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Dalle Olimpiadi alla Sistina, per Marco Balich ogni show "è come uno starnuto"

Chi è il curatore della produzione sul "Giudizio universale"

17 Marzo 2018 alle 06:00

Dalle Olimpiadi alla Sistina, per Marco Balich ogni show "è come uno starnuto"

Marco Balich (foto LaPresse)

Roma. “Ogni show è come un enorme starnuto: porta con sé un grande vuoto, dove poi ti recuperi, ti ritrovi”, diceva tre anni fa l’uomo di cui molto si parla oggi a Roma, dopo il debutto all’Auditorium Conciliazione del suo art-show “Giudizio universale”, spettacolo teatrale in cui la realizzazione della volta della Cappella Sistina da parte di Michelangelo viene raccontata con performance live e tecnologie audiovisive avanzate. L’uomo in questione è Marco Balich, cinquantacinquenne ideatore e curatore di grandi eventi (tra cui la cerimonia di apertura e chiusura delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 e quella di apertura di Rio 2016) e già direttore artistico del Padiglione Italia/Expo 2015, dove ha creato il “concept” del Vivaio Italia. E qualche giorno fa, mentre il “Giudizio Universale” veniva presentato a Roma alla presenza di Sting, autore del tema musicale principale, e dell’attore Pierfrancesco Favino, voce di Michelangelo, restava relativamente dietro le quinte l’ideatore Balich, anche presidente della Balich Worldwide shows, società di produzione di grandi eventi che “parlino al cuore delle persone”, come si legge sul sito della srl.

 

Balich, infatti, i cui show e le cui installazioni proiettano la propria fama oltre l’evento in sé, a intermittenza conquista le prime pagine dei giornali, per poi tornare a inabissarsi, disegnando così uno caso strano di popolarità-non popolarità. Chi è Balich?, si domandano i romani incuriositi dai cartelloni del “Giudizio Universale” e incapaci, lì per lì, di collegare il nome alle opere – opere di solito conosciutissime. Quando dici “Albero della vita”, per esempio, ecco che emerge la memoria dell’Expo milanese, e dell’avversione preventiva del critico Vittorio Sgarbi per il progetto di Balich (definito da Sgarbi “una carnevalata o un’americanata buona per Las Vegas”. La risposta di Balich era arrivata a Expo concluso: “Il successo dell’opera è sotto gli occhi di tutti”).

 

Andando a ritroso, Balich è l’uomo che, dopo l’Olimpiade di Torino, ha cominciato a girare per il mondo – grande scenografia per grande scenografia (“dopo anni trascorsi ad ammirare i grandi eventi del pianeta dominati dal mondo anglosassone”, aveva detto alla Stampa alla vigilia di Rio 2016, “si è aperto un nuovo capitolo di possibilità espressive, abbiamo dimostrato che esiste una strada italiana, con un approccio emotivo e umano”). Ma Balich è anche l’uomo che, prima di tutto questo, e anche prima di occuparsi di video musicali (cosa che ha fatto negli anni Novanta), era diventato, per sua definizione, “una specie di cameriere di lusso delle band”.

 

Flashback: negli anni Ottanta, infatti, il giovane Balich, lasciati gli studi, di mestiere fa il band assistance. Come ha raccontato lui stesso a Vogue, il lavoro consisteva in questo: “Finiva il concerto degli Eurythmics e io andavo in biglietteria e c’erano tavoli coperti di contanti, se avevi venduto abbastanza biglietti. Se eri in perdita capitava anche di trovarne uno con la pistola…incassavi e mettevi nei sacchetti del pane 80/100 milioni di lire. Poi tutto finiva nello zainetto in albergo. E verso le quattro accompagnavo la band a mangiare”. Per un ragazzo “non ricco di famiglia”, e di famiglia “di sinistrissima”, come l’ha descritta Balich stesso, quella vita si rivelò lì per lì esaltante, ma alla lunga stressante. Si imparava cioè a essere multitasking, avendo a che fare “con chiunque, dal prefetto al più smandruppato tossico musicista”.

 

Punto di non ritorno: quando Balich porta i Pink Floyd a Venezia e cade la giunta. A quel punto decide che la strada non può più essere quella. Il passaggio successivo – i videoclip – vedono Balich produrne circa trecento. “Ero inquieto”, racconterà nel 2017 al Corriere della Sera. “Vedo le Olimpiadi e capisco che quello è lo spettacolo più bello del mondo”. Seguono le cerimonie di apertura e chiusura suddette, e una nuova inquietudine che lo porta a voler produrre “uno spettacolo che racconti la bellezza dell’Italia (ed eccoci al “Giudizio Universale”). Nel frattempo Balich, che ha quattro figli, ha imparato a viaggiare dal mercoledì alla domenica e dalla domenica al giovedì da un continente all’altro (e ritorno), e a convivere con il senso di straniamento del globetrotter seriale, triste nella stanza d’albergo (di lusso). In quei casi Balich riguarda su YouTube i video girati da chi ha assistito ai suoi spettacoli, e l’altrui soddisfazione lo motiva. Quando non riesce a motivarlo, si ripete che è un “privilegiato” perché “ama il suo lavoro”. A proposito: la sua azienda un anno fa dava lavoro a circa centocinquanta persone, assumendone trenta con il Jobs Act, ma le polemiche tra sinistra e sinistra, pre e post elettorali, erano ancora di là da venire.

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