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Il nome che Dio ti ha dato

C’erano state alcune difficoltà all’ufficio smistamento. Per altro verso, in un luogo veramente molto lontano, si festeggiava alla grande nella sala conferenze della facoltà di biologia genetica dell’Università del Colorado.

3 Giugno 2009 alle 18:06

C’erano state alcune difficoltà all’ufficio smistamento. Per altro verso, in un luogo veramente molto lontano, si festeggiava alla grande nella sala conferenze della facoltà di biologia genetica dell’Università del Colorado. Otto premi internazionali ad altrettanti ricercatori e direttori di laboratorio, oltre che il Nobel al sovraintendente capo del progetto. Venti anni di ricerche e alla fine il risultato pieno: la clonazione era perfettamente riuscita. Dalle cellule di uomo era possibile ricostruire un clone bello vegeto e perfettamente funzionante. Un unico limite alla applicazione e alla casistica: si poteva utilizzare per la clonazione solo cellule di individui già defunti. Così aveva deciso la Commissione Etica del Senato, per evitare le complicazioni sociali di individui che avessero lo sfizio di moltiplicare la loro bella faccia o di genitori ansiosi che si premurassero di avere un figlio di riserva perfettamente identico a quello che già avevano.
Per gli psicologi era un guaio perché dinamiche relazionali di due individui perfettamente identici sarebbero state interessantissime da studiare, specie riguardo al tema della struttura immaginativa dell’io nel momento in cui avrebbe proiettato il suo sè in un’altro che avrebbe detto io sono io e allora tu chi sei se sei me? Ma in fondo queste erano quisquilie e non c’era da prendere troppo sul serio le esigenze di una scienza da salotto come psicologia. Il fatto era che la genetica aveva ora in mano la chiave dell’eterno ritorno dell’eguale.
Certo il problema di dover usare solo cellule di individui già defunti  se non era un vero problema, era certamente una bella seccatura tecnica. Bisognava chiedere il permesso e prelevarle a individui che si sperava sarebbero morti di lì a poco, metterle nel congelatore e aspettare pazienti che il paziente passasse a miglior vita. All’inizio si trattava di malati terminali e questo falsificava non poco il risultato, perché si trattava pur sempre di cellule di individui più di là che di qua e dunque di scarsa qualità. Come al solito il sovraintendente  capo ebbe un’idea brillante: preleviamo le cellule ai condannati a morte. In un primo momento ci si era rivolti ai diversi bracci della morte nazionali. Ma fu un disastro. Il caso più pazzesco fu quel governatore che, per premiare la buona volontà di un condannato, gli concesse la grazia una volta che aveva acconsentito a donare le sue cellule. Altre volte si era arrivati a situazioni sfibranti, come quel condannato che, grazie, al solito avvocato azzeccagarbugli, aveva ottenuto un rinvio dell’esecuzione a tempo indeterminato proprio quando era già disteso sul lettino e noi eravamo pronti ad aprire il congelatore per poter iniziare a lavorare sulle sue cellule. Figuratevi lo scazzo collettivo di tutti noi.
Poi per fortuna, la cosa più pratica: ci rivolgemmo all’Ufficio per il Commercio Estero della Repubblica Popolare Cinese. E davvero non ci furono più problemi. Andavamo in Cina noi stessi con i nostri ferri del mestiere, pagavamo direttamente al direttore del carcere, prelevavamo il materiale, lo depositavamo nei congelatori portatili e, tante volte, ancora in aereo, ci giungeva sul computer il messaggio di via libera: il titolare delle cellule era ormai passato a  miglior vita.
Così adesso possiamo costruire uomini perfettamente identici, ma con vite totalmente differenti, e questo, tra l’altro, darà  tanto materiale di studio a sociologi e psicologi, vale a dire quanto l’influenza dell’ambiente abbia a contare sulla personalità del clone, avendo finalmente tutta l’informazione necessaria per poter dare risposta definitiva allo storico quesito se coglioni si nasce o si diventa.
L’unica cosa davvero preoccupante, è che i cloni  cominciano a dare segni di grave squilibrio non appena iniziano a parlare. Una volta ricostruito l’individuo, dopo essere riusciti a ridare vita alle cellule, l’embrione fa il suo normale corso vitale fino a svilupparsi come un qualsiasi feto e nascere come ogni altro essere vivente. L’unica differenza è che si tratta di un individuo perfettamente identico ad un altro che è già vissuto. Una cosa davvero unica, se si pensa che anche i gemelli monozigoti una qualche piccola differenza, ad esempio nei lobi delle orecchie, o nell’iride degli occhi la presentano, insomma non sono perfettamente identici, forse perchè nell’attimo in cui l’ovulo di scinde per dare vita a due feti, la frazione infinitesimale di tempo che intercorre nella scissione del processo determina quelle minime differenze.
Il clone è invece esattamente lo stesso individuo con qualche anno in meno. Quello che ora non riusciamo a comprendere è come mai non appena i cloni superano la fase neo natale e cominciano ad apprendere il linguaggio, cominciano ad avere incubi e a dare segni di follia ed infine entrano in una stato catatonico, quasi rifiutassero la nuova vita che gli abbiamo dato.
Ora, ad esempio, devo lasciare questa lieta riunione conviviale, perché devo andare in laboratorio per il mio turno di sorveglianza di un clone di soli quattro anni che, come gli altri, ulula, gira su se stesso, fa versi striduli e sconclusionati come un grammofono che fa girare il disco alla velocità sbagliata.

Il professore salutò colleghi, autorità, la bella gente che era stata invitata alla celebrazione. Raggiunse la hall dell’edificio, luminosa come quella di un grande albergo sul mare, con le sue grandi vetrate di cristallo, e si avviò lungo il viale che attraversava il piccolo parco fino ai laboratori di ricerca. Camminando aveva la strana sensazione di una presenza, di qualcosa che gli stesse accanto, pur essendo invisibile. “Gli imprevedibili effetti – pensò – dei molti Martini”.
All’entrata, le straripanti tette dell’infermiera di turno lo fecero sorridere fra sè, al pensiero della benefica utilità della moltiplicazione ex vitro delle tette e dei culi.
Prese dall’armadietto personale un camice fresco di bucato e si diresse verso la porta del laboratorio 4, quello che con la grande vetrata a specchio permetteva di osservare il comportamento degli esaminati senza essere visti.
Come entrò notò con sorpresa e timore un intruso. Un ometto, anche lui in candida veste e biondo, biondissimo, stava giocherellando con le fialette.

“Lei chi è e cosa fa?” – gli dico a muso duro. E lui, come se niente fosse, rimette al suo posto la fiala e si volta verso di me con uno sguardo candido e innocente.

 “Ti aspettavo – mi dice. Ho un messaggio che non può attendere.”

“Un messaggio da parte di chi e che a proposito?”

“Ci è già capitato altre volte che le cose si stessero mettendo per il peggio e abbiamo dovuto intervenire direttamente – risponde il biondino.”

Avevo capito. Un folle che si era intrufolato e voleva i suoi cinque minuti di gloria.

“Se ne esca immediatamente e farò finta di non averla vista, così nessuno si sarà fatto male.”

Solleva un poco il volto e mi dice: “Mi chiamo Gabriele.”

“Cosa vuole che me ne importi come si chiama, mi ascolti, alzi i ...”

Non finisco nemmeno la frase che prende una biro, la getta a terra, e questa si trasforma in un serpentello. Lo riprende per la coda e torna ad essere una biro.

Fantastico! Un illusionista che cerca un palcoscenico privilegiato per arrivare in TV.  Stavo per afferrare il telefono e chiamare la sicurezza ed ecco che l’ometto comincia a lievitare, a ingigantirsi, e due enormi ali gli spuntano dalle spalle e dopo un po’ anche l’aureola tutta fiammeggiante. Che potevo fare? Mi sono inginocchiato e gli ho detto: “Ma allora è tutto vero, gli angeli esistono e se esistono loro esiste anche tutto il resto. E’ così?”

“Si, e mi sono sempre chiesto come così raramente riusciate a vederci, eppure siamo tra voi sempre e ovunque. Ma siete così presi e confusi dal quotidiano tira e molla che la vista vi viene meno. Nemmeno Satana riuscite  più a scorgere, che di tracce ne lascia sempre tanto evidenti.
Comunque il messaggio è questo: dovete immediatamente smettere le clonazioni. Per ora siamo riusciti a salvare qualche anima, impedendo che clonati raggiungessero la fase della coscienza e pronunciassero la parola ‘io’. Ma presto non sarà più possibile e sarà un guaio immenso, quasi come quello di Caino e Abele, cioè una parte dell’umanità cancellerà l’altra.”

“Perché? – dico io – in fondo si tratta solo di corpi, ma le anime saranno pur sempre diverse. E che importanza potrà avere se anime diverse avranno corpi identici.”

“Non è così. Ascoltami bene, perché cercherò di illuminarti, per quanto possibile col linguaggio umano, su quello che accade poi. Le anime di solito ve le raffigurate come nuvole di vapore, o come statue trasparenti e vibranti di luce. Ma non è chiaramente così, giacché come sapete bene sono totalmente immateriali, perché sono la memoria di puri atti volizione, di stati intenzionali della mente. L’anima è un fascio di desideri, di intenzioni, di decisioni, tenuto assieme da una voce che dice io voglio, io desidero, io faccio, io penso. Ma chi è questo io che dice e decide? Nient’altro che il dono del Sommo Fattore, attraverso cui vi ha strappato dalla condizione animale e vi ha resi anime. Ma questo atto che mette in atto se stesso e vi dà così la libertà di scegliere fra il bene il male, è parte della Sostanza Prima ed è identico, in quanto pura forma, in  ogni anima. Immagina l’anima come un mazzo di fiori e l’io come il nastro che li tiene assieme. Il nastro è sempre lo stesso, ma i fiori, cioè le singole volizioni, sono assai diverse. Alcuni mazzi sono pieni di ortiche e di erba matta. In altri ci sono gigli, gladioli, rose, qualche ortica, qualche foglia d’edera. Insomma ogni mazzo è diverso da tutti gli altri, ma la sua identità, ossia chi è stato il soggetto che lo ha generato, ci resta ignota, perché il nastro che lo tiene assieme è sempre identico per tutti. Lo riconosciamo solo grazie al corpo, che è come un bigliettino di accompagnamento appuntato al nastro. E’ per questo che in natura non ci sono due corpi identici, ogni essere vivente avrà la forma dell’iride, dei lobi delle orecchie, delle impronte digitali assolutamente diversa da quella di qualunque altro essere vivente. Ogni corpo è un’unità unica e irripetibile, e la sua differenza è il marchio, o se preferisci, il nome che Dio ha dato a ciascuno di voi. Grazie al nome che Dio vi ha dato, ci sarà possibile riconoscervi e mettervi al posto giusto.”

“Al posto giusto? – domando – Vuoi dire in Paradiso o all’Inferno?”

“In un certo senso. Ma la cosa è più complessa. Immagina che lassù si stia tessendo una bellissima tela ricamata e, in base alla bellezza che ogni anima è riuscita a realizzare, abbia ad avere un determinato posto in quella tela. Grazie al nome che Dio vi ha dato, possiamo con sicurezza collocare ciascuna anima al posto giusto. Infine, quando il tempo che stato concesso all’umanità sarà esaurito, la tela avrà assunto la sua forma e il suo disegno definitivo. Allora ciascuna anima si illuminerà come una stella e vedrà  per l’eternità se stessa nel disegno che è stato tracciato, e più le anime saranno state belle, più il disegno nel quale si vedranno sarà ordinato e bello e quindi radioso come il volto del Padre. Se invece ci sarà un numero preponderante di anime che  avranno messo nel mazzo desideri indegni, azioni vili, decisioni in mala fede, il disegno sarà disordinato e stridente e perciò causa di angoscia, rimorso e struggimento. Per questo vi è stato consigliato di essere caritatevoli, cioè di non occuparvi solo di voi stessi, ma anche dell’anima di chi vi sta accanto.
Ci fu un tempo in cui si pensò che l’umanità non avrebbe disegnato nulla se non un orribile ghirigoro e per l’eternità avrebbe patito un dolore immenso, trascinando in quel nero gorgo anche le poche anime che qualche bel fiore avevano saputo mettere nel mazzo. Il Padre decise allora di farsi Figlio, e, conoscendo la Carne attraverso la Carne, potè salvare l’umanità cancellando la memoria del corpo di coloro che solo ortiche avevano raccolto.
Ora possiamo sistemare nella tela solo anime che almeno qualcosa di buono hanno da ricordare, ragion per cui un’eternità di gaudio vi è stata assicurata.
E qui sta il punto, la ragione per la quale sono qui. Se per ogni corpo ci saranno, in virtù della clonazione, due e più anime, quale posto potrà essere assegnato a quel nome nella tela? Un’anima avrà peccato di più, un’altra di meno, un’altra condotto una vita santa. Dunque dove collocare quel nome nella tela se ad esso corrispondono vite difformi? Che altra scelta ci resta se non quella di cancellare il nome di quel corpo, come facciamo per i peccatori senza speranza? Ebbene, proprio perché tu sei uno degli autori di questa follia, ti è stata affidata la missione di annunciarne la natura diabolica e chiedere che vi si ponga fine.”

“Ma anche se riuscissi a convincere i miei colleghi della necessità di porre fine alla clonazione, sarebbe in ogni caso troppo tardi. Altri laboratori, in ogni angolo del mondo, saranno presto in grado di fare quello che siamo stati in grado di fare noi.”

“Il tuo compito non è quello di convincere qualche centinaia di scienziati a non fare quello potrebbero e soprattutto desiderano ardentemente fare. Il tuo compito è ben altro: annunciare al mondo la natura diabolica della clonazione e ammonire che vi si presterà troverà i cancelli del Cielo sbarrati. L’umanità è libera, è perciò costretta a scegliere fra il bene il male, ma, in ultima istanza, la scelta in un senso o nell’altro, è determinata dalla fede, e la fede deciderà della salvezza di ognuno.”

“Perché proprio io?”

“Perché di tutti sei quello che ha meno fede.”

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