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C’è transumanza e transumanza, e qui abbiamo massimo rispetto per i pastori: “Mannaggia le pecore!”

3 Marzo 2015 alle 06:18

C’è transumanza e transumanza, e sbagliamo a ricorrere alla metafora dell’antichissimo cammino pastorale per giudicare l’infimo transito dei politici da una parte all’altra del Parlamento. Per questa pratica io uso il termine “flottante” che richiama le operazioni del mercato finanziario, il mettersi a disposizione di un potenziale acquirente.

 

I pastori vanno rispettati, così come si rispettano gli avi. Romolo e Remo erano pastori allevati da pastori (anche un po’ briganti, il che li rende più simpatici). Poi uno diventa il re dell’Urbe eterna (Romolo), l’altro il sovrano nella città dei morti acerbi (Remo). L’aristocrazia occidentale nasce così: alcuni guardiani di greggi si raccolgono in cerchio intorno al fuoco, simbolo del centro solare cosmico e cuore delle prime capanne, dal loro sodalizio nasce il pagus, il villaggio, la federazione di genti. Uomini che sono tutt’uno con la natura e con i suoi cicli lunisolari, hanno il latte di capra o di pecora al posto del sangue blu, che nel tempo diventerà segnacolo di qualità superiori dimostrate in battaglia dal pastore-guerriero. Come ci ricorda il poeta augusteo Properzio in una delle sue belle elegie, “La Curia, che or’alta riluce del Pretesto Senato, / ebbe Padri vestiti di pelli, rustici cuori. / La bùccina in consiglio adunava i prischi Quiriti: / cento di loro nel prato, spesso, era il Senato” (traduzione mia). Pastore di genti è l’appellativo usato da Omero nell’Iliade per definire il principe troiano Ettore, e anche il suo rivale Odisseo, l’astuto re d’Itaca caro a Minerva, alleva capre nella sua petrosa isola. Perfino gli Dei sono pastori. Apollo si manifesta come “guardiano di greggi” (epimélios), ariete (kàrneios), lupo (lykeios), cioè anche protettore dai lupi, perché c’è una solidarietà implicita tra predatori e prede. E sempre Apollo, reo d’aver abbattuto i titani che avevano fulminato suo figlio Esculapio (il Dio della salute aveva resuscitato un morto e il mondo antico non accetta accanimenti terapeutici), per nove anni è costretto da Giove a fare il servo-pastore (il corrispettivo degli stagisti nei giornali, più o meno) di Admeto, re di Fere in Tessaglia. E il fratello di Apollo, Mercurio, nume misterioso legato alla magia, alla facondia e all’ingegno, è kriophòros, colui che porta sulle spalle l’ariete che simboleggia il primo sole ascendente. E che dire di Ercole? Facitore di strade, benefattore dei viandanti, protettore degli emporii, l’Ercole italico è l’eroe-pastore che dal Foro Boario di Roma guida gli armenti fino ad Alba Fucens in Abruzzo, passando per Tivoli e Sulmona che gli dedicano santuari e culti e onori pieni di muto rispetto.

 

Il pecoraio è il miglior amico del viandante, è benaugurale incontrarne lungo i sentieri di montagna, doveroso il saluto, non rara l’amicizia anche se fugace. I più lo ignorano, ma i pastori sono musici e poeti, come ci ricorda Virgilio nelle sue Bucoliche. Inventori di strumenti (flauti, zampogne, lire) e improvvisatori di carmi e stornelli in versi dai quali è nata la nostra letteratura. Lana che protegge, carne che sfama e latte che nutre: sono i frutti caldi della fatica sua e dei suoi animali. Ecco perché nel più bel romanzo pastorale, “Il tratturo” di Franco Ciampitti (1969), solo al capo dei pastori, al massaro Cola, è concesso esclamare “mannaggia le pecore!” e amministrare una giustizia fondata su codici non scritti: “Lo storto l’ascia se lo porta”. Il romanzo racconta la durezza cameratesca della transumanza, il lungo vai e vieni annuale di pastori e greggi che salgono in quota sul principio della primavera e d’inverno ritornano in pianura. Così è stato fin dai primordi dell’umanità, ma a cominciare dalla seconda metà dei Sessanta, in Italia, i grandi pascoli sono stati stravolti dall’agricoltura meccanica e così si è un po’ spezzato il cerchio di una vita calma e perfetta. Prima in Puglia, poi su su fino all’Abruzzo, passando per la rude e magnifica Lucania e per il rocciosissimo Sannio.

 

Le grandi strade dei pastori si chiamano tratturi, sono vie sacre che misurano ancora circa 110 metri di larghezza; bisogna immaginarsi la potenza immaginifica di un fiume belante guidato dagli avi e dai loro cani-guardiani insieme con gli arieti ad aprire la via. Non si tratta solo di migrazioni annuali scandite dal ritmo solare – come il sole, il pastore sale verso l’alto a marzo quando le giornate si allungano e scende verso il basso con le lunghe ombre dell’autunno –, si tratta di un rito che si richiama alle antichissime primavere sacre dei popoli italici, quando un’intera classe d’età giovanile della città veniva dedicata a un dio e fatta migrare (lungo i tratturi!) sulla scia di un animale totemico che avrebbe poi scelto il luogo del nuovo pagus (il lupo per gli Irpini, il Picchio per i Piceni, il bue per i Sanniti e così via). Lo stesso fanno le api quando sciamano via dal loro alveare per formarne uno nuovo. Insomma i tratturi sono le arterie dell’Italia e ci scorreva dentro il miglior sangue dei nostri antenati, i pastori ne serbano la memoria ancestrale perché nella transumanza entrano in contatto con le forze della natura, le intelligenze incorporee e i luoghi sacri di cui sono punteggiati i cammini stagionali.

 

Di pastori ne ho visti innumerevoli, in Sardegna o in Abruzzo, sulla falda della Maiella occidentale dove un sacello dedicato a Giove ricordava una vittoria dei Romani, lì accampati, sui valorosi pastori Peligni: lì sorge l’incantevole Campo di Giove, il cui nome ricorda il padre degli Dei e il castro romano. Ne ho incontrati in Arcadia, sul monte Ida cretese e su quello anatolico, dove Anchise amoreggiò con Afrodite che lo colse giovane e forte mentre portava gli armenti al pascolo d’altura (ne nacque Enea, capostipite nostro). Insomma se ne vedono ancora un po’ ovunque nelle escursioni montane. Silenti, orgogliosi, occhi stretti ma accesi da un fuoco di lava, non hanno bisogno di sapere che la transumanza viene da trans e humus, è un attraversare la terra che riguarda anche la sfera interiore: homo viene da humus, perciò transumare è anche transumanare; non devono sapere perché gli basta essere, e come il massaro Cola sembrano sempre sul punto di dire, ironici: “Mannaggia le pecore!”.

 

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