Come onorare la dea Maiestas, aureo cardine dell'ordine divino e restauratrice dell'ordine etico

Alessandro Giuli

    Ogni qualvolta s’avvicina un appuntamento elettorale sono tentato di stampare alcune copie del De Officiis ciceroniano per farne dono ai candidati. Poi torno in me e lascio ai democratici l’incombenza di baloccarsi con l’illusione di “una testa un voto”… E tuttavia, se non con la scheda elettorale (vana sembianza di libertà?), è forse possibile contribuire alla rettificazione della cosa pubblica. Come? onorando Maiestas: una divinità antichissima cui recano offesa tutti coloro che, insignoriti da un voto, eccitano discordia, rubano all’erario, svendono lembi di sovranità agli stranieri, mentono sulle loro malmostose intenzioni. Chi sia Maiestas ce lo dice Ovidio nei suoi Fasti. “… finché Honos e Reverentia decorosa dal volto placido / in legittimi legami imposero i corpi. / Di qui è la saturnia Maiestas, costoro stima genitori, / lei che dal dì natale sempre fu grande. / Senza indugio s’assise sublime nel mezzo dell’Olimpo, / aurea da ammirare nella purpurea veste. / Sedettero insieme Pudor e Metus: avresti visto / ogni nume a quel volto atteggiare il proprio. / Subito entrò nelle menti il rispetto degli onori: / si fa pregio ai degni, né più chiunque si autocompiace. / Questo stato in cielo per molti anni perdurò”, finché il dio più antico cadde fatalmente dalla sua rocca (dum senior fatis excidit arce deus). La Terra partorì i Giganti, i mostri immani che osarono assalire la dimora di Giove ammassando montagne su montagne fino agli astri più eccelsi; ma il dio, scagliando la vindice folgore, rovesciò quel peso immane sulla mostruosa progenie.

     

    Polimnia, la musa del canto sacro e degli inni agli dèi, celebra Maiestas la dea figlia di Onore e Riverenza, assisa tra il Pudore e il Timore, cardine dell’ordine divino, custode fedelissima dell’arcano serrato nei cieli. La divina Maiestas che, maturi i tempi, scenderà poi sulla terra per ristabilire l’ordine etico. Il romano Mos subentrerà al tempo caotico di generazioni ribelli, sovvertitrici dell’originario equilibrio, per ripristinare la retta condizione umana, e ricondurla all’ordine primigenio che fu degli Avi sotto il governo Olimpico di Giove, debellata quella titanica, tellurica rivolta incarnata nella razza dei Giganti.

     

    A parlarci per bocca del vate Ovidio è la musa Polimnia e il suo racconto viene approvato da Clio, musa della storia, e Talia, musa della commedia, che hanno ascoltato in silenzio. Dall’età dei mitici Padri, fondatori del Cosmo, Urania, la musa del cielo stellato e della legge che regola gli astri, passa a descrivere un’età nuova in cui s’era ristabilito l’antico equilibrio tra lo stato del mondo ormai secolarizzato, della salute degli uomini, della loro Res Publica e la prosperità della circostante natura; il tutto retto da Vis et Amor, non trascurando il Consilium divino, per i supremi disegni da attivarsi nella storia con giusta misura e prudenza. Un equilibrio che integrava e coinvolgeva in quei sommi propositi tutte le generazioni, giovani e anziani. Sopra tutti, al vertice, i maggiori, le menti elette, i Padri. E Romolo, che questo comprese, affidò a quei Padri il governo della nuova città. Numitore, il suo avo, volle questo e volle che ai Maiores venisse consacrato un mese, il maggio. Afferma Urania che tal fatto è comprovato, infatti il mese successivo è detto giugno dal nome di Iuventas, la dea della giovinezza. Vi fu in quel tempo grande riverenza per le teste canute e il senno dell’età tenuto in gran pregio, mentre i giovani attendevano alle opere di Marte e vigilavano a difesa dei loro dèi. Prima tra le Muse, perché ispiratrice dell’epica, infine, Calliope la saggia dionisiaca, neglectos hedera redimita capillos, racconta la sua versione: la titania Teti aveva come sposo Oceano, dai due nacque Pleione che unitasi ad Atlante, colui che sosteneva sulle spalle il cielo, partorì le Pleiadi. Maia era la più bella delle sorelle e congiuntasi con Giove generò Hermes, Mercurio, aetherium volucri qui pede carpit iter. L’esule Evandro dall’Arcadia, nei campi latini, portò con sé sulle navi anche i suoi dèi: “Qui, dove ora è Roma, capo del mondo, albero ed erbe / e poche greggi e rare capanne furono. / Dopoché qui si giunse, ‘restatevi assieme!’, disse la presaga madre, / ‘questa campagna sarà la sede dell’imperio’”. Ma chi è questa Madre presaga, se non il nume di Maia, la matrice lucente dell’Intelligenza sottile che penetra gli eventi (locus imperii rus erit istud)? Eventi ascosi nel VAGLIO del divino Principio, quel Maius, il maggiore, il più grande di tutti, che nell’arcano matura il Consilium supremo, Padre dei Maiores, che costituiranno in età storica il Senatus.

     

    E’ così, come radiante emanazione celeste, che il DEUS PATER, per il tramite divino di Maius-Maia, procede dalla pienezza saturnia dell’Immanifesto fino al mondo storico-fenomenico; e così Maiestas, maturi i tempi, tornerà ancora per attuare il decreto dei numi maggiori – i lumi dei Patres Consentes, quei Maiores che sono l’archetipo del Senato – garanti dell’eternità di Roma, la DEA ROMA.

     

    Ma come troverà, Maiestas, uomini degni di accoglierla? Torniamo al punto, al primum movens… torniamo alle Muse fatidiche per poi risalire alla loro sorgente: il connubio tra Giove e Mnemosyne, la dea del ricordo il cui nome origina nella radice Ma, ovvero quel risuonare cardiaco, libero dalle nuvole della mente spersa nelle fantasmagorie profane. Libero perché infisso nel cuore come lo scettro inamovibile di Giove (hacstat), sede del fuoco che arde le impurità, debella la tellurica superbia e, tenendo lontana ogni vana contesa, chiama all’incontro tra il divino in sé (invocatio) e il divino all’infuori di sé (evocatio), e così trionfa sulla molteplicità riconducendola al simplum, all’uno che, per me, è diecimila (Eraclito) e non si mette ai voti.