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Nascere in casa

Talvolta, quando i nostri figli minori sono malati, oppure sono stati svegliati da un brutto sogno più o meno realistico e infine anche quando la maggiore – in occasioni di particolarissima crisi esistenziale – chiede un immediato conforto ed è quindi necessario ricorrere alle cure taumaturgiche del lettone mi accade di pensare che loro desiderano tornare qui, nel luogo dove sono nati.

11 Giugno 2009 alle 15:27

Talvolta, quando i nostri figli minori sono malati, oppure sono stati svegliati da un brutto sogno più o meno realistico e infine anche quando la maggiore – in occasioni di particolarissima crisi esistenziale – chiede un immediato conforto ed è quindi necessario ricorrere alle cure taumaturgiche del lettone mi accade di pensare che loro desiderano tornare qui, nel luogo dove sono nati. Nell’anno 2000 e nel 2003 sono nati proprio qui due bambini come si nasceva tanti anni fa, tra le “mura domestiche” fedeli testimoni dello sgranarsi quotidiano di piccoli fatti così come dei grandi eventi che segnano la vita intera. In particolare – naturalmente – l’arrivo alla luce di questo mondo dopo i mesi trascorsi nel caldo buio della pancia della mamma.
Sono nati nel XXI secolo come si nasceva nel X, con la differenza di undici secoli di studi e di scienza medica che ci hanno fornito conoscenze e strumenti tecnici utili e, talvolta, indispensabili, ma che in alcuni casi hanno cercato di sottrarre – senza fortunatamente riuscirci completamente – l’arte antica e sempre nuova del nascere e “far” nascere o – meglio – permettere di nascere.

Mi accade spesso di ripensare a quelle mattine di alcuni anni fa, quando ho avvisato mio marito che sì, le doglie erano cominciate e sarebbe dunque stato probabilmente per oggi e allora, prima accompagnava la (o le) bambine più grandi a scuola, poi, per telefono, cancellava gli impegni in università e infine cominciava a girare per casa controllando che tutto l’occorrente fosse pronto; ma non valigie o bagagli per andare lontano perché non c’è bisogno di partire noi adulti, il viaggio è già cominciato e lo fa il bambino, l’essere umano che è già in viaggio da parecchi mesi e che adesso, semplicemente, ha deciso di traslocare.
Certo, l’occorrente era già stato preparato da alcune settimane, dall’ultima visita in cui Rossana ci aveva detto che ormai lo sviluppo era completo e che si trattava soltanto di aspettare quando il segnale fosse arrivato, il segnale che non decidiamo noi, ma che dobbiamo soltanto imparare a riconoscere e ad ascoltare con pazienza. L’occorrente dunque è fatto di alcune cose semplici e antiche, altre un po’ più “moderne”, ma il “resto” poi lo portano loro – le ostetriche – quando arrivano con la dolce intimità che soltanto un lavoro come questo porta a sviluppare in modo così decisivo e pieno.
Rossana, infatti, è la prima ad arrivare e dopo aver controllato con discrezione senza pari a che punto era la dilatazione lascia me e Mario a farci compagnia in questa fatica che non è certo l’unica ma è indubbiamente una delle più emozionanti che si vivono tra marito e moglie. Rossana, dunque, si affaccenda e prepara alcune cose necessarie: tutto avviene con precisione, silenzio e familiarità, quasi come se si stesse cucinando insieme una ricetta particolarmente impegnativa.
Arriva anche Sabina e, ovviamente, è in bicicletta. Piace a Sabina questo mezzo di locomozione così ecologico nella nostra inquinatissima Milano e le piace soprattutto perché le fa pensare alle ostetriche di una volta, che facevano nascere i bambini nei paesi di campagna e giravano appunto in bicicletta su strade sterrate o male asfaltate.

Eccole adesso all’opera, tutte e due. Credo che la parte più incredibile della faccenda sia poter vedere queste due ostetriche al lavoro. Si conoscono e lavorano insieme da più di 20 anni, sono diverse tra loro al punto di essere quasi “stonate” se non che l’intimità in cui operano tutti i giorni (e la vicinanza - lo ripeto – al mistero tangibile della gravidanza e della nascita) le fanno quasi danzare armonicamente, secondo movimenti e modi di fare che sembrano ricalcare un copione prestabilito e invece sono frutto di una conoscenza e una familiarità come solo le grandi coppie di attori riescono a creare. Tanto per non fare nomi, come Totò e Peppino, Paul Newman e Robert Redford, George Clooney e Brad Pitt… ahimè, sì, solo nomi di uomini… e allora aggiungiamoci Rossana e Sabina, così, senza cognomi, dicendo solo che si trovano sotto il nome comune “Lalunanuova” e stanno a Milano, non a Vinigulfo di Sotto, e operano e lavorano nel pieno rispetto delle norme e delle direttive dei Paese più avanzati (almeno da questo punto di vista), in particolare del Nord Europa.
Dicevo allora  che la danza comincia e si dipana secondo tempi e modi nel pieno rispetto delle esigenze mie e del bambino che sta nascendo. In un silenzio operoso e sempre vigile, senza nervosismi, senza eccessi, e io mi sento guidata ma nello stesso tempo libera, appoggiata ma responsabile, entusiasta e affaticata.
Rossana e Sabina mi seguono: spiegano solo quando è necessario, oppure tacciono, fanno battute, massaggiano, guardano, ma soprattutto osservano con pazienza. Ogni tanto controllano con il monitor portatile, toccano solo quando è necessario. Mario partecipa, si affaccenda se le ostetriche hanno bisogno qualcosa di particolare, rende – se possibile - ancora più famigliare la nostra casa.

Ecco, adesso nasce.
Nel 2000 guardo la bimba che nasce e nel 2003 guardo il bimbo che nasce e, certo, sono un po’ stranieri ma anche incredibilmente famigliari e quei bimbi vedono per la prima volta intorno a loro la loro famiglia, la casa, il nido, il loro mondo, l’ambiente dove passeranno così tanto tempo nei primi anni di vita. E si festeggia con lacrime e gridi di gioia e ci si guarda come solo in pochi momenti della nostra esistenza ci si guarda e si aspetta, con calma, che il cordone smetta di pulsare e che quell’esserino impari finalmente a respirare quest’atmosfera così “strana”. Poi Rossana chiede a Mario se vuole tagliare il cordone e questa richiesta mi appare come la punta di quell’iceberg enorme che si chiama rispetto, osservanza, umanità, umiltà… tutti termini che troppo difettano in precisione.

Adesso l’ambulanza che è rimasta per un paio d’ore circa sul marciapiede sotto casa può andare. Mario scende in strada e annuncia la nascita e ci sono già le prime congratulazioni da quei volti che non vedrò mai, ma che sono giustamente contenti di aver partecipato ad un evento tanto strano ma così normale in molte nazioni che non sono questa nostra Italia.
Dopo pochi minuti – diciamo 20 o 30 – arrivano la/le bambine e vedono sorella prima e fratello poi che sbocciano così nel miracolo quotidiano della casa e sperimentano, con la coscienza di cui l’età fornisce, che la vita – come la morte – fanno parte di quel tutto misterioso e unico che si chiama esistenza.
E allora si mangia insieme e si festeggia: la mamma e il bimbo nel letto e gli altri in camera o in soggiorno ed è subito come una piccola festa in cui si stappa una bottiglia e si lascia posto ai sorrisi e agli abbracci fra grandi e piccoli.

Dopo 3 o 4 ore arriva il neonatologo. Arriva che è già tardi e i bambini sono a letto. Entra in punta di piedi. E’ il responsabile della Unità Operativa di Diagnostica Neonatale di uno dei più famosi ospedali dell’hinterland milanese. E’ una persona straordinaria: semplice e competente, certa ed entusiasta del proprio lavoro, serio eppure spiritoso. E’ l’ennesima volta che vede e visita bambini appena nati, ma è la prima volta che lo fa con bambini nati in casa e ci racconta la sua gioia e il suo - quasi incredulo - orgoglio con cui svolge quest’opera. In quello stesso mese ha visitato altri due bambini, uno di questi è il figlio di una famiglia di ebrei osservanti. Poi arriveranno nonni, zii, cugini e amici ed entreranno tutti in punta di piedi in quella stessa casa dove poche ore prima si è celebrato – lasciatemelo dire – il sacro rito della nascita. Non ci sono né promossi né bocciati in questo rito, ci sono solo persone che hanno avuto la grazia di partecipare al miracolo quotidiano e sempre nuovo della vita.
Si può nascere così, a Milano, nel XXI secolo.

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