Vera, favola mia

Marina Valensise

Lettere d’amore dello scrittore geniale alla moglie. Lui era Vladimir Nabokov, lei la sua maschera e musa, traduttrice e dattilografa

Era una sera di primavera, per l’esattezza l’8 maggio 1923, quella del primo incontro a Berlino tra due ventenni russi, destinati a formare un sodalizio favoloso, diventando una delle coppie più salde nella letteratura del Novecento e il nucleo propulsore dell’opera di un genio. Lei era Vera Slonim, poliglotta, patita di poesia, traduttrice in proprio dal bulgaro e dall’inglese. Secondogenita di un avvocato ebreo di San Pietroburgo, era fuggita con la famiglia a Mosca, a Kiev, a Sofia e infine a Berlino, dove il padre aveva fondato una delle circa ottanta case editrici in lingua russa, per il mezzo milione di lettori russi emigrati lì per sfuggire ai Soviet. Lui era Vladimir Vladimirovich Nabokov, figlio di un aristocratico liberale, fuggito dopo la Rivoluzione d’ottobre in Crimea e poi, attraverso la Grecia e la Francia, a Berlino, dove l’anno prima era stato ucciso da un fanatico, per servire da scudo al fondatore del partito dei Cadetti, Pavel Miljukov, al quale erano rivolte le pistolettate.

 

Lei era alta, magrissima e sottile, aveva un portamento regale, due fanali azzurri al posto degli occhi, una pelle trasparente e quando parlava trascinava le vocali, che sembravano cantare. Lui era uno spilungone snob, bello e molto spiritoso. Aveva studiato a Cambridge, andava a caccia di farfalle, giocava a scacchi, faceva il bagno nei laghetti di Grunewald, e lavorava come precettore di un giovanotto tedesco, dandogli lezioni di inglese e di tennis. Ma fra i russi di Berlino era conosciuto per i saggi e le poesie che pubblicava firmandosi Vladimir Sirin. Sirin, personaggio destinato a figurare non solo come il suo doppio, l’immagine più vera di sé e delle sue ambizioni, ma come un essere reale e a sé stante: “Il più solitario e il più arrogante fra quelli formatisi nell’esilio… passato come una meteora lasciandosi dietro un vago senso di disagio”, scriverà Nabokov nelle sue memorie del 1947 (“Parla, ricorda”, Adelphi), ricordando com’era “ammiratissimo per l’indifferenza nei confronti della struttura economica della società, l’assenza di sensibilità religiosa e di preoccupazioni morali, lo stile insolito, la magnifica precisione, il linguaggio immaginoso così funzionale, e quelle sue frasi limpide ma bizzarramente ingannevoli, che moltiplicavano con un effetto specchio gli angoli della visuale”.

 

Lei alta e sottile, aveva un portamento regale, due fanali azzurri al posto degli occhi. Lui uno spilungone snob, bello e spiritoso

L’incontro tra Nabokov e la ragazza che due anni dopo sarebbe diventata sua moglie avvenne a una festa di beneficenza per gli emigrati russi, dove le fanciulle vendevano bibite, giochini e biglietti della lotteria e i ragazzi cercavano compagnia. Lei gli si parò davanti con una mascherina di seta nera sul viso e iniziò a declamare i suoi versi: “Come un pescatore di perle, mandato a esplorare le profondità dei tormenti amorosi, ho toccato il fondo, e prima di riportare la perla in superficie, sento la tua barca allontanarsi sopra di me…”. Lui ne rimase abbagliato. I due finirono per andare via insieme, camminando tutta la notte lungo le strade di Berlino, fra le ombre scure degli alberi, sotto la luce fioca dei lampioni e le stelle del cielo. Due giorni dopo, Nabokov partiva per la Provenza. Voleva cambiare aria, andando a lavorare la terra, per dimenticare le pene del cuore. Pochi mesi prima, infatti, aveva rotto il fidanzamento con Svetlana Siewert, ma la bella diciassettenne capricciosa era rimasto il suo chiodo fisso, tanto da ispirargli altri versi: “Tristezza e mistero e delizia, uscita dal buio mobile di un lento ballo in maschera, sei apparsa sul ponte di notte… Nel tuo rapido slancio di tenerezza, ho rivissuto il vago contorno di altri incontri irrevocabili? E una pietà romantica ti ha forse aiutato a comprendere di quale freccia vibrano ancora i miei poemi… Tristezza e mistero e delizia, e come una lontana preghiera, il mio animo deve ancora errare, ma se tu fossi il mio destino…”.

 

Quando Vera Slonim lesse sul quotidiano Rul’ il nuovo poema di Sirin intitolato “L’incontro” capì quello che c’era da capire e iniziò a scrivere al poeta. Gli mandò almeno tre lettere, secondo Bryan Boyd, curatore con Olga Voronina della corrispondenza di Nabokov tradotta ora in francese da Fayard (“Lettres à Véra”, 788 pp., 39,60 euro). Tre lettere che non leggeremo mai, perché distrutte insieme a tutte le altre dall’autrice stessa, diventata l’amore, la musa, l’ispiratrice, la moglie, la traduttrice, la dattilografa, l’autista e infine la vedova del grande scrittore, e interessata solo a scomparire, a proteggere la sua vita privata, calando un velo di riserbo sui suoi sentimenti, depistando i curiosi, controllando quello che si poteva sapere e quello che invece bisognava tacere, tant’è che a un certo punto decise di mettersi a leggere davanti a un registratore le lettere del marito, saltando alcuni passi, e censurandone altri come le pareva. Così di questa meravigliosa storia d’amore filtrata dalla censura, di questa manipolazione che racchiude la memoria di un matrimonio felice, e le fonti stesse sulla dinamica di una coppia fuori dal comune, restano soltanto trecento lettere scritte in cinquant’anni da Nabokov a Vera. Le uniche salvate dalla vedova, severa vestale, che sin dall’inizio fu molto di più di una semplice ragazza innamorata, di un’amante sollecita dello scrittore in erba, per diventarne subito il terminale insostituibile, lo specchio della sua coscienza, il serbatoio massimo del piacere, la fonte d’ispirazione, il riferimento insostituibile. E dunque è per questo che, anche se monca e unilaterale, questa corrispondenza permette di entrare dentro il mondo di Nabokov, di penetrare in fondo alla sua psiche, di aggirarsi nel laboratorio segreto di un geniale scrittore, attraverso una chiave preziosa come l’invenzione di una coppia che per cinquant’anni coltivò un amore fecondo, e il mistero di un’intimità che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.

 

Il 1937, l'anno della passione per Irina Guadanini, la poetessa russa emigrata a Parigi che sopravvive facendo il toilettage dei cani

“Non lo nascondo: ho talmente perso l’abitudine di essere, diciamo, compreso, che ai primi istanti del nostro incontro, ho avuto l’impressione che fosse uno scherzo, un’illusione di carnevale… E poi… Ma ci sono cose di cui è difficile parlare, per paura che il contatto delle parole non nasconda il loro polline meraviglioso… Da casa mi scrivono parlandomi di fiori misteriosi. Tu sei adorabile… E tutte le tue lettere sono adorabili come notti chiare…”, le scrive lui il 26 luglio 1923 dalla tenuta di Beaulieu. E da quel giorno sarà un crescendo, una continua sorpresa, un grazie senza fine per rivelarlo a se stesso, per accompagnarlo nei meandri della sua immaginazione, lungo i sentieri più segreti della sua vita. ”Sì, ho bisogno di te, favola mia. Perché tu sei l’unica persona con la quale io possa parlare della sfumatura di una nuvola, del canto di un pensiero, la sola alla quale possa dire che oggi, andando a lavorare, ho guardato negli occhi un grande girasole ed egli mi ha sorriso con tutti i suoi semi”. Passa l’estate, Nabokov torna a Berlino, i due si ritrovano in settembre, lei getta finalmente la maschera ed ecco che l’8 novembre lui le scrive un’altra lettera – la seconda di questa raccolta – grondante di amore: “Mia felicità, meravigliosa mia felicità dorata, come spiegarti a che punto sono tutto tuo, con tutti i miei ricordi, i miei poemi, i miei slanci, e i miei vortici interiori? Spiegarti che non posso scrivere una parola senza sentire il modo in cui la pronunci tu, o ricordarmi il minimo dettaglio del mio passato, senza provare il rimpianto – così vivo – di non averlo vissuto insieme…”.

 

Dimenticata Svetlana, è Vera ormai la signora del suo cuore. Vera, l’amica, la compagna, il suo sole, la favola di cui non può fare a meno. Vera, che continua a vedere accanto a sé anche quando non c’è, sognandone gli occhi, le ciglia, le mani in tasca, gli stivaletti grigi, cercando di inseguirne i piccoli movimenti sciolti, la coda dei pensieri, le vocali che cantano: “Tu fai della mia vita qualcosa di leggero, di prodigioso, di iridescente, illumini tutto col chiarore di una felicità sempre diversa”. Vera è il suo amore che si è confuso alla sua vita con tanta facilità, “come se Dio, annoiandosi in paradiso, avesse avuto la rara pazienza di crearlo”. Vera è il suo alter ego, il suo specchio, il suo riflesso, il ricettacolo pronto a accogliere ogni suo pensiero, a custodire come un dono ogni dettaglio della sua vita: il pasto gramo nella squallida camera ammobiliata di Berlino, le finanze gementi, la piega dei pantaloni sgualcita dalla pioggia, gli acquisti quotidiani, l’elenco dei debiti, il fastidio dei tedeschi che gli negano il visto, e persino il concerto di cimici e scarafaggi fra le lenzuola, che però riescono a trasformarsi in poesia, come la vista dalla finestra di Praga, dove accompagna la madre vedova che ha diritto a una pensione, con la neve alta e la slitta sulla Moldava gelata. “Ho voglia di spettinarti ancora di più. Quanto alla maschera, non pensare di portarla ancora. Tu sei la mia maschera”.

 

A una festa di beneficenza per emigrati russi gli si parò davanti con una mascherina nera sul viso e iniziò a declamare i suoi versi

Intanto Vera, ormai la “sua” maschera, controlla ogni cosa. Da Berlino gli telefona fingendosi Madame Bertrand, per non allarmare in casa sorelle e fratelli. Sembra ritrarsi come un gatto per saltare meglio sulla preda. I due convolano a nozze nel marzo 1925, e vanno a vivere nella Luitpoldstrasse in due stanze del tetro appartamento del generale von Bardeleben, che torneranno in molti dei romanzi russi (vedi “Gloria”, l’ultimo tradotto dalla benemerita Aldephi). Quando poi parte per la Svizzera, per un soggiorno in sanatorio perché disappetente e troppo magra, Vera inizia a distillare le sue lettere come gocce di resina dorata, lasciando che nel marito cresca il desiderio e quindi la sua presa su di lui. Allora Nabokov, che manda cruciverba, charade, disegnini, inizia la contabilità dei suoi silenzi. “My love, sono alla mia trentesima lettera, Più di sessanta pagine! Quasi un romanzo! Se pubblicassimo una raccolta delle tue lettere e delle mie, il tuo lavoro rappresenterebbe solo il 20 per cento del totale, my love, ti consiglio di recuperare il ritardo”. Perché non mi rispondi topolina, e se lo fai usi il contagocce? “Caro mio insettino, oggi, secondo i miei calcoli, ti sto scrivendo la mia centesima pagina. E da parte tua solo una decina, non di più”. Eppure lei continua ad aderirgli, a restare sulla sua lunghezza d’onda, e lo intrattiene descrivendo da entomologa le formiche femmine. Così solo dai vuoti e dai silenzi, dalle allusioni e dalle osservazioni di Nabokov si può riuscire a ricostruire la parte mancante di questa corrispondenza e cioè le lettere di Vera, la sua scrittura, “ombra della sua voce”, come dice lui sempre in estasi, per immaginare la tenerezza, l’attenzione, ma anche lo sgomento, la passione e il tormento per l’infedeltà e il sospetto di adulterio.

 

Esiste infatti un anno tragico nella vita dei Nabokov ed è il 1937. E’ l’anno in cui l’assassino di Vladimir Dmitrievich Nabokov, Sergei Taboricki, diventa responsabile dell’emigrazione russa al ministero dell’Emigrazione. E per Vladimir Vladimirovich è l’ora di lasciare l’odiata Berlino (“Non si può vivere contentandosi dei riflessi dei riverberi sull’asfalto, e parte questi riflessi e i castagni in fiore e i cani angelici che guidano i ciechi, c’è tutta l’abiezione meschina, la noia volgare di Berlino, il suo retrogusto di salsiccia andata a male, la sua mostruosità sufficiente”, scriveva il 4 luglio 1926). Ma è anche l’anno della passione di Nabokov per Irina Guadanini, la poetessa russa emigrata a Parigi che sopravvive facendo il toilettage dei cani. I biografi avevano già squarciato il velo pudico steso da Vera su quell’anno fatale, ma alcune lettere di questa edizione ne testimoniano le tensioni, il nervosismo, l’insofferenza a rischio di rottura. In cerca di lavoro, Nabokov va Parigi per tenere una serie di letture pubbliche. Dorme su un divano in avenue de Versailles, in casa dello storico socialrivoluzionista Ilya Fondaminskij, un erudito ebreo e fervente cristiano che finirà assassinato dai nazisti. A Vera descrive le fusa del gatto Zen Zin, la gentilezza degli ospiti, la cognata insopportabile che vive in una stanza d’albergo con un grande letto e un cagnolino, gli inviti al Pen Club che evita per non incontrare l’ambasciatore dell’Urss, gli amici scrittori, Joyce col suo sguardo di piombo, Chodasevich che ha il viso giallo come la Senna, l’ex moglie Nina Berberova, che non tanto gli piace per quel “promontorio di carne rosa che ha in mezzo incisivi”, il filosofo Gabriel Marcel, il suo traduttore, le case editrici come Grasset che su consiglio di Irène Némirovsky ha preso “Kamera obskura” (altro capolavoro tradotto da Adelphi come “Una risata nel buio”) o come Gallimard, dove aspetta per tre ore il gran capo che finisce per riceverlo in cappello e cappotto, non sa l’inglese, ma promette una risposta a stretto giro su “Otcajanie” (“Disperazione”, sempre Adelphi, da leggere subito).

 

"Tu fai della mia vita qualcosa di leggero, di prodigioso e iridescente, illumini tutto col chiarore di una felicità sempre diversa”

Nabokov sogna di prendere in affitto una casa al Lavandou per passare l’estate nel Midi con moglie e figlio. E’ un’occasione a prezzo di favore, con tutti i comfort, persino una contadina per far la spesa e il resto. Ma la moglie punta i piedi. Preferisce raggiungere la suocera a Praga, fare le terme in Cecoslovacchia. “The whole thing is a dreadful disappointement”, reagisce lui rilanciando il negoziato. “E’ mai possibile dopo tutti gli sforzi che ho fatto per stabilire un legame con Parigi e Londra, cancellare tutto per finire allo sprofondo in Cechia dove sarò di nuovo tagliato fuori da tutto?”. Ma lei non si schioda. Esita, tergiversa, fa altri piani, mentre lui la rincuora, la riassicura, le dichiara grande amore, confessa di vivere la loro separazione come un “supplizio”, come una “tortura insopportabile”. Corre voce che abbia un’amante a Parigi. Solo voci, sono arrivate pure a me, risponde lui il 20 aprile. “Bisognerebbe spaccare la faccia bavosa di chi le mette in circolazione” . E come diversivo offre a Vera un altro pettegolezzo sullo scrittore Sirin, che passa le notti come un disperato e a bere cioccolato in un caffè. Tu sei la mia maschera, sembra insistere lui, e in questo gioco delle parti, finisce per congedare Irina e dare alla moglie partita vinta.

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