Il ricordo delle vittime degli attacchi di Parigi a Place de la République (foto LaPresse)

Trovare la forza di riadattarsi, perfino dopo il terrore, è una rinascita

Annalena Benini
La volontà di resistere e tornare, non più deboli e impauriti. Non c’è nulla di più forte di un essere umano, e questa forza si rivela soprattutto durante un trauma, un pericolo, un incubo reale. Durante un periodo di terrore. Durante una guerra. Dopo Parigi.

Non c’è nulla di più forte di un essere umano, e questa forza si rivela soprattutto durante un trauma, un pericolo, un incubo reale. Durante un periodo di terrore. Durante una guerra. Dopo Parigi.

 

La vita viene modificata, per molti in modo tragico, le persone, le famiglie, intere società vengono assaltate, fatte a pezzi e sarà impossibile prescindere da quello shock per il resto dei giorni. Ma i sopravvissuti, scrive anche David Brooks sul New York Times, e tutti coloro che cercano ostinatamente di sopravvivere, di farcela, di tornare a casa, diventano, nella maggior parte dei casi, più forti di quello che pensavano di essere, più forti di quando non era necessario essere forti. Sono in grado di recuperare e di ricostruire una vita migliore (solo il tredici per cento, ad esempio, dei primi soccorritori che hanno visto in faccia, che hanno toccato l’undici settembre 2001, hanno riportato nei sei mesi successivi disturbi post traumatici): hanno sperimentato il peggio che c’è nella vita, scrive Brooks, e con questa seconda chance fra le mani correggono gli errori commessi prima che arrivasse quella scossa di terremoto a distruggere tutto. Quella raffica di pallottole, quella bomba pochi metri più in là, quello sparo che ha portato via una persona carissima. Anche dentro il terrore, gli esseri umani trovano il modo di riadattarsi e andare avanti: non è solo l’abitudine di cui parla Houellebecq (“nessuna emozione umana, nemmeno la paura, è forte come l’abitudine”), è qualcosa di più: il senso di sicurezza è perduto, si ricomincia da lì, si affrontano le questioni elementari della vita, si trova una strada, si lotta per scrivere una nuova storia e per proiettarsi verso il futuro.

 

[**Video_box_2**]Si sopravvive anche, e fino in fondo, alla tentazione di pensare che è stata colpa nostra. Viktor Frankl è sopravvissuto all’Olocausto e ha concluso che si poteva non soccombrere all’orrore dei campi di concentramento se si riusciva a soddisfare la fame di significato. Se si manteneva l’attenzione sulle persone amate, sulla vita fuori da lì. “Le storie raccontate dai super sopravvissuti hanno due grandi temi: l’ottimismo e l’altruismo”. E queste persone hanno scoperto che erano anche capaci di raccontare, di spiegare, di acquistare forza trovando il senso di ciò che accade. E’ stato sempre così: gli individui sotto attacco hanno rivelato la loro forza implacabile, la volontà di resistere anche dentro la paura, dentro lo shock, e sono usciti dallo shock più forti di prima. Più forti di quelli che li vogliono a tutti i costi deboli e impauriti.
Annalena Benini

  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.