Olivia de Havilland era la gran dama del cinema che si ribellò al ruolo eterno di bella statuina

Mariarosa Mancuso

E' morta l'attrice americana che aveva battuto le major e i contratti capestro Era l’ultima star dell’epoca d’oro holywoodiana

Per l’anagrafe, era tra le celebrità che quando muoiono il primo pensiero è “non sapevo che fosse ancora viva”. Olivia de Havilland aveva 104 anni, compiuti lo scorso luglio (oltre i cento, la domanda non è più indiscreta neppure per una gran dama del cinema). Tre anni fa citò in giudizio Ryan Murphy, lo showrunner di “Feud”, e il network FX che trasmetteva la serie, per essersi indebitamente arricchiti mettendola in cattiva luce. Il suo doppio seriale – l’attrice era Catherine Zeta-Jones – spifferava un bel po’ di pettegolezzi sulla lavorazione di “Che fine ha fatto Baby Jane?”, con Bette Davis e Joan Crawford.

   

  

Diretto nel 1962 da Robert Aldrich, raccontava una storiaccia tra sorelle. Materia in cui Olivia de Havilland era piuttosto esperta, considerata la rivalità con Joan Fontaine – Fontaine è un nome d’arte, rubato al secondo marito della madre. Olivia ebbe nella sua lunga carriera due Oscar, la sorella minore Joan uno soltanto. Furono rivali dirette quando la prima era candidata per “La porta d’oro” (una storia di finti matrimoni per ottenere visti al confine con il Messico) e l’altra per “Il sospetto” di Alfred Hitchcock. Vinse Joan Fontaine, non si parlarono più.

   

La sapevamo viva e combattente, conscia di essere l’ultima star dell’epoca d’oro holywoodiana, quando gli attori e le attrici erano vincolati da contratti pluriennali ai grandi studi, e ogni tanto prestati alla concorrenza. Olivia de Havilland aveva firmato con la Warner, che la cedette alla MGM per “Via col vento”: il film che la rese famosa e per sempre la legò all’ingrato ruolo di Melanie. La rivale in amore di Scarlett/Vivien Leigh, che nel romanzo di Margaret Mitchell la considera “insulsa, patetica, sciocca, mite, scarsa di brio e di conversazione”.

   

Anche in questa storia c’è un Oscar mancato: Olivia de Havilland era candidata come attrice non protagonista, a vincere nella categoria fu Hattie McDaniel, la governante nera che riceve in regalo da Rett Butler la sottogonna di frusciante taffetà rosso. Chissà se lo ricordano, i censori furibondi del film. E se ricordano che l’anno era il 1939. Sul versante pettegolo: sia Olivia de Havilland sia Vivien Leigh (che vincerà l’Oscar come attrice protagonista) andavano di nascosto a farsi consigliare da George Cukor, primo regista del film. Fu licenziato perché Clark Gable non voleva essere diretto da “un regista di donne”.

   

Ha perso la causa contro Ryan Murphy (“non si può dimostrare la malizia”), che è tornato a fare danni con la miniserie “Hollywood”, riscrivendo la storia del cinema alla luce dell’inclusività: gay, neri, asiatici in ogni dove. Aveva vinto invece quella contro le major e i contratti capestro. E attaccava briga per i ruoli, stufa di far soltanto la bella statuina, nei film dello spadaccino Errol Flynn.

   

In “Lo specchio scuro” di Robert Siodmak ha la sua grande occasione, sdoppiata nelle gemelle Terry e Ruth. Secondo lo psichiatra, una è psicotica e molto pericolosa (ha già pugnalato un dottore). Neanche lui però riesce a distinguerle.

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