cerca

Piano con il nero, colore dell’estremo sacrificio che si è già trasformato nel segno luttuoso di popoli e civiltà

Ogni colore è bello a modo suo e ha un senso, anche simbolico, ma con il nero bisogna andarci piano. Il nero è la somma cromatica di tutti gli altri colori messi assieme, lo abbiamo imparato da ragazzini, e la totalità può essere cupa, tenebrosa, infera, per chi non abbia la forza di scorgerne l’essenza.

24 Novembre 2015 alle 06:27

Piano con il nero, colore dell’estremo sacrificio che si è già trasformato nel segno luttuoso di popoli e civiltà

Un gruppo di Arditi durante la Prima Guerra mondiale

Ogni colore è bello a modo suo e ha un senso, anche simbolico, ma con il nero bisogna andarci piano. Il nero è la somma cromatica di tutti gli altri colori messi assieme, lo abbiamo imparato da ragazzini, e la totalità può essere cupa, tenebrosa, infera, per chi non abbia la forza di scorgerne l’essenza. Quando vedo le immagini dei tagliagole islamisti nerovestiti, come scarafaggi assetati di sangue e respinti perfino dai numi di sotterra governati da Plutone, penso che un inverno boreale dovrebbe abbattersi sul medioriente, sulla penisola arabica, in Siria e in Iraq, e sogno una neve ghiacciata, bianchissima e implacabile, che ustioni le armi e le anime nere del Califfato e che sia un monito per le cattive coscienze europee, occidentali. Nero è per noi il vestito del lutto e dei funerali (pensate ai preti che li celebrano, per esempio), ma è anche il sigillo estetico dei cantanti moderni, dei cinematografari e del dress code serale contemporaneo… e infatti l’espressione demotica per indicare una cosa alla moda è “il nuovo nero”: questione di gusti, dicono, ma non esistono gusti innocenti.

 

La mia gente ebbe famigliarità con l’arditismo e la marcia su Roma. Nulla di più nereggiante, direi. Ma gli Arditi operavano in tempo di guerra (la Grande Guerra romana), venivano consacrati al Tartaro, il loro simbolo era il teschio perché il loro agire incursorio e sfrontato poteva ambire al successo solamente attraverso un vincolo muto con l’aldilà. Riusciva spesso a sopravvivere, l’ardito, e ritornava illeso in trincea dopo aver atterrito e sgozzato il nemico, ma restava legato a una dimensione ulteriore, quella del sacrificio totale del proprio sé: morto alla vita del soldato qualunque, vivo in una esistenza catactonia. L’archetipo dell’arditismo è nell’antichissimo, terrifico rito romano della devotio: in condizioni disperate, durante una battaglia dall’esito incerto o addirittura nefasto, al comandante delle legioni (di regola un console, consacrato dalla scure saettante di Giove Ottimo Massimo) era concesso di destinare se stesso e l’esercito nemico agli dèi inferi, all’Orco, all’Erebo, al regno più nero del nero (i Decii Mure erano specializzati per lignaggio nella devotio). Pronunciando una formula rituale, la cui sostanza ci è pervenuta pressoché integra, il duce poteva dunque ottenere una vittoria per Roma in cambio dell’estremo sacrificio suo e dell’ecatombe nemica. Nel caso poi il duce fosse rimasto in vita, da quel momento perdeva lo statuto di uomo fra gli uomini, veniva dichiarato sacer, cioè intoccabile come un’offerta sacrificale consegnata alle divinità.

 

Ecco, l’arditismo fu una specie di devotio di massa (ma pur sempre elitaria) praticata sulla fronte (femmina!) di un conflitto nobile e tremendo, ma la sua onda lunga non si esaurì con la Vittoria: fu parte consustanziale alla nascita del fascismo. Il guaio (un guaio fra i tanti) è che Benito Mussolini, pur essendo un popolano superstizioso, pretese di conciliare la solarità romana con il colore estremo della devotio, un rito da stato d’eccezione, o da extrema ratio, se volete, necessario ma non sufficiente, né consigliabile, per caratterizzare un mondo. E così si finì con l’Italia in camicia nera, invece di prediligere la porpora marziale e l’oro gioviale, o il bianco della purezza sacerdotale (occhio però ai travestimenti, alle usurpazioni, e non aggiungo altro). Si poteva altrimenti assumere il modello dell’India vedica nostra cugina, dove al colore nero veniva associato uno stato dell’essere negativo chiamato tamas: l’uomo “tamasico” inclina alla discesa nei meandri della natura più bassa, non gli è data possibilità di elevazione senza l’intervento salvifico dei due elementi superiori: il biancheggiante sattva e il regale, vermiglio rajas.

 

Con queste premesse, c’era poco da stare allegri per l’avvenire. Alcuni sapienti dell’epoca, esoteristi pagani per lo più, sconsigliarono energicamente il capo del fascismo dal consegnarsi (ed esporre la Patria) a un destino di ombre. Restarono inascoltati. O meglio a drizzare le orecchie, molto interessato al vampirismo che si esercita sulle anime giovani, fu un enorme demone notturno e forestiero che di lì a poco si sarebbe impadronito dell’animo germanico impegnato nel faticoso suo riscatto post bellico. L’esito ultimo lo conosciamo tutti, perché ancora ne portiamo addosso le cicatrici e, a vario grado, i tormenti (per quel che vale, io mi proclamo ormai pacificato, una volta estinto il debito karmico famigliare che bisognava pagare). In questo contesto lo Stato islamico c’entra fino a un certo punto, eppure la pratica del martirio con le cinture esplosive, impropriamente ricondotte ai kamikaze shintoisti nipponici, può sembrare una parodia spettrale dell’arditismo antico e moderno, nella forma d’un lugubre manifesto programmatico incagliato nel fondale di un pozzo unto e atro. Il suo riflesso di morte comincia ad avere una sonorità troppo invadente, spaventevole, per non farci pensare che sia il segno di un’epoca, di un saeculum che va chiudendosi in modo cruento, come fu nella tarda antichità con l’incipiente oscuramento medievale. Magari mi sbaglio, ma trovo più di un’analogia cromatica con quei tempi. Se osservate i mosaici del basso impero, tipo quelli di Piazza Armerina in Sicilia, verrete invasi da fantasmagorie di colori sovrabbondanti, accompagnati da una fissità che prelude, anche in ambito gentile, alle pose rigide e sbiadite delle prime icone orientali. Ridondanza e sclerosi, eccesso e sincope, un po’ come avvenne per la musica dodecafonica, lontana ma legittima discendente dell’armonia pitagorica, stravolta nello stridente suo contrario. Una libertà caotica la cui somma algebrica si chiamerà buio. Fino al prossimo Rinascimento.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi