Non era solo un innocente in galera. Il caso Pell, il Dreyfus che nessuno voleva vedere

Giuliano Ferrara

Il libero spirito critico del mondo liberale si è accodato alla campagna predatoria contro l’orco cattolico. Obiettivo: ridurre quel residuo antimoderno che è la chiesa alla ragione postilluminista. Storia di un’assoluzione e di uno scandalo giacobino

La Corte suprema dello stato di Victoria, Australia, non ha soltanto assolto all’unanimità il cardinale George Pell da un’accusa infamante di pedocriminalità non sostenuta da prove, alimentata da furia fanatica e da denunce e testimonianze a porte chiuse. Questo è avvenuto ed è stato decisivo per scarcerare un innocente. Pell aveva perso il rango di numero tre del Vaticano, che si era conformato a procedure giudiziarie inaudite il cui effetto era stato la decapitazione della gerarchia cattolica, vecchio obiettivo della campagna sulla pedocriminalità del clero che aveva portato alla Renuntiatio di un Papa dopo secoli e alla grande crisi mondiale dei ministri ordinati e del popolo di Dio, come la chiesa si considera. Ma nell’opinione di pochi nel mondo, laici che fossero o dentro le mura, Pell era diventato un simbolo: il suo era un caso di giustizia esemplare e sommaria fondata sugli avidi comitati legali e sulle associazioni militanti, sul furore di opinione pubblica alimentato dall’ideale bugiardo di una giustizia delle vittime, sulla compiacenza della stampa e di quasi tutto l’establishment politico e mediatico-intellettuale, sulla paralisi della capacità di reazione dei preti, e su questo caso si misurava fino in fondo una delle grandi maledizioni di questo secolo, la caccia alla strega cattolica e lo svilimento della funzione e della vita della chiesa, equiparabile alla maledizione antisemita, e al malinteso e porco senso dell’onore nazionale e militare, che avevano contrassegnato il caso del capitano Alfred Dreyfus a cavallo dell’Ottocento e del secolo scorso. E’ comprensibile che il Papa abbia avuto parole di sofferenza per chi subisce sentenze ingiuste e che il cardinale abbia messo in valore la propria innocenza come fatto anche personale, eppure non sarebbe decente se tutto finisse con la registrazione di un errore giudiziario come tanti e con il compiacimento per lo scampato pericolo.

 

 

Che ci siano stati episodi, e diffusi ovunque, di malcostume sessuale e di aggressione predatoria ai danni di giovanissimi e di adulti, anche nell’ambito delle comunità del clero cattolico e dell’educazione cattolica, è questione rilevante che richiamava e richiama la responsabilità, comprese le coperture di una cultura per sua natura conventicolare, della chiesa, della sua gerarchia e del clero in generale. Eppure il caso Pell nella sua follia giustizialista ha mostrato un lato non ordinario, non ovvio, di tutta la questione, di tutta l’affaire. Le denunce puntuali e le misure anche dure di contenimento e di argine contro le degenerazioni sono una cosa, ma la campagna devastante, generalizzante, infamante la funzione stessa della cura d’anime, condotta con mezzi spropositati e intimidatori per distruggere la libertà di culto e infangare i suoi ministri, è un’altra cosa.

 

 

Anche in questa vasta e universale mobilitazione anticattolica, che ha avuto il culmine sperato con i due processi e le tre condanne forzate contro il cardinale Pell, di una assoluta improbabilità giudiziaria per chi avesse voluto leggere la cronaca dei fatti con un minimo di equidistanza e di oggettività, è emerso uno spirito predatorio che viene da lontano e si combina con la multiforme pretesa di ridurre quel residuo antimoderno che è la chiesa alla ragione postilluminista, alla degenerazione antireligiosa, all’odio per il sacro e per il separato, alla trasformazione dello spirito critico e dell’autonomia intellettuale dell’uomo, credente o no, in una feroce caccia grossa per abbattere un oscuro nemico. Con la tecnica dello spotlight, dal titolo della sceneggiatura hollywoodiana in cui si è riassunto il lato narrativo e favolistico della messa in stato di accusa di tutto il clero, della funzione stessa del clero, una grande nuvola nera di disinformazione e di calunnia generalizzata è stata come soffiata nel cielo della cattolicità e della devozione popolare trasformata in credulità tradita e assassinata dalla brama sessuale di un ceto di pedofili potenziali.

 

 

Il caso Pell non è la storia di un innocente sbattuto in galera e condannato a lunghe pene detentive e alla maledizione universale nel corso di un’indagine e di un dibattimento segnati dal pregiudizio, dalla paura dell’orco e dalla pertinacia del partito preso. E’ una storia alla Dreyfus, in cui si compendia e si sublima tutta una pulsione di malmostosità e di rigetto verso un tratto della storia e della cultura religiosa che hanno avuto effetti di dominio o egemonia nel mondo presecolarizzato. Gli ebrei nell’esercito sono potenziali traditori perché riconoscono la propria nazione come fatto religioso, e i cattolici in tonaca sono violatori della dignità umana, nella forma più bieca, perché esprimono il vecchio sogno teologico di una comunità che vive nel mondo ma non gli appartiene.

 

Una volta fu il nazionalismo, vestito di spirito nazionale e patriottico, a determinare il destino di un capitano; un’altra volta è stato il legalismo dello stato di diritto, che non tollera altro da sé, altre devozioni, altre dimensioni, e nel nome della legge deve farsi persecuzione di chi è diverso e ha in qualche modo, nonostante tutti i modernismi che la chiesa ha importato e fatto propri, una diversa radice di elezione rispetto al mondo secolare, a determinare la sorte di un cardinale. Che dall’interno della chiesa non si sia avuta la forza di reagire, e che ne sia nata una messa sulla difensiva in una logica di mera sopravvivenza, può essere comprensibile sebbene non giustificabile. Ma che il libero spirito critico del mondo liberale abbia rinunciato a questo combattimento, e si sia accodato conformisticamente alla campagna contro le streghe e gli orchi cattolici, è un segnacolo di sconfitta per chiunque non possa non dirsi laico, a buon titolo e nel buon senso del liberalismo non giacobino.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.