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"Abusività" edilizia

Solo in seguito avrei appreso che si chiamavano “conci” .  Allora le chiamavamo familiarmente  “piere” e noi, che avevamo una decina d’anni,  sapevamo perfettamente da dove provenissero: ma dalle case demolite dai bombardamenti alleati, è da li che provenivano! La spiegazione era semplice e ci bastava. Erano state allineate da uomini del “servizio del lavoro” contro i muri perimetrali delle case sventrate. Ordinatamente accatastate sulle strade  riducevano ad un metro o poco più la larghezza della carreggiata.

26 Aprile 2010 alle 15:27

Solo in seguito avrei appreso che si chiamavano “conci” .  Allora le chiamavamo familiarmente  “piere” e noi, che avevamo una decina d’anni,  sapevamo perfettamente da dove provenissero: ma dalle case demolite dai bombardamenti alleati, è da li che provenivano!
La spiegazione era semplice e ci bastava.
Erano state allineate da uomini del “servizio del lavoro” contro i muri perimetrali delle case sventrate. Ordinatamente accatastate sulle strade  riducevano ad un metro o poco più la larghezza della carreggiata.   Ma  non serviva certo più spazio perché automezzi e carri non circolavano e,  per il passaggio delle donne che andavano ad approvvigionarsi delle poche cose che si potevano ottenere con i bollini della tessera annonaria, il varco risultante era accettabile.  
Ogni tanto si segnalavano “ingorghi”  e gli scarsi frettolosi viandanti  imprecavano coloritamente contro quelle svanite massaie che “ciacolavano” in  siffatto salotto.
Per conto nostro l’età ci graziava.
Non solo i nostri garretti permettevano di spostarci agevolmente al di sopra dei cumuli accidentati, ma l’abbondanza di pietre squadrate e le superfici di terreno abbandonate, ci avevano spontaneamente trasformati  in geniali architetti e prolifici muratori.
Per le pareti avevamo materiale a iosa, i  problemi sorgevano per i tetti e per i pavimenti dei piani superiori. Ci sarebbero volute delle travi di legno. I bombardamenti ne avevano prodotte parecchie,  di buon legno stagionato,  ma erano state presto trasformate in legna da ardere preziosa per il vicino inverno dai pochi uomini scampati inspiegabilmente ai reclutamenti di massa.  Ci vennero in soccorso macerie di lamiera provenienti da tetti arrugginiti o da parti di automobili esplose. Le solite “piere”,  dopo accurata cernita, funsero da maglio ed incudine  e, sorvolando sulle ferite procurateci dal maldestro uso di quella utensileria, i risultati furono entusiasmanti.
Fu così che sorsero solide case, anche di due piani,  a misura di monello,  che furono per lungo tempo testimoni di gesta più o meno confessabili e che servirono,  quanto poi,  a modellare una generazione di ragazzi scatenati e deviati dalle permissive consuetudini della vicenda bellica.
Tempo, ne avevamo. Gli edifici scolastici erano diventati caserme e nei pochi rimasti liberi si andava a turno e saltuariamente.
I padri costretti in molteplici corporazioni belliche, le madri impegnate a far tutto con nulla, poco potevano occuparsi della nostra educazione. Fu spesso il vicino di casa o il vecchio passante indignato ad indicarci stizzosamente il modo di comportarci. 
Fummo così educati empiricamente ma anche con molta severità. Ci venne inculcato il senso del rispetto, senso di cui oggi si sente struggentemente la mancanza.
Per esempio, i posti a sedere erano per gli anziani! E non si discuteva!   Nelle  innumerevoli code per l’approvvigionamento, si doveva favorire i disabili a dispetto della conquistata precedenza. In caso contrario piovevano scappellotti anonimi cui non poteva seguire alcuna rivalsa:  dura lex sed lex!
Il mondo girava così in ogni ceto, in ogni campo: forse esistevano caste, ma la parola rispetto aveva mille sfaccettature e, quasi tutte, molto “civili”. 
A prova di ciò conservo un ricordo che, prescindendo dalla vulgata imperante, mi vien caro raccontare.
In una di dette  strettoie stradali, lunga una cinquantina di metri, arrancava un’anziana signora gravata da una sporta  ingombrante. Impegnò il viottolo nel senso contrario, uno spavaldo energumeno che indossava l’uniforme della Wehrmacht e che, giunto a cospetto della donna, non esitò a farsi largo impiegando prepotentemente  la sua naturale esuberanza per spostare maldestramente ciò che lui reputò un indegno ostacolo. Assistemmo arrabbiati ma impotenti alla scena: il gesto aveva aumentato il senso di avvilimento che da tempo albergava in noi.  Però, il sapore amaro ci fu presto  tolto dalla bocca con l’apparizione di un personaggio che aveva assistito alla sinistra prepotenza. Era un alto ufficiale della SS, il cui comando si trovava a pochi passi, ed era avviato nello stesso senso di marcia della sfortunata. Elegantissimo, gambe divaricate nei suoi stivali lucentissimi, cominciò teatralmente a sfilarsi dito per dito il nero guanto della mano destra, serrando caparbio il frustino d’ordinanza sotto l’ascella.
L’energumeno si fece meno spavaldo e, nonostante avesse ormai compreso tutto, giocoforza dovette avanzare.
Gli schiaffi arrivarono solenni ed implacabili e l’estrazione di un notes su cui fu annotata forse la matricola dello sprovveduto, completò l’opera.
Non vedemmo l’ufficiale come un eroe: faceva parte di un Corpo che  ci incuteva solamente paura e tutt’altro che simpatia!
Ci fu chiaro però  che la disciplina ed il rispetto devono star al di sopra delle ideologie e dei tornaconti personali. Capimmo  che il gerarca aveva saputo  sacrificare la decantata nobiltà della schiatta eletta e lo spirito di corpo a quanto geneticamente recepito e assimilato durante il  contesto educativo in cui era stato formato.
L’episodio venne presto accantonato, ma non dimenticato,  e noi continuammo a costruir case a più piani.
Lo facemmo anche dopo che i carriaggi trainati da monumentali cavalli stiriani avevano servito da salmerie per la fuga dell’invasore. Mi sembra che  di Opel Blitz, i camions in dotazione alle truppe, ne fossero rimasti solo due. 
I tedeschi erano ormai  spariti e stava arrivando Tito.
Ma questa è un'altra storia.

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