Don Juan

L'arte del riepilogo, gli inganni dei peregrini, la possibilità di risalire lungo il cammino dei Padri

Alessandro Giuli
L’arte del riepilogo è qualcosa di molto difficile. Non sono sicuro che l’abbia inventata Pitagora, penso anzi che sia una tecnica precedente alla vicenda umana del filosofo di Samo.

L’arte del riepilogo è qualcosa di molto difficile. Non sono sicuro che l’abbia inventata Pitagora, penso anzi che sia una tecnica precedente alla vicenda umana del filosofo di Samo. Si tratta – come noto – di riavvolgere alla sera il nastro della propria giornata, farsi un po’ l’esame di coscienza, per dirla in modo volgare: censire con dovizia d’attenzione che cosa abbiamo fatto sin dal risveglio mattutino (un’altra possibilità è quella di procedere à rebours, dall’ultimo istante a quello subito precedente e via così, all’indietro), senza nemmeno tralasciare le minutaglie, i dettagli, le sfumature nel cui alveo spesso si annidano le nostre piccole debolezze quotidiane, le concessioni all’io storico, allo sfarfalleggiare dell’emotività, al randagismo del pensiero associativo… Insomma è necessario sottoporre ogni azione o inazione a un tribunale speciale che si attiva al tramonto, insieme con la levata del nostro astro interiore, il Sole di Mezzanotte.

 

A che pro? La risposta è coessenziale alla pratica. Qui posso ricordare che il maestro tolteco di Castaneda, Don Juan, sottoponeva il suo discepolo a severissime sedute di riepilogo giornaliero; ma non gli bastava costringerlo a rincappiare il laccio del dì trascorso, no, lo obbligava a ricominciare dalle primissime esperienze di vita, i ricordi dell’inizio! Impresa erta per animi coraggiosi e tenaci. A che pro? chiedeva, disorientato, Castaneda. E Don Juan – andiamo a memoria – gli diceva: un giorno si compirà il tuo destino e, a meno che tu non costruisca un nucleo essenziale indistruttibile, anche il tuo aldilà sarà supremamente impersonale, ti disgregherai nell’Aquila, il grande tutto; ma prima di aver concluso questo processo sarai messo di fronte all’intera visione della tua esistenza, è così che sfamerai l’Aquila, tanto vale dunque portarsi avanti col lavoro e vedere che cosa succede nel frattempo. E nel frattempo, con la forza della disciplina, molte cose possono accadere in effetti.

 

Ci ha lasciato scritto Porfirio che “Zeus è un dio fatto di dèi”, il che lascerebbe immaginare che l’uomo sia un dio fatto di uomini. Se così fosse, anche l’uomo dovrebbe esaminare la propria coscienza a partire dal momento in cui, storicizzando l’origine divina della sua natura, ha frammentato l’unità nella fantasmagoria del mondo fenomenico, finendo per farne un feticcio cui erigere altari e preghiere. Non so se sia così. So che all’uomo differenziato, al vir, è data la possibilità di accrescere in misura enorme la propria consapevolezza, e parallelamente diffonderla in una natura che già di suo non ne è affatto priva. E l’arte del riepilogo serve appunto a questo scopo ma impone – sopra tutto oggi – di combattere ai ferri corti con ogni punto d’appoggio, ogni facile quanto irreale sostegno, a cominciare da qualsiasi metafisica dell’-ismo: a cominciare proprio dal fideismo, l’adesione cieca, ottusa, alla “fede religiosa” che si fa superstizione invadente, violenta in varie forme. L’islamismo, per esempio, ma ci vuole poco adesso a prendersela (a ragione) con i fanatici di Maometto. Aggiungete voi ogni altra variante religiosa il cui nome finisca con -ismo (cioè tutte), se vi va, compresi ovviamente lo scientismo e, parlandone da vivo, il marxismo; ma pure il liberismo che mica è un pranzo di gala. Quanto a noi, nessun problema a inserire nell’inventario della superstizione il “paganismo”, e cioè, come insegnano color che sanno, “la moda di sparuti gruppi che invocano, o meglio pretendono di invocare le deità, greche, romane, etrusche, norrene, arie dell’India vedica, celtiche et cetera et cetera…”.

 

I paganisti, né più né meno di altri devoti pellegrini monolatri, vivono la condizione esteriore del Pereger, “colui che erra, il forestiero che percorre terre straniere. Colui che non ha patria in sé, perché non ha un ubi consistam, è forestiero, externus a sé stesso. Chi va in cerca dell’esteriorità difficilmente si conoscerà; sarà incapace a possedere la propria interiorità, l’ancestralità. Il suo vagare diventerà un trafficare; le merci, il denaro saranno la sua compagnia e in tal compagnia riverserà tutto sé stesso”. Anime ancora imperfette – e parliamo per esperienza – che si consegnano a “piccole chiese al servizio del Disgregatore, patrono di tutte le piccole e grandi parrocchie, padrone del grande Bar del Pantheon, la bottega degli dei falsi e bugiardi”. Come opporsi a tale inganno? “Occorre operare con consapevolezza e coerenza affinché si manifesti una profonda, universa metànoia a por fine alla imperversante superstitio, la credenza vana e idolatra che i Romani aborrivano”.

 

Occorre propiziare in sé la nascita di un altro tipo umano, remoto ma sempre presente, e raggiungibile, come archetipo. E’ l’“Uomo che aveva viaggiato, che aveva percorso un lungo cammino portando con sé solamente il viaticus, la provvista necessaria per il suo viaggio, il proprio, l’essenziale. Non era un errante, aveva tutto con sé e una direzione precisa; egli compiva un cammino, un percorso, un iter. Egli aveva anche un compito, doveva adempierlo. Doveva riportare la Luce iperborea nell’ombelico del mondo, affinché da quel umbilicus terrarum si diffondesse dappertutto tra le genti. Era guida, sacerdote, sciamano, guerriero, edificatore, allevatore; riprendeva in sé le tre funzioni. Doveva essere l’iniziatore (in-itus) d’un nuovo tempo. Iter, itineris, viaggio, cammino; eo, is, ii, itum, ire, andare, camminare, venire, giungere; dalla radice indoeuropea I, IT – il cammino, la direzione… Italus, Itali, Italia…”. E questo costante sforzo di risalire al cuore lucente delle parole avite – Patria è l’inizio – non è forse il modello migliore per imparare la nostra arte del riepilogo?

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