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Dalla statua della Dea Roma all’obelisco del Codex Fori Mussolini: consacrazioni moderne, more antiquo

27 Settembre 2016 alle 06:18

Dalla statua della Dea Roma all’obelisco del Codex Fori Mussolini: consacrazioni moderne, more antiquo

Fra le varie notiziole che scivolano senza clamore sotto i nostri occhi, circa un mese fa se n’è affacciata una speciale: il ritrovamento del così detto Codex Fori Mussolini al di sotto del celebre obelisco issato nel 1932 davanti allo Stadio Olimpico. Si tratta di un testo sepolto sotto i blocchi di granito, accanto ad alcune monete d’oro, nel quale vengono riepilogati l’ascesa, il trionfo e la politica architettonica del movimento mussoliniano. Sulla cronaca di Roma di Repubblica (31 agosto), è scritto che secondo gli studiosi “il messaggio era stato pensato per essere letto dopo l’abbattimento dell’obelisco e di conseguenza dopo la caduta del regime, segno che i fascisti stessi erano consapevoli del fatto che prima o poi sarebbero andati incontro al tramonto”. L’interpretazione non è convincente: i materiali disseppelliti non appartengono soltanto al regno del manifestato, né sono stati concepiti in funzione di propaganda retroattiva (altrimenti sarebbero stati infissi su qualche parete visibile, come d’abitudine vigente il fascismo) ed è difficile pensare che all’alba degli anni Trenta, nel momento apicale del sogno mussoliniano, un oscuro fatalismo avesse già permeato il regime al punto da far immaginare l’abbattimento dell’obelisco.

 

E’ più sensato interpretare il tutto come un rito nel quale il gesto e la parola instaurano un muto e segreto colloquio con il Genio della Patria, in quel luogo misterioso nel quale forze senza forma, evocate da persone chiamate ad agire dietro le quinte, operano lungo le linee invisibili su cui scorre il destino di una nazione. Prova ne è il simbolismo verticale dell’obelisco, asse che collega i tre mondi (celeste, ctonio e catactonio) e che richiama il palo primigenio issato sul Palatino, archetipo della volta cosmica e sede di fondazione dell’Urbe romulea (nel giorno di Pales, il 21 aprile). Il fascismo non si dimostrò all’altezza del compito, ma in questa sede ciò non ha importanza. Qualcosa di simile, in veste più profana, era accaduto già in età risorgimentale e, risalendo li rami, durante il Rinascimento (anche i papi erano interessati al regno delle cause…). Qualche anno fa, sempre a Roma, durante lo spostamento della statua di Cavour eretta nell’omonima piazza (si stava costruendo un parcheggio), fu scoperta una pietra di marmo con un cilindro di piombo al cui interno erano alcune monete d’oro e una pergamena del re d’Italia, Umberto I.

 

Meno conosciuto è il rito di consacrazione avvenuto all’Altare della Patria nel 1925, in occasione dell’inserimento della statua raffigurante la Dea Roma realizzata da Angelo Zanelli per completare il monumento capitolino inaugurato da Giolitti nel 1911, “sopra questo colle che ricorda le glorie e le grandezze di Roma” e che “nell’effigie del Padre della Patria riassume il ricordo delle lotte, dei sacrifici, dei martiri, degli eroismi che prepararono e compirono la resurrezione dell’Italia”. Nella più completa monografia sul Vittoriano pubblicata nel 1986 dagli Architetti e Storici d’Arte della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Lazio (Palombi editore) si legge in effetti: “Il completamento avvenne con il trasporto epico, fatto con macchina a vapore, del colosso monolitico di Botticino della Dea Roma, alto più di 5 metri pesante 30 tonnellate, dal cantiere di Porta Maggiore… al sito, predisposto con l’inserimento di alcune monete dell’epoca sotto la base sulla quale venne infine rizzata il 31 marzo 1925 per la successiva inaugurazione dell’Altare della patria celebrata nel Natale di Roma il 21 aprile dello stesso anno”. A pochi giorni dalla sistemazione della statua, sul Giornale d’Italia del 27 febbraio 1925, apparve un articolo intitolato “Roma attraverso Roma” nel quale s’informava così il lettore: “Uno spettacolo nuovo si prepara. Vedremo Roma trionfalmente portata per le vie di Roma… La scultura in pietra di Botticino (Brescia) sarà dolcemente trascinata con il metodo dello slittamento, cioè con successivi piani scorrevoli formati da traverse di legno robusto… Come è noto, la statua di Roma va collocata nell’edicola sopra l’arca del Milite Ignoto e sostituirà il modello in gesso che tutti conoscono. Nelle linee fondamentali quella non differisce da questa. Tuttavia lo scultore nella seconda e definitiva forma ha infuso un aspetto più matronale e più fedele alla tradizione. Una volta a posto si giudicherà se il cambiamento ci compensa della divina giovinezza ingenua che nella sua prima creazione Angelo Zanelli aveva impresso sul volto della Dea Roma. La statua pesa quasi 150 quintali: è quindi il più pesante masso che ai nostri tempi abbia attraversato la città. La Metropoli ritorna alle mirabilia alle quali l’aveva abituata l’Impero?”. Nello stesso anno, un sodalizio esoterico raccolto intorno allo ieronimo di Ekatlos, protagonista di operazioni rituali per propiziare la vittoria italiana nella Grande guerra – vittoria preconizzata dalla “visione di un’Aquila; e poi, portati dal suo volo trionfale, due figure corruscanti di guerrieri: i Dioscuri” –, riepilogava la propria attività in una relazione (La Grande Orma) culminante in un auspicio: “Oggi si lavora ad un grande monumento, nella cui Nicchia centrale sarà collocata la statua di Roma arcaica. Possa questo simbolo rivivere, in tutta la sua potenza! La sua luce, splender di nuovo!”.

 

Nel giorno dell’inaugurazione more antiquo, non lungi dalla statua di Zanelli, avveniva qualcosa d’interessante intorno a un’altra statua raffigurante Minerva seduta reinterpretata come Dea Roma, situata in piazza del Campidoglio. Ne scrisse l’indomani il Giornale d’Italia in un articolo intitolato “Fiori alla statua di Roma”: “Ieri mattina verso le ore 5, quasi furtivamente, forse per conservare l’incognito… alcuni giovani sono saliti nella nicchia che accoglie la storica e maestosa statua di Roma Capitolina e hanno adornato la bella statua con un festone di lauro fiorato e dal quale pendevano lunghe guide di fiori rossi e gialli formanti una bandiera floreale dai colori di Roma…”. Pallade dava il benvenuto alla Dea Roma. Le due statue sono ancora al loro posto, tutto è possibile di là dal tempo profano.

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