Lo “splendore del vero” di Ermanno Olmi

Il cinema fatto di sguardi ad altezza d’uomo del regista operaio, umanista, montanaro. L'addio a un grande uomo di cinema

7 Maggio 2018 alle 21:07

Lo “splendore del vero” di Ermanno Olmi

Ermanno Olmi, foto LaPresse

Il suo primo premio (della Critica a Venezia, 1961), era stato per Il posto, storia di un ragazzo alle prese col primo lavoro, con la scoperta già intristita dell’azienda, del “posto fisso” come mito e condanna che alla fine si materializza, ma è una condanna, nella morte di un vecchio impiegato che libera la scrivania. Il tappo generazionale è sempre esistito, il rifiuto del lavoro era di là da venire, ma era già tutto dentro agli occhi dei giovani, per chi li sapesse guardare. Il film del debutto, due anni prima, racconta anche quello di un ragazzo al primo lavoro, ma nel silenzio innevato e sacro delle montagne, guardiano di una diga. Il tempo si è fermato doveva essere un documentario per l’Edisonvolta, la società in cui lavorava come documentarista industriale, ma divenne un lungometraggio con attori non professionisti e il suono in presa diretta. Fino a Lunga vita alla signora!, a Il mestiere delle armi, ha spesso avuto come punto focale del suo cinema l’abbrivio dell’età adulta, dove il senso di tutto si concentra, col suo disincanto. Basterebbe questo per dire quanto stretta sia la definizione di “regista contadino”, che pure gli avevano cordialmente affibbiato, per Ermanno Olmi, morto ieri a 86 anni ad Asiago, sull’altopiano che lo aveva adottato tra i boschi del suo amico Mario Rigoni Stern. Colpa dell’Albero degli zoccoli, Palma d’oro 1978, del suo cinema di spazi naturali e passi lenti ad altezza d’uomo. Olmi è uno dei pochi cineasti italiani che abbiano saputo raccontare il passaggio dalla campagna alla industrializzazione, da un mondo sacrale a una società pienamente secolarizzata. Ma diverso da Pasolini, lontano dalle sue trasfigurazioni rinascimentali, lui ragazzo della Bovisa operaia, ragazzo della pianura agricola di Treviglio. Non solo nei bellissimi documentari degli anni 50, cinegiornali sull’attività dell’azienda elettrica in teoria, ma in realtà già indagini umanistiche e parabole morali. Quel che riusciva di fare a Olmi, nei suoi film più belli, era tenere gli occhi in presa diretta sulle cose, le persone. Non un “punto di vista” d’autore – quando provava a inerpicarsi nella metafora, in un simbolo che non fosse un elemento naturale, un colpo di vento, gli veniva tutto più complicato. Lo sguardo, non il punto di vista, era la cifra di Olmi. Lo “splendore del vero”, come diceva Godard del cinema di Rossellini. Il nucleo di una lunga carriera di artigiano, modesto e caparbio come tutti gli artigiani, che si è sempre fatto guidare dagli occhi per cercare l’essenza, che è sempre un passo in là, o più sotto, o più dentro.

 

 

C’era la sua religiosità, la sua spiritualità, in questo? A suo modo. Nella parabola partita dal Papa Giovanni di E venne un uomo per approdare alla “eresia marcionita” – come sillabava eccitato don Gianni Baget Bozzo in un indimenticabile (per me) pomeriggio di cinema a Genova – e che era, secondo don Gianni, l’essenza di Centochiodi, il film delle Bibbie (inutili) inchiodate al pavimento. Ma della sua fede, non si può e non si deve giudicare. E’ più interessante notare, volendo, che la sua parabola personale somiglia molto al percorso di tanto cattolicesimo conciliare, a tanti suoi dubbi.

 

In un recente libro-dialogo, parlando dei suoi ultimi lavori, aveva detto: “Ho girato dei film che sono più delle icone che dei film realistici”. Ed è vero: icone, nel senso delle immagini sacre, che sono più di ciò che mostrano. Dal Mestiere delle armi fino all’ultimo Torneranno i prati, dove l’immagine più bella è il larice che brucia nella neve, colpito da una bomba. La natura, forse lo Spirito. Che si rivelano agli occhi, persino al cinema, quando cercano lo splendore del vero.

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