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Io e Mattia

Feltri ha scritto per la Stampa un articolo da mandare possibilmente a memoria, soprattutto i più giovani

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

23 Giugno 2018 alle 06:00

Io e Mattia

Mattia Feltri, vincitore del premio Sbarbaro (foto Facebook)

Bravissimo giornalista, Mattia Feltri ha scritto ieri per la Stampa un articolo da mandare possibilmente a memoria, soprattutto i più giovani. Riassunto appassionato di quanto di buono è stato il nostro recente passato e monito, con chiusa fiduciosa, a coloro che oggi tutto vorrebbero buttare. Il suo battesimo politico fu nel 1978, Aldo Moro. La sensazione che il mondo fosse per sempre irrimediabilmente diviso in due, gabbie senza alternativa. Poi venne giù il Muro, fiorirono la giovinezza e la terra delle possibilità, comprese le più banali e insperate, come “prelibatezze prima costosissime”. Sono “I migliori anni” – è il titolo dell’articolo – non solo di tante personali vite ma di tutto il nostro modo di vivere. “Tutto quello che abbiamo amato e in cui abbiamo confidato” e che ora è follemente “detestato e messo in discussione”. Un po’ più vecchio di lui, facevo il liceo quando rapirono Moro, non saprei in che punto della storia collocare i miei migliori anni. Diciamo che, da un punto di vista puramente storiografico, i Settanta non furono una meraviglia. Ma il ricordo che ho è anche altro. E lo aggiungo non per contestare neanche una virgola a Feltri, ma per contributo. In quel 1978, e poi in quello iato del 1989 che a qualche fesso parve “la fine della storia”, era iniziato anche ad andare perduto qualcosa, non so se di migliore, ma di importante. La fine della politica come una cosa che conta, la fine dell’idea (illusione?) che collettivamente, a partiti, si potessero cambiare le cose più di quanto faccia un attuale algoritmo. La perdita di quello che un tempo era vagamente popolo, interesse comune e almeno condiviso. Insomma l’inizio, anche, di quel disastro di ognuno e collettivo che adesso è l’insieme delle nostre monadi, così spaventate. E che danno la colpa di tutto a Schengen, o alle banche.

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