e di fabbricare inchiostri in base alle ricette tramandate da Vitruvio e Plinio. Quanto ai papiri documentari impastati insieme al papiro di Artemidoro e recanti date della seconda metà del I secolo d.C., la sua obiezione è che l’unica fotografia mostra l’imbottitura della maschera già parzialmente smontata. Non c’è dunque prova sicura del ritrovamento congiunto, e addirittura a un convegno dello scorso aprile all’Accademia Roveretana degli Agiati è stata proposta un’indagine del Gabinetto interregionale della polizia scientifica delle Marche-Abruzzo sulla foto che dimostrerebbe una manipolazione dell’immagine. L’irruzione di metodi da questurini nella filologia ha convinto qualcuno, ma ha fatto arrabbiare molti molti. Su questo punto, tra tanti studiosi da noi interpellati che non se la sono sentita di pronunciarsi, c’è però proprio un papirologo che si è arrischiato in favore dell’antichità del documento: Mario Capasso, direttore di quel Centro di Studi Papirologici dell’Università di Lecce che assieme agli analoghi istituti di Firenze e Napoli rappresenta uno dei tre centri d’eccellenza italiani in materia.

  

“Io conosco i papiri, e quello di Artemidoro mi sembra essersi consumato contemporaneamente all’inchiostro. Inoltre, è molto difficile che nell’800 si avesse a disposizione un papiro così grande per fare falsificazioni”, ci ha detto. “Certo”, ha ammesso, “è un papiro anomalo, strano. Ma la stranezza non significa necessariamente falsità: almeno fino a quando una prova della falsificazione non sia stata presentata”. Insomma, per Capasso “forse non è Artemidoro, ma certamente non è Simonidis”. Un “terzismo” che si potrebbe riassumere nella formula: “forse un falso, ma un falso antico”. C’è poi il secondo termine: la geografia. Erano compatibili quella cartina e quel testo con le conoscenze dell’epoca o con quanto sulle conoscenze dell’epoca poteva saperne Simonidis? Secondo la cordata Settis, ad esempio, nel Papiro è menzionata quella città di Ipsa la cui esistenza fu rivelata soltanto dalla citazione in tre monete scoperte nel 1986. Secondo Canfora, l’esistenza di una città chiamata Ipsa era invece nota fin dal ‘700, mentre le monete del 1986 si riferivano a un toponimo dal nome simile, ma non identico: Ipses. Sembra lana caprina, ma l’Irlanda è ben diversa dall’Islanda, e anche l’Iran dall’Iraq. Ma poi ci sono tutta una serie di altre questioni: Canfora e i suoi collaboratori nel loro “Il Papiro di Artemidoro” vanno avanti per quasi un centinaio di pagine su tutta una serie di spropositi geografici, curiosamente coincidenti con alcune fonti notoriamente predate da Simonidis. A qualcuno di questi appunti Settis ha risposto. Il Papiro dice ad esempio che i romani avevano diviso l’Iberia in due province, di cui una comprendente la Lusitania. Anacronismo, secondo Canfora: la Lusitania i romani la conquistarono solo al tempo di Augusto. Ribatte Settis che “il termine Lusitania, già usato da Polibio (morto verso il 120 a.C.), ha manifestamente nel nostro contesto un valore meramente geografico e non politico-amministrativo. Indicava la regione, dai confini assai fluidi, occupata dai Lusitani, che ebbero scontri coi Romani dal 194 a.C. all’età di Cesare”. Lo stesso Settis fa l’esempio della California, che “designò nel tempo un territorio che copre non solo lo stato di California (Usa) e gli stati messicani di Baja California Nord e Sud, ma anche ampie porzioni di quelli che sono oggi gli stati di Nevada, Utah, Arizona e Wyoming”. “Se incontriamo il nome ‘California’ in un testo del Settecento, sarebbe anacronistico intenderlo a partire dai confini amministrativi post 1850”. Di recente è saltata fuori l’ipotesi dell’ordinario di geografia alla Sapienza Cosimo Palagiano, secondo cui la carta del Papiro non raffigurerebbe la Spagna romana, ma la Francia medievale durante la presa di Tolosa. Già considerato di tendenza canforiana per i suoi dubbi sulla lingua e sulla mappa del Papiro, ma lo scorso 27 novembre relatore a un convegno romano della “Società Geografica Italiana” su “Geografia e Cartografia del Papiro di Artemidoro” cui hanno partecipato sia Settis che Gallazzi e Kramar, l’ordinario di Storia greca e Geografia del mondo antico a Perugia Francesco Prontera, da noi sentito, si è ascritto a quella componente di studiosi che si è stufata delle incursioni del giornalismo nella loro materia, che la disputa ha propiziato. “Potrete leggere la mia relazione, quando verrà pubblicata nel 2010”. A titolo di battuta, però, ci ha ricordato che dal punto di vista meramente geografico “il papiro non dice niente di veramente importante”.

      

Di grande importanza è il terzo termine del problema: quello artistico. “Il disegno antico è fra le tematiche meno esplorate da archeologi e storici dell’arte greca e romana, a causa soprattutto dell’esiguità delle testimonianze conservate”, spiega Settis. E’ vero che “la qualità dei disegni su papiro noti finora non è in genere alta, e i disegni del Papiro di Artemidoro non sono un’eccezione. Tuttavia, essi hanno una grande importanza non solo perché accrescono in misura sostanziale il numero dei papiri figurati noti finora, ma soprattutto perché formano due insiemi coerenti”. La sua ipotesi è che “in quella fase della sua vita il Verso del rotolo formasse una sorta di repertorio, o libro di bottega”. Mentre “i disegni del Recto offrono ad oggi la più ampia documentazione” della pratica artistica del disegno di figure. E “del disegno antico non resta quasi nulla, tanto che i pochi studiosi che se ne siano occupati hanno dovuto farlo attraverso i disegni della pittura vascolare”. Insomma, “insieme col corpus dei disegni del papiro di Ossirinco e con quelli di Berlino e di Vienna, nonché con la raccolta dei modelli per tessitori ormai disponibili grazie ad A. Stauffer, il Papiro di Artemidoro contribuirà ad aprire una nuova provincia degli studi, quella sul disegno dell’antichità”. Da storico dell’arte, Strinati ci conferma che è questo terreno un punto di forza dello storico dell’arte Settis sul filologo Canfora. E in effetti Settis è più che scettico verso il “metodo Canfora” di mettere “accanto ad alcuni disegni di figura del Papiro una tavola dell’Encyclopédie, senza alcun commento. L’implicazione è che il falsario abbia preso da quella fonte settecentesca l’idea e/o le modalità di disegnare mani e piedi. Se questo è vero, anche i moltissimi disegni di figura anteriori al 1763 – come un disegno della bottega di Benozzo Gozzoli a Rotterdam o uno degli Uffizi c. 1480- 90, già esposto alla Mostra di Torino – sono dei falsi; dovrebbero anzi esserlo anche gli Übungsstücke (‘pezzi d’esercizio’) di bottega, frequenti nell’antico Egitto ed esposti nel Museo Egizio a confronto col Papiro. Senza riconoscere le tracce di una pratica artistica di lunghissimo periodo (lo studio della figura umana), Canfora ha dato al suo confronto un significato che non può avere”.

    

Pur essendo d’accordo sulla notazione della “pratica artistica di lunghissimo periodo”, però, Strinati ci spiega che il terreno della critica d’arte è quanto mai scivoloso. “I falsi Modigliani e i falsi Vermeer ci dimostrano che è quasi impossibile dimostrare l’autenticità di un’opera d’arte in base ai soli dati stilistici. D’altra parte, è anche impossibile dimostrarne la falsità. Federico Zeri, ad esempio, ha fatto delle analisi molto acute sulla possibile falsità del Trono Ludovisi, basandosi su una figura dalle gambe accavallate, in una posa che nell’antichità non ha nessun altro riscontro. Ma come si fa in linea di principio a escludere la possibilità di innovazione del genio umano? Basandosi su quel criterio, allora, anche la Cappella Sistina dovrebbe essere un falso, dal momento che fino a Michelangelo nessuno aveva mai fatto qualcosa del genere!”. Un terreno più solido, secondo Strinati, è invece il quarto: quello della filologia. Ed è lì che Canfora ha il suo punto di forza. Anche qui, non c’è spazio per ripetere nella loro interezza le decine e decine di pagine delle sue fitte argomentazioni. Ma il succo della tesi è che è che il Papiro di Artemidoro è zeppo di forme linguistiche e concettuali anacronistiche in un autore ellenistico; e invece perfettamente spiegabili in un greco dell’Ottocento, che costruiva i suoi falsi assemblando fonti classiche e bizantine. Ad esempio, c’è un parallelo tra la fatica del geografo e quella di Atlante che portava il mondo sulle spalle: da confrontare con un uso del termine “Atlante” per indicare le raccolte di mappe che risale al XVI secolo. Ad esempio, allo stesso geografo è richiesto di intraprendere questa missione “soppesando in precedenza la propria anima in rapporto a quest’opera”: e Canfora dedica un intero capitolo per dimostrare che questa immagine presuppone il cristianesimo. Ad esempio, c’è un uso del possessivo autò: che presupporrebbe le modifiche introdotte in greco dagli ebraismi biblici. Ad esempio, c’è una frase ai righi 16-17 della prima colonna che secondo Canfora “esige una qualche moderna virgola per stare in piedi”: riprova che chi l’aveva scritta si sforzava di imitare gli antichi dei tempi in cui la punteggiatura non esisteva, ma in realtà “pensa secondo la sintassi moderna”. E così via.

  

Difficile leggere queste pagine senza essere travolti dalla loro eloquenza polemica e dalla loro dotta erudizione. Per di più, nel 2008 sul Corriere della Sera lo storico dell’arte Maurizio Calvesi ha rilevato un’impressionante somiglianza tra il Proemio del Papiro e un testo del grande geografo tedesco ottocentesco Karl Ritter. Ma pur non essendo filologo a sua volta, Settis ha però dalla sua un luminare come Albio Cesare Cassio, ordinario di Grammatica Greca e Latina alla Sapienza. E sulla sua scorta può dunque spiegarci che il forte stacco rispetto ai “periodi bilanciati e ritmati mediante particelle (come men, de)” della prosa atticheggiante sarebbe dovuto al fatto che l’efesio Artemidoro usava invece un greco “asiano”, basato su frasi spezzate. Insomma, anche qui la partita sembra ancora aperta. Per lo meno, fino alla pubblicazione del già citato testo “risolutore” di Simonidis. Lo stesso Canfora, però, ci ricorda che il grande falsario oltre a darsi tanto da fare per contrabbandare come autentici i testi da lui fabbricati, una volta nel 1862 si attribuì la fabbricazione di un manoscritto della Bibbia trovato nel monastero sinaitico di Santa Caterina, e che invece era autentico. Insomma, magari neanche quella sarà la conclusione. E l’unica cosa sicura è dunque che dall’aldilà Simonidis continuerà ancora a sghignazzare alle nostre spalle a lungo: anche se non possiamo sapere se quell’aldilà corrisponde a un Inferno di falsari, a un Paradiso di artisti, o non piuttosto a un semplice Purgatorio di buontemponi.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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