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Seneca, l’iniziazione orfico-dionisiaca e l’importanza di liberarsi dall’ombra dei Titani antichi e contemporanei

Ieri erano le Kalendae di febbraio, giorno sacro a Iuno Seispes Mater Regina, la Giunone lanuvina e romana che con elmo caprino e scudo e asta difende i sacri connubii e la costanza nell’agire secondo giustizia.

2 Febbraio 2016 alle 06:18

Seneca, l’iniziazione orfico-dionisiaca e l’importanza di liberarsi dall’ombra dei Titani antichi e contemporanei

Ieri erano le Kalendae di febbraio, giorno sacro a Iuno Seispes Mater Regina, la Giunone lanuvina e romana che con elmo caprino e scudo e asta difende i sacri connubii e la costanza nell’agire secondo giustizia. Cose un po’ anacronistiche, insomma, tuttavia meritevoli di sforzi e attenzioni. Sulla mia agenda, l’Agenda romana curata dagli amici della casa editrice Victrix (Forlì) per l’anno dell’Urbe MMDCCLXIX, al primo di febbraio compare un brano molto interessante tratto dal De Providentia di Seneca. Lo copio qui:

 

“Dunque, quando vedrai uomini buoni e accetti agli Dèi soffrire, sudare, inerpicarsi per ardue vie, mentre i cattivi si danno all’allegria e grondano di piaceri, pensa che noi siamo compiaciuti dalla modestia dei figli e dalla licenza dei giovani schiavi: quelli sono tenuti a freno da una disciplina alquanto severa, di questi si alimenta l’impudenza. Lo stesso ti sia chiaro di Dio: egli non mantiene l’uomo buono in mezzo alle delizie, lo mette alla prova, lo tempra, lo prepara per sé”.

 

E’ abbastanza confortante leggere il punto di vista stoico, che in questo caso richiama alla mia memoria una poetica parafrasi di Pindaro ascoltata in un saggio canto italico: “Vane speranze non errano mai, lungo il sentiero che porta agli Dèi”. Perché l’ardua via è il destino di chi reca in sé la possibilità di una elevazione, ed è logico che si venga messi alla prova nella maniera più severa. Da chi? dagli Dèi… dal Fato… da se stessi… Poco importa. E’ assai più importante non cedere al punto di vista sbagliato, quello delle termiti. Osservato da un angolo visuale alto e celeste, quel che rasoterra sembra ingiustizia lancinante non è che ordine. Un ordine nel quale le anime nere sembrano avere il sopravvento, ma in realtà sono miseri e utili strumenti per affinare la saldezza di chi quelle anime nere deve affrontare. Non c’è quietismo o rassegnazione, sia chiaro, la lotta è una dimensione consustanziale al Vir, come ci insegna Eraclito. Dopodiché l’ordine si compone anche e sopra tutto di premi e ricompense. I mulini degli Dèi macinano lentamente, ci piace ricordare, epperò non si fermano mai.

 

Perciò ho accolto con piacere l’ultimo dono delle Edizioni Mediterranee, una raccolta intitolata “Orfeo e le lamine d’oro. Testi rituali per l’oltretomba”. Si tratta di un volume che è già un classico nel suo genere, scritto da Fritz Graf e Sarah Iles Johnston, con una introduzione di Maria Tortorelli Ghidini. Chi conosca gli autori sa già che si trova al cospetto di uno studio serio, accademico ma non polveroso. In poche parole, è una summa sulle celebri lamine d’oro ritrovate nei corredi tombali degli iniziati al dionisismo sulla base delle dottrine orfiche, un inventario di precetti per l’aldilà sparsi per il Mediterraneo (la maggioranza in Italia, area magnogreca) nei quali ricorrono formule precise, concise e poetiche (in versi, perché fauni, vati e sapienti in principio cantarono la parola esatta secondo una metrica comune agli esseri luminosi e non soltanto umani). Da queste lamine preziose, accartocciate accanto ai resti degli iniziati, si può dedurre una specie di mappa oltretombale in cui – grazie anche ai testi pervenutici tramite i pitagorici come Platone e Pindaro – all’uomo comune che non ha commesso fatti immorali o indecenti viene riservato un percorso stabilito: va verso destra, cammina nell’oscurità pencolante e sitibondo, finché non trova una fonte che lo ristora ma al tempo stesso lo rende dimentico dell’esistenza appena conclusa. Quest’uomo rinascerà in sembianze umane e quindi mortali, conoscerà una vita nuova, proseguirà nel cerchio delle incarnazioni fino a purificarsi completamente. Chi invece ha già realizzato la propria palingenesi nell’esistenza, mediante riti che cancellano le macchie pregresse accompagnati da una condotta adeguata, dovrà resistere alla sete e andare oltre: a un certo punto vedrà la fonte di Mnemosine e allora sì, potrà bere e ricevere ristoro senza cancellare il passato. Potrà anch’egli reincarnarsi, se necessario, ma la successiva esistenza sarà l’ultima e verrà punteggiata dalla consapevolezza delle esperienze trascorse: è il sentiero del ricordo, conduce di fronte ai Guardiani della soglia, i custodi dei Campi Elisi. Per procedere oltre, si dovrà dimostrare l’avvenuta trasformazione con la semplice e nuda presenza del proprio essere profondo, e bisognerà recitare parole di passo e poi procedere su su fino alla divinizzazione completa. Gli empi e i malvagi? Scivolano in basso a sinistra, nel precipizio dell’Ade.

 

Mi hanno insegnato a non sopravvalutare il concetto di iniziazione, poiché l’obiettivo non è essere “iniziati” ma “compiuti”. E tuttavia l’iniziazione orfico-dionisiaca aiuta a comprendere che cosa significa liberarsi di una ipoteca sgradevole. Il mito insegna che Dioniso nacque due volte: la prima come figlio di Giove e Proserpina, poi i Titani lo smembrarono e lui rinacque per volontà gioviale, affidato a Semele prima che lo stesso re dei numi lo conservasse nella sua coscia… I Titani vennero fulminati, dal loro sangue mescolato all’icore dionisiaco nacque l’ultima generazione degli umani, quella dell’età del ferro, la nostra (almeno in apparenza, non ne sono più così sicuro guardando a certa sedicente umanità in circolazione oggi). L’obiettivo dell’iniziazione è appunto saldare quel conto titanico, liberarsi di un residuo oscuro e infine farsi simili agli Dèi. Qualcuno avrebbe poi copiato a modo suo il segreto dionisiaco, costruendoci una dottrina del peccato e dell’eguaglianza coatta. Nuove ipoteche da cui liberarsi? Comincerei con Seneca, che fa sempre bene perché aiuta a fortificarsi e ad assumere su di sé il privilegio della fatica, il nostro sforzo continuo che per legge di analogia ripete quello luminescente del Sole, il quale a sua volta simbolizza la suprema intelligenza da cui discende la manifestazione del mondo sensibile. Poi verrà non l’ortodossia, allucinazione totalitaria, ma l’ortoprassi, il ritus (equivalente del sanscrito Rta, che significa “ordine cosmico”): l’atto che libera dal titanismo desertico propagato come un Tifone dai nemici del divino e dell’uomo.

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