Kurt Koch

Convertire gli islamici

Matteo Matzuzzi
“Noi abbiamo la missione di convertire tutti quanti appartengono a religioni non cristiane. E ciò che è importante per noi è farlo con una testimonianza credibile e senza alcun proselitismo”, ha detto il cardinale svizzero Kurt Koch

Roma. “Noi abbiamo la missione di convertire tutti quanti appartengono a religioni non cristiane. E ciò che è importante per noi è farlo con una testimonianza credibile e senza alcun proselitismo”. Intervenendo a un convegno interreligioso ospitato dal Woolf Institute dell’Università di Cambridge, il cardinale svizzero Kurt Koch, attuale presidente del Pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, include tra coloro che vanno convertiti anche i musulmani, compresi i miliziani jihadisti: “Dobbiamo soprattutto convertire loro, che usano la violenza”, perché “quando una religione usa la violenza per convertire gli altri questo è un abuso della religione”. Una missione che, però, non si applica a tutti: gli ebrei, infatti, sono esclusi dalla missione. “E’ chiaro  – ha spiegato a tal proposito Koch – che rappresentiamo due religioni diverse, ma siamo la stessa famiglia. Abbiamo le stesse radici e in questo senso la riconciliazione tra chiesa e sinagoga, tra ebraismo e cristianesimo è una grande sfida per la chiesa”. Richiesto di spiegare meglio il concetto e soprattutto la differenza ben sottolineata nel suo discorso – sì alla conversione dei musulmani, no a quella degli ebrei – il porporato scelto da Benedetto XVI per succedere a Walter Kasper e confermato da Francesco ha osservato che “molto chiaramente noi possiamo parlare di tre religioni abramitiche ma non possiamo dire che la visione di Abramo nella tradizione ebraica e cristiana e in quella islamica sia la stessa. In questo senso – ha chiosato – abbiamo solo con gli ebrei questa speciale relazione, che invece non abbiamo con l’islam”.

 

Koch ha sdoganato un tema che negli anni, complice la recrudescenza fondamentalista nell’islam, ha assunto per la chiesa i crismi del tabù. Una fotografia eloquente di tale situazione fu offerta dal Sinodo sull’evangelizzazione del 2012, quando il tema della conversione dei fedeli musulmani fu toccato in assemblea, ma senza che la questione riscuotesse troppa attenzione all’esterno. Il tema era (ed è) assai delicato, il rischio è di trasmettere la percezione che dietro la conversione si nasconda la volontà di fare proselitismo, soprattutto in questa particolare fase storica. Ma le conversioni ci sono, anche se non se ne dà risonanza. In Africa soprattutto (Maghreb incluso), ma anche nel vicino e medio oriente e in Europa. Un esempio riguardo al “metodo” lo offrì il patriarca di Antiochia dei maroniti, Béchara Boutros Raï (creato cardinale l’anno successivo), quando osservò che “l’evangelizzazione nei paesi arabi è messa in atto in modo indiretto, all’interno delle scuole cattoliche, delle università, degli ospedali e degli istituti appartenenti alle diocesi e agli ordini religiosi aperti sia ai cristiani che ai musulmani”. “L’evangelizzazione indiretta – aggiunse Raï – è praticata soprattutto tramite i mezzi di comunicazione sociale, in particolare quelli cattolici che trasmettono le celebrazioni liturgiche e vari programmi religiosi. Constatiamo tra i musulmani conversioni segrete al cristianesimo”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.