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Un film americano, un vecchio druido bretone e l’Aquila romana che risveglia Merlino il mago

L’altra sera ho rivisto in televisione “The Eagle” (2011). Per essere una produzione anglo-statunitense (e ungherese), il film non è malaccio: è l’adattamento d’un romanzo che Rosemary Sutcliff dedicò alla leggenda sull’eroico ritrovamento dell’aquila totemica

8 Marzo 2016 alle 06:18

Un film americano, un vecchio druido bretone e l’Aquila romana che risveglia Merlino il mago

L’altra sera ho rivisto in televisione “The Eagle” (2011). Per essere una produzione anglo-statunitense (e ungherese), il film non è malaccio: è l’adattamento d’un romanzo che Rosemary Sutcliff dedicò alla leggenda sull’eroico ritrovamento dell’aquila totemica appartenuta alla IX Legio Hispanica annientata nella Britannia del II secolo e.v. E’ piacevole, come narrazione, malgrado l’attore principale (Channing Tatum) abbia più le fattezze e le movenze d’un surfista (ma è nato in Alabama) e gli sceneggiatori abbiano scelto di farlo pregare in ginocchio, cosa improbabile nel mondo romano, meno che mai se si tratti di Mithra come nume destinatario della devozione. In ogni caso è risultata felice la scelta di non rappresentare Romani e Celti in forma manichea: l’honos capitolino prevale, e con esso la virtus del guerriero italico; ma fra i togati si trovano figure bolse o spregevoli (siamo in età imperiale…) e fra i barbari non mancano tratti di coraggio, ancorché un po’ selvaggio, e il riconoscimento d’una superiore fedeltà rivolta alla funzione ordinatrice romana.

 

I celtomani italiani saranno contrariati, peggio per loro. Preferisco i celtofili come Caio Giulio Cesare, che combatté le tribù galliche, non ebbe timore delle sopraggiunte superstizioni in alcuni clan ormai privi di senso della trascendenza, ma ebbe un sincero rispetto per le popolazioni transalpine, si fece amico l’Archidruido Diviciaco, indagò i misteri religiosi di una nazione frammentata in varie e litigiose tribù. Un celtofilo contemporaneo, studioso di rango prestato al giornalismo, è venuto l’altro giorno a trovarmi in redazione per farmi dono dei “Frammenti etnografici” di Posidonio di Apamea (edizioni La Vita Felice): è Miska Ruggeri, aquilano con la facies del bardo. Ha curato lui il volumetto di Posidonio, celebrandone con amore i passi in cui risalta con maggior luce la differenza tra la decadente lussuria orientale e la frugale, combattiva selvaticità gallica. Secondo Miska Ruggeri il siro-elleno Posidonio era affascinato dai Celti, un po’ come il nostro Tacito con i Germani. Anche quando ne descrisse la ferocia – per esempio l’abitudine di “appendere tornando dalla battaglia le teste dei nemici ai colli dei cavalli, e ritornando a casa inchiodarle davanti alle porte” – lo fece con un senso di comprensione, forse intuendone certi aspetti magico-guerrieri tutt’altro che banali. Ha ragione, Miska, quando sostiene che nelle sue pagine Posidonio autorizza e convalida il topos etno-antropologico sull’oriente neghittoso, troppo ricco ed effeminato: “… potere dispotico, crudeltà, raffinatezza, propensione naturale alla schiavitù. Quanto siamo lontani dal semplice, meritocratico e virile banchetto celtico!”. Prosit.

 

Molto apprezzabili sono le righe che l’autore dedica alla sacertà druidica, alla “mistica del centro di significato magico-religioso, riscontrabile nella geometria sacra che fa scegliere il luogo di fondazione di complessi urbani”, e che si ritrova nella “leggendaria Tavola rotonda” oltreché in numerosi monumenti megalitici pre-celtici. Tutto ciò, sapendo che Posidonio “è filoromano, giudica legittimo il potere di Roma, destinata a dominare il mondo”. Ma sopra tutto a risvegliarlo, aggiungiamo, consapevoli che ovunque la rinascenza degli antichi culti aviti è ancorata a una segreta, misteriosa dipendenza da quel centro polare, punto di contatto tra cielo e terra, chiamato Roma Aeterna. Perché, come fu scritto da un sodalizio inestinto posto sotto la tutela dei Divini Gemelli, “sacre latenze indù o pellerossa, arabe o giapponesi, irlandesi o celtiche potranno rimanifestarsi e influenzare la realtà che le circonda solo se prima in Roma un Fuoco tornerà a manifestare la sua potenza” (“Phersu – Maschera del Nume”).

 

Quanto ai Celti, la loro vitalità in alcuni luoghi è rimasta intatta. Quasi vent’anni fa, in un periodo di “scappatelle celtizzanti”, mi capitò d’incontrare un vecchissimo bretone nella foresta di Brocéliande: biancovestito, la barba folta folta e nivea, silenzioso e ieratico. Ci volle tutta l’impertinenza cocciuta del giovane romano per rompere il suo riserbo. Ci parlammo in francese, lui non si dichiarò mai per ciò che era o voleva essere – un druido – ma alla fine il romano e il celta s’intesero e lui mi fece dono di alcuni manoscritti pieni di bei disegni geometrici nei quali era compendiata una parte rilevante della sua dottrina: archeastronomia, geomanzia, spagiria verde, pratiche cultuali sgorgate da una sapienza remota. Anni dopo, mi è accaduto di prendere piena coscienza del ruolo ambivalente incarnato dai Celti: fieri oppositori di Roma ma anche fedelissimi magistrati provinciali romanizzati come Rutilio Namaziano; invasori temibilissimi giunti ad assediare il Campidoglio nel 390 a.e.v. e a minacciare più volte l’Italia intera, come nel 225 a.e.v. a Talamone, ma anche ammirevoli soldati inquadrati nella nota, controversa, spigolosissima legione cesariana delle Allodole (Alaudae); barbari lupofagi (proprio nel senso di mangiatori della carne di lupo!) dominati da una torbida luce lunare, ma anche sciamani potenti e possenti forgiatori di metallo guerriero; selvaggi urlatori ignudi e strafottenti, pettoruti e incostanti; ma anche raffinatissimi cantori e suonatori di lira alla maniera degli aedi omerici o dei vati pitagorici; malinconici sognatori crepuscolari, talvolta inclini all’automutilazione matriarcale (i Galli di Cibele!) ma anche orgogliosi difensori del messaggio di verità – ar gwir enep ar bed, “la verità di fronte al mondo”, è il motto druidico contemporaneo – che il Continente delle Esperidi può sempre insegnare al mondo: “L’uomo ha ancora bisogno di meraviglie, di qualcosa di Bello, di Grande. Egli possiede una dimensione spirituale che non ha nulla a che vedere con la civiltà dei Pacs, della pillola, del Viagra, dell’aborto… o di internet… E l’antropocentrismo del cristianesimo, che fa il paio con il rifiuto del corpo e la colpevolizzazione della natura, ha fatto cilecca” (Thierry Jigourel). Ma ecco che l’Aquila risveglia già Merlino il mago.

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