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Ogni giorno

Ogni giorno, in un parco giochi della zona di Città Studi - a pochi passi da alcune fra le più prestigiose facoltà scientifiche italiane -, avviene un miracolo che credo sia giusto portare a conoscenza del maggior numero di persone possibile.

29 Aprile 2009 alle 19:09

Ogni giorno, in un parco giochi della zona di Città Studi - a pochi passi da alcune fra le più prestigiose facoltà scientifiche italiane -, avviene un miracolo che credo sia giusto portare a conoscenza del maggior numero di persone possibile.
Verso le 16.30 arrivano: è uno strano terzetto.
Lui sovrasta – decisamente – gli altri due. Avrà suppergiù vent’anni, è bello come un kouros greco, sarà alto almeno 1 metro e 90 e avanza un po’ dinoccolato forse perché sta ancora imparando a portare in giro quel suo fisico ultraterreno.
Insieme a lui ci sono gli altri: due bambini con handicap diversi.
Uno è gravemente compromesso nel fisico e avanza faticosamente ma baldanzosamente con l’aiuto di una sorta di girello, come quello che usano gli anziani per camminare. Evidentemente le gambe non lo reggono totalmente e sventolano - un po’ come delle banderuole - accarezzando il terreno. Anche lui è ultraterreno, non tocca la Terra, la sfiora, in questa sua fatica indomabile del muoversi e del vivere.
L’altro si muove bene, ma parla con estrema fatica e dice frasi a volte un po’sconnesse. Arriva in bicicletta, ma poi la mette in un angolo e resta solo e un po’ imbronciato su una panchina in disparte.

Il kouros di vent’anni spinge un passeggino che, evidentemente, serve al primo dei due piccoli  per fare degli spostamenti lunghi. Appena entrati nel parco giochi posteggia il passeggino e comincia il suo lavoro: parla ai piccoli e accompagna il primo vicino ai giochi, lo aiuta nella sua incredibile fatica di salire gli scalini di uno scivolo, poi – quando è ben sicuro che il piccolo sia pronto per partire – porta il girello alla fine dello scivolo e lì aspetta, incoraggia e aiuta nel rispetto assoluto dell’autonomia del piccolo che può e vuole fare da solo. Poi il kouros si sposta, come una spola su un telaio e va dal secondo, gli parla, lo chiama, cerca di coinvolgerlo, non lo fa sentire solo… e da lontano controlla il primo che adesso si aggira sul prato e sorride come un piccolo angelo.
Così sempre avanti e indietro, avanti e indietro, come una mano che accarezza e con un sorriso stampato sul volto che è ben lontano dagli splendidi (ma morti) capolavori dell’arte greca. Ed è invece un giovane di oggi, vivo, a compiere questo piccolo ma enorme miracolo che ogni giorno si ripete.

Io non so se questo sia il lavoro di quel ragazzo o se sia la sua attività di volontariato o se sia qualcos’altro, in qualsiasi caso è una serie di gesti (ripetuti e costanti) di un tale affetto e di una tale sensibilità che non possono rimanere inosservati. Infatti io li osservo e a volte porto volontariamente i miei bambini in quel luogo per poter godere di quella visione di Paradiso in Terra, quel pezzo di realtà cambiata, quell’angolo di Cielo in mezzo a uno dei pochi angoli verdi di Milano.

Ho scritto questa cronaca nel mese di novembre, quando il freddo e la bruma milanese rendono a volte un po’ difficili le uscite ai giardini, ma adesso è la fine di aprile e la primavera, ancorché piovosa, avanza. Volevo solo dire che il kouros è sempre lì, ha cambiato abbigliamento ma non atteggiamento. L’altro giorno – in più – era impegnato nella pulizia di bocche e mani dei bimbi dopo le merende… Io stavo in disparte, ma non troppo.

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