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Addio a Doris Day, la fidanzata d'America che ci faceva sentire a casa

È morta a 97 anni anni l'attrice americana. Non era una diva, però era un sogno che ci dice come si sognava, in un tempo non troppo lontano eppure opposto al nostro

13 Maggio 2019 alle 17:49

Addio a Doris Day, la fidanzata d'America che ci faceva sentire a casa

foto LaPresse

C'è una cosa che dice Tom Hanks, in “Insonnia d'amore”, quando parla della moglie morta un anno prima: “Con lei era come entrare in casa”. Questo fa la persona che amiamo, quando l'amiamo: ci fa sentire a casa. Questo è stata Doris Day, per tutti gli americani, per tutti quelli che l'hanno vista e amata e sognata, volendo per sé una donna come lei, augurandosela, pensando che un uomo questo meritava: una ragazza che li facesse sentire a casa. La “fidanzata d'America” era il sogno americano privato, e lei lo incarnava perfettamente, posata, accogliente, rassicurante però non remissiva (mai remissiva) com'era. Accessibile. Quando gli uomini sognavano Doris Day sognavano ragazze raggiungibili, belle di una bellezza da hostess, quel biondo anti panico che sugli aerei ancora adesso ci convince che non ci succederà niente, voleremo indenni fino alla meta, dormiremo tranquilli anche se siamo a migliaia di metri da terra, e non c'è nessuna reale ragione per cui vada tutto bene e un imprevisto letale non ci scaraventi giù – nessuna a parte che la nostra hostess è bella e bionda, e ti pare niente, e figurati se casca un aereo con a bordo una bionda capace di restare in piedi e servirci il caffè mentre voliamo a migliaia di metri da terra.

 

Doris Day è nata nel 1922, un anno dopo Donna Reed, che d'America è stata la moglie, e solo 4 prima di Marilyn Monroe, che d'America è stata l'ossessione, ed è morta oggi, 39 film, 650 canzoni, qualche rifiuto epico (non volle fare la signora Robinson de Il laureato) e 97 anni dopo. I suoi genitori erano tedeschi, amavano la musica e il cinema e la chiamarono Doris per omaggiare Doris Kenyon, una grande attrice di film muti.

 

Doris Day, che nome incredibile e brioso e veloce, tutte cose che era anche lei, che sapeva ballare benissimo il tip tap e ne avrebbe fatto una professione, se il destino non si fosse messo di traverso con un incidente che la costrinse a smettere.

 

La fidanzata d'America non era una diva, però era un sogno che ci dice come si sognava, in un tempo non troppo lontano eppure opposto al nostro: si sognava in piccolo per avere in grande, si desiderava una fidanzata assai più di una moglie, una compagna assai più di una compagnia, ci si immaginava una vita da stelle assai più che da soli (dice Coez: le stelle sono soli sì, ma mica siamo soli noi).

 

L'immagine domestica di Doris Day è inseparabile da quella di Calamity Jane, il maschiaccio irresistibile di “Non sparare, baciami!”, che pure con un fazzoletto da bandita al collo e le pistole addosso e tutta la destrezza del Far West inscritta in ogni suo gesto, continuava a dare l'impressione che, con lei intorno, fossimo tutti a casa, magari non perfettamente sani, ma certamente salvi, per sempre salvi.

 

I maschi del patriarcato indisturbato, quello degli anni Cinquanta, sospiravano sulle foto di Doris Day, poco prima di sbranare Marilyn: i tempi di entrambe sono finiti, e chiediamoci se siamo sicure di poter tirare un sospiro di sollievo.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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