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Nel nome del Padre, della Madre e del Fanciullo divino (senza dimenticare il neanderthalensis)

22 Settembre 2015 alle 06:18

Nel nome del Padre, della Madre e del Fanciullo divino (senza dimenticare il neanderthalensis)

La copia perfetta del cranio rinvenuto nella grotta Guattari del Circeo

Nel nome del Padre, della Madre e del Fanciullo divino. Potete pregare così, se volete farlo da italici, perché questa è la triade santa che spiega l’essenza della natura meglio di qualsiasi superstizione. Sono giunto a questa (provvisoria) conclusione studiando il promontorio del Circeo, che conosco da anni per esperienza di viandante, e rileggendo alcuni scritti sulla religione prisca dei popoli laziali: Latini, Volsci, Ausoni…

 

Prima di tutto bisogna sapere che il Lazio è chiamato Saturnia Tellus dagli avi nostri, poiché qui il nume dell’età aurea ha trovato dimora in un momento che non ha senso indagare, talmente è antico e incommensurabile. Saturno, dio della pienezza luminosa originaria, si occulta (latet) nel Latium, ombelico dell’Italia, erede di Atlantide, dove riceve accoglienza dal primo fra i Padri: Giano, Ianus, il regale nume italico che immoto presiede all’inizio di ogni manifestazione. I neoplatonici direbbero che Giano è l’Uno da cui tutto procede e in cui tutto si risolve, in greco moné, cui segue la manifestazione che s’irradia attraverso la dea Luce (D-Iana), in greco pròodos. Infine c’è il ritorno alle origini, o epistrophè, un movimento di contrazione nel quale la Luce torna nella sua sede e concepisce un nuovo inizio, un nuovo ciclo sotto il segno di Giove che è il figlio di Saturno e cioè la sua parte visibile. Ora, tutto ciò trova una corrispondenza precisa in alcuni luoghi maschili “polari” circondati da santuari dedicati a divinità femminili lucenti e dalla forte connotazione magica, feconda, ferina. L’omerica sparviera Kirkè protesa nelle acque tirreniche, signora delle fiere e delle piante; le volsche Marika e Mater Matuta (da Satricum a Minturno), genitrice dell’aurora purpurea; la falisco-aurunca Feronia (dalle pendici del monte Soratte a Terracina), madre delle selve incolte; la Fortuna etrusco-latina di Preneste e Anzio; la Iuno Caprotina di Lanuvio; la Venus di Castrum Inui… E così via, fatte salve alcune prerogative specifiche, nell’inventario numinoso delle Dee sciamaniche, secondo la felice espressione di Leonardo Magini (“Sciamani a Roma antica”, da poco uscito per Castelvecchi), che possiamo ricondurre genericamente alla Luce lunare. Come la Luna, in effetti, loro sono lo specchio tramite il quale la luce del Padre solare e celeste si manifesta in varie gradazioni. “La Luna nuova rappresenta Fortuna in cielo, la Luna che sta ‘sotterra’ rappresenta invece Feronia”, scrive per esempio Magini. Guerriere virginali o madri di eroi fondatori di città gloriose, sono loro le guardiane delle nostre sorti (non a caso alcune di loro, come la Fortuna prenestina, posseggono anche virtù oracolari) e in alcuni casi la loro discendenza è tanto nobile, diciamo così, che gli antichi la identificavano con Giove fanciullo. E’ il caso del santuario di Terracina e di quello a Preneste, dove molti anni fa è stata scoperta un’iscrizione speciale che recita così: FORTVNA DIOVO FILEA PRIMOGENIA. Ovvero: Fortuna Primigenia figlia di Giove. Ma come può la dea essere al tempo stesso madre e figlia di Giove? Magini se la cava così: “I misteri della fede non nascono con la tradizione cristiana e la tradizione cristiana non nasce dal nulla…”. Io non discordo, ma più che di fede parlerei d’altro, parlerei di conoscenza profonda comunicata attraverso simboli. Il divino fanciullo, che poi è il medesimo Puer di cui narra Virgilio nella sua celebre Quarta egloga, rappresenta quel ritorno della luce (sua madre) nella sua sede originaria di cui dicevo sopra, la casa del Pater occulto (Saturno-Giano) di cui Giove è il volto a noi visibile e a sua volta destinato a divenire padre degli uomini e degli dèi (“dio fatto di dèi” lo definisce immaginificamente Porfirio), in omaggio alla legge interna della natura che resta eguale anche quando assume innumeri volti: ovvero l’Uno, l’immobile cerchio (Circeo!); il Due, la manifestazione feminea del mondo fenomenico; il Tre, il ritorno nella dimora avita. Un ritmo cardiaco, se volete: Silenzio-espirazione-inspirazione, senza dimenticare che nella parola “respirare” è contenuta la radice del fuoco (pyr), poiché tutto origina dal Sole e ogni movimento procede per comunicazione di fiamma o etere.

 

Mi avvio a concludere aggiungendo un altro particolare. Nelle sedi in cui gli avi identificavano il cuore di questo ritmo eterno, e che sopra ho aggettivato come “polari”, è accaduto che siano stati scoperti dei teschi umani, come sigilli di una presenza fondativa fatale. Celebre è quello del Campidoglio, il cui nome deriva appunto dalla testa del vetusto gigante tirreno Aule (Caput-Aulii o Caput olim). Meno noto e abbastanza controverso è il teschio scoperto nel 1939 da Alberto Carlo Blanc nella grotta Guattari del Circeo. Rinvenuto al centro d’un cerchio (forse rituale) di pietre, appartiene di sicuro a un homo neanderthalensis, sebbene gli ipercritici sostengano che l’abbia portato lì una iena. Io propendo per la tesi rituale di Blanc, difesa eroicamente anche da Antonio Pennacchi (“Le iene del Circeo”, Laterza), però dubito del contorno d’illazioni su presunte pratiche antropofaghe. Fatto sta che quel cranio, alla luce di quanto fin qui ricordato, ci dice qualcosa d’interessante. L’uomo di Neandertal è stato molto calunniato, oggi qualcuno finalmente prova a riabilitarlo. Non mi addentro nelle fantasticherie evoluzionistiche, ribadisco che l’uomo ha un’origine stellare eppure non disprezzo affatto il cranio platicefalo dell’homo neanderthalensis, perché con quella sua testa piatta e allungata ci ricorda la testolina dei nostri bambini appena usciti dall’utero materno, destinata a riconquistare la sua normale sfericità. Forse è questo il messaggio segreto che viene dal Circeo: alcuni residui di un ciclo più-che-umano hanno rappresentato piamente l’umanità nel suo processo d’incarnazione infantile, fanciullesca appunto, come per annunciarci l’avvio di una decadenza ma anche una scommessa di risalita che oggi è difficile far comprendere a certe quadrumani caricature di uomo incravattate.

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