As favelas do paradiso

Sabato pomeriggio, ore sedici circa. Pronti sulla testata 21. Prova motore. Controlli interni finiti. Chiamiamo la torre, che autorizza il decollo. Corsa lunga, 100 all’ora, rotazione, restituzione della cabrata, muso in alto. Saliamo a 120 con una rampa dolce, molto più dolce di quella cui mi ha abituato il mio P96.

28 Giugno 2010 alle 10:00

Sabato pomeriggio, ore sedici circa. Pronti sulla testata 21. Prova motore. Controlli interni finiti. Chiamiamo la torre, che autorizza il decollo. Corsa lunga, 100 all’ora, rotazione, restituzione della cabrata, muso in alto. Saliamo a 120 con una rampa dolce, molto più dolce di quella cui mi ha abituato il mio P96. Ma questo Bravo 2004, ala alta a profilo laminare, non gradisce gli angoli d’attacco pronunciati.

Lo stallo in velocità è violento, improvviso, di solito seguito da un’entrata in vite. Così spiega Marco, amico pilota brasiliano proprietario di questo aereo, di base a Rio, o meglio a Jacarepaguà, accanto all’autodromo dove una volta si disputava il Gran Premio di F1 del Brasile. Aereo che però è stato costruito a Capua dalla Tecnam del prof. Pascale, vera autorità mondiale in fatto di velivoli leggeri.

Arriviamo sul mare dopo qualche minuto di volo. Marco mi chiede se voglio andare a est (verso Rio) o a ovest, verso le isole ed il parco naturale. Naturalmente preferisco avvicinarmi a Rio. Voliamo al largo della spiaggia di Barra da Tijuca (18 km di sabbia bianca). Marco mi cede i comandi. Provo qualche accostata, alzo e abbasso il muso, tolgo e rimetto motore. La macchina è perfetta, veloce, molto equilibrata. Nel frattempo sono sullo Sheraton, vedo Leblon, Ipanema, il Cabo do Arpoador. Più in là, Copacabana, Leme, Botagofo, il Pao de Azucar, Flamengo, il grande ponte che unisce Rio a Niteroi. Dedicato al presidente Costa e Silva. Ponte che viene sfiorato ogni volta, in atterraggio, quando si scende sul Santos Dumont.

 Chiedo a Marco se non sia il caso di tornare indietro. Ride e mi domanda perché dovremmo. Rispondo: ma non è proibito sorvolare la città? Risposta: no. Qui voliamo, purché si seguano le regole, su qualsiasi posto. Ti va di salire sul Cristo Redentore? Certo che sì, ma si può? Marco ride, chiama l’ATC (Air Traffic Control) del Santos Dumont, una gentil donzella risponde alla richiesta autorizzandola. Saliamo verso il Cristo dalla spiaggia di Copacabana. Ho ceduto i comandi, e mi godo lo spettacolo. Ci sono cinque o sei elicotteri intorno al Cristo, che portano turisti a far la stessa esperienza mozzafiato che sto facendo io: vedere Rio dall’alto in una giornata chiara, relativamente fresca, per giunta in assenza di vento e di turbolenze termiche.

Rio dall’alto appare come una città bianca, la periferia sterminata, le favelas a ridosso dei quartieri ricchi, una macchia di verde ogni tanto a segnalara i radi parchi cittadini.

Approcciamo il primo giro da est, sotto di noi il Santos Dumont, l’aeroporto cittadino. Vedo un aereo in decollo, e due al punto attesa. Più in là, il Galeao, aeroporto internazionale. A destra dopo pochi secondi scorgo il Maracanà. Poi mi concentro sulla vista del Cristo. Migliaia di fedeli o turisti? insomma, una folla che a piedi, abbandonati i taxi, sale lungo la via tortuosa. In cima non c’è un metro libero.

Facciamo due giri, stando bene attenti agli elicotteri. Non sono pericolosi solo a causa di un eventuale collisione, ma anche la turbolenza generata dalle pale può creare un problema serio. Siamo saliti a tremila piedi. Sono, siamo, in paradiso. Completato il secondo giro, richiamiamo l'ATC. Questa volta sono io che, in inglese, e piuttosto emozionato, parlo con la donzella. Riporto che abbandoniamo la zona e ci dirigiamo prima sul mare, a sud ovest, e poi a ovest. Sono di nuovo ai comandi. Inizio una lentissima discesa, a trecento piedi al minuto. Punto sullo Sheraton, ma poi Marco mi convince ad allargarmi a sinistra. Vado sul Cabo do Arpoador, e sulla verticale metto la prua a ovest. Rifacciamo a ritroso l’intera strada.

In prossimità dello Sheraton dò un’occhiata alla favela che gli sta dietro. O Vidigal: cinquanta, cento, duecentomila (?) persone accalcate in verticale. Un’intera città priva di strade, di servizi, con poca acqua, e nessuna regola.

Forse un giorno tradurrò gli appunti che colleziono da anni in una delle mie storie (che scrivo per quando sarò vecchio e avrò bisogno di leggere i miei diari per ricordare la mia vita). Ho già il titolo: As favelas do paradiso.

E mi immagino già l’avvio: Signore, sono stato a Rio, il tuo Paradiso. Perché ci hai messo le favelas?

Dio: Oi. Che mi dici? a Rio ci sono le favelas?

Io: eh, sì, capo, molte.

Dio: strano, non lo sapevo, non me n’ero accorto. Sai, sono così occupato con i miei universi paralleli, i multiversi, eccetera.... Ma scusa... mi sarei aspettato le favelas in Svezia. Non a Rio. Laggiù ho messo tanto di quel bendidio a disposizione di voi uomini, che essere poveri è...ma è vero che ci sono o è una palla di pilota? Anzi, di pirlota?

Io: ci sono, ci sono, fidati capo.

Dio: mah. Che vuoi che ti dica? Siete strani, voi umani, poveri dove dovreste essere ricchi, e ricchi dove dovreste essere poveri...

Dall’aeroporto di Jacarepaguà decolla un Seneca, mentre siamo esattamente sul fondamentale della pista. Incontro a noi vengono 2 elicotteri. Conto anche tre ultraleggeri. Piuttosto affollato, questo cielo.

Viriamo per il corridoio di accesso all’aeroclub esattamente sugli edifici del condominio dove ho casa. Cedo i comandi.

Marco sorride, beffardo, mentre mi dice: vedrai, il finale è un tantino speciale. Facciamo la virata di base a circa 200 piedi (60 m). Puntiamo dritti sullo stadio del nuoto costruito per i giochi Panamericani. Vedo la testata 21 a destra, e l’edificio sempre più vicino.

Siamo a meno di duecento metri. Centocinquanta. Cento! Marco figlio di buona donna ma quando viriiiii?

Finalmente si decide, virata, muso in giù, ultima tacca di flap, muso in su, flare, via motore, ruote a terra. Atterraggio perfetto.

Ero venuto solo per una presa di contatto con l’aeroclub. Come sempre, chi vola ha amici dappertutto, anche se non li ha mai incontrati. Qui ho trovato i brasiliani. Marco. Roberto Monteiro, il Presidente. 89 anni portati da ragazzino, che mi istruisce come far validare il mio Attestato da Pilota sportivo e mi invita, nel frattempo, a frequentare l’aeroclub. E a trovarmi una namorada.

Ecco. Ho fatto una delle esperienze di volo più belle della mia vita. Se Rio è bella al pianterreno, vi garantisco che dal cielo è uno splendore senza pari.

Un paradiso. Pieno di favelas.

 

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