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“Tu come la Fortuna, tu così opportuna”. Il mistero di una dea che dona e prende, vortica e vola

Non sono d’accordo con chi rifiuta l’augurio di “buona fortuna” giudicandolo di cattivo auspicio: è una superstizione un po’ scema e infatti si accompagna spesso all’espressione “in bocca al lupo” che – vulgo – richiederebbe come risposta il truce “crepi il lupo”.

19 Gennaio 2016 alle 06:03

“Tu come la Fortuna, tu così opportuna”. Il mistero di una dea che dona e prende, vortica e vola

Non sono d’accordo con chi rifiuta l’augurio di “buona fortuna” giudicandolo di cattivo auspicio: è una superstizione un po’ scema e infatti si accompagna spesso all’espressione “in bocca al lupo” che – vulgo – richiederebbe come risposta il truce “crepi il lupo” (alcuni sostengono che originariamente si trattasse di un augurio invece molto lupesco: quello di trovarsi nelle stesse condizioni del lupatto amorevolmente portato a spasso dalla sua mamma con una morbida presa al collo. Altro che crepi il lupo. Chissà). La Fortuna, dicevo. E’ anzitutto una forza magica femminile, materna, sensuale, pervasiva e cangiante. Diffidarne è vano, conoscerla è preferibile. Il che mi consente di tornare a Caio Giulio Cesare, del quale ho da poco messo in evidenza il rapporto “virile”, machiavellico ante litteram, con la Fortuna intesa come una presenza fatale da emendare con arte (Orazio), essendo l’arte nient’altro che una proiezione consapevole della volontà. Assai noto è l’aneddoto su Cesare che, durante un periglioso viaggio per nave, seda l’ansia del battelliere ricordandogli: “Tu porti Cesare e la fortuna di Cesare!”. E cioè la “buona stella” del discendente di Venere Genitrice, che con Fortuna ha un legame implicito ma qui poco dicibile.

 

I Romani antichi ebbero un rapporto ambivalente con la Fortuna (Plutarco ha scritto al riguardo una delle sue opere più profonde), ne indovinavano l’aspetto eversivo che ebbe il sopravvento sugli Etruschi dell’ultimo ciclo, caratterizzato da un oscuro fatalismo; ma sopra tutto ne rifiutavano lo statuto per così dire “neutrale”. Per loro, per noi, Fortuna è sì Madre Primigenia di Giove (come nel suo celebre santuario di Preneste, serbatoio energetico delle imprese sillane), ma è anche “Iovis filia”, dunque figlia di suo figlio. Dietro questa espressione si cela un mistero iniziatico noto alle antichissime popolazioni italiche, il cui culmine prevede che il miste si liberi dall’ipoteca delle proprie origini biologiche (la prigione dei mammoni antichi e moderni!) per farsi figlio di se stesso e padre della propria sorte: faber Fortunae. Cesare ne è un esempio autentico: il suo epicureismo non aveva alcunché di militante o di filosofico; esprimeva piuttosto uno stato dell’essere riconducibile all’età arcaica di Roma, quando gli dèi non erano ancora stati antropomorfizzati perché all’uomo veniva spontaneo coglierne la famigliarità, la natura coessenziale di potenze pronte a manifestarsi, energie obbedienti a leggi di causa ed effetto sulle quali era lecito innestare un comando superiore. Fortuna Primigenia, perciò, ma pure Viscata (magnete positivo), Respiciens (volta verso l’Amor), Obsequens (benevola), Virgo e Privata perfino. Dietro gli innumerevoli volti della dea si cela una grande Ruota che vortica indifferente e in apparenza capricciosa, fino a quando un atto d’imperio non la blocca in una data posizione, come chi configga un chiodo fra i raggi della ruota. Ed è esattamente questo che avveniva, ogni anno, nel tempio della Fortuna etrusca chiamata Norchia, a Volsinii (Bolsena), quando il sacerdote della dea officiava il rito della battitura del chiodo per “fissare il tempo”.

 

Una cerimonia analoga in ambito romano avveniva a settembre nella cella di Minerva dentro il tempio di Giove Ottimo Massimo voluto dai Tarquinii. Ce lo ricorda lo studioso Giovanni Feo – “La Dea di Bolsena. La storia etrusca da riscrivere”, Effigi, Grosseto 2014 –, il quale aggiunge un dettaglio importante di carattere etimologico: Fortuna, in latino, potrebbe provenire dall’etrusca dea suprema Voltumna-Vertumna-Fertumna-Fortuna. Divinità pubblica, ma presentissima anche in ambito privato: fu lei, Fortuna, a manifestarsi in età monarchica come nume tutelare e compagna di Servio Tullio. L’erede di Tarquinio Prisco, figlio del focolare vulcanico e della principessa schiavizzata Ocrisia, fu a lungo il prediletto di Fortuna, ma ciò avvenne soltanto per il tramite delle “magie” operate dalla matrigna regale Tanaquilla (detta anche Gaia Cecilia, che grosso modo vorrebbe dire Gazza Cieca, come la Fortuna, per via delle sue virtù sciamaniche). Il che conferma come nel mondo etrusco la legittimità del monarca avesse bisogno di un mediatore femminile per calarsi nel mondo fenomenico: “Tu come la Fortuna, tu così opportuna”, canta giustamente Jovanotti. Ma non è sicuro che duri…

 

In un altro bel libro – “La Fortuna e il Fato nella religione di Roma”, Simmetria, Roma 2013 –, la studiosa Domizia Lanzetta riporta un passo fondamentale di Plutarco, nel quale si dice di un aruspice intimo di Marco Antonio il quale, forse presago del futuro in attesa, gli rimprovera così la frequentazione con Ottaviano Cesare: “Mio Signore, che hai a che fare con questo giovanotto? Evitalo! Sei più famoso, sei più anziano, governi un maggior numero di sudditi, sei esercitato nella guerra, lo superi per esperienza. Ma il tuo dèmone teme il suo. Anche la tua Fortuna da sola è grande, eppure adula la sua. Se non stai lontano da lui, essa andrà passando a lui”. E qui mi sembra notevole il fatto che, se il genio personale o daimone che è in ciascuno di noi ci accompagna per tutta l’esistenza (più o meno volentieri, diciamo, ed essendo più o meno solidale con noi a seconda che riusciamo o no ad aprire le nostre ali e identificarci in pieno con lui), la Fortuna personale invece non è cieca, ma i ciechi e i vili abbandona.

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