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Il referendum di Bologna e il "disastro" della scuola

Domenica gli abitanti di Bologna sono chiamati a votare un referendum cittadino sul finanziamento alle scuole dell'infanza. Se ne è scritto e detto molto, in questi giorni. Dal referendum di domenica non dipendono soltanto le sorti dei bambini bolognesi (i quali nel caso di una vittoria del fronte che vuole abolire il milione di euro all'anno di finanziamento alle paritarie private non troverebbero per la maggior parte posti in quelle statali e comunali, sia chiaro), ma anche quelle delle scuola italiana in generale.

24 Maggio 2013 alle 16:15

Domenica gli abitanti di Bologna sono chiamati a votare un referendum cittadino sul finanziamento alle scuole dell'infanza. Se ne è scritto e detto molto, in questi giorni. Un riassunto abbastanza imparziale di quello che è in gioco lo ha fatto il Post e lo trovate qui.

Dal referendum di domenica non dipendono soltanto le sorti dei bambini bolognesi (i quali nel caso di una vittoria del fronte che vuole abolire il milione di euro all'anno di finanziamento alle paritarie private non troverebbero per la maggior parte posti in quelle statali e comunali, sia chiaro), ma anche quelle delle scuola italiana in generale. L'idea nemmeno troppo nascosta, infatti, è quella di usare un'eventuale vittoria di chi vuole abolire i finanziamenti alle paritarie come grimaldello per riportare il dibattito a livello nazionale.

Dibattito che è antico, e nasce da interpretazioni parziali della Costituzione da parte di chi sostiene che le scuole paritarie gestite da privati (che sono pur sempre pubbliche, è bene ricordarlo) non dovrebbero ricevere nemmeno un centesimo dallo stato.

Chi ama così tanto lo stato da volerne difendere a tutti i costi l'esclusiva nel campo dell'educazione si dimentica che in questo modo lo manderebbe al collasso: restando all'esempio bolognese, i 1.730 bambini che frequentano le scuole dell'infanzia paritarie private costano allo stato 600 euro ciascuno, mentre nelle scuole comunali la spesa media per bambino è di circa 6.900 euro.

Moltiplicate queste cifre e avrete una idea del costo che è per lo stato mandare a scuola i ragazzi italiani.

Basterebbe questo discorso per far capire ai sostenitori dell'abolizione del finanziamento alle paritarie che, se anche i pochi fondi ad esse destinate venissero girati tutti alle statali, non basterebbero a rispondere all'esigenza delle famiglie di educare i propri figli in età scolare.

Il punto naturalmente è un altro, ha origini ideologiche e nella quasi totalità dei casi pesca in un sentimento di opposizione alla chiesa cattolica. Come noto in italia la maggior parte delle scuole paritarie hanno ispirazione cattolica che, pur rispettando in pieno le linee guida ministeriali in campo di programmi e obiettivi, tendenzialmente cercano di dare un taglio cattolico all'educazione.

E' questo che molti non riescono a sopportare, a costo di limitare la libertà dei genitori di scegliere per i figli quel tipo di educazione.

Si arriva al paradosso, provocatoriamente evidenziato da Vittorio Feltri sul Giornale qualche giorno fa, che i genitori che iscrivono i figli alle scuole paritarie pagano due volte: con le tasse la scuola statale, che non usano, e con la retta la scuola paritaria, che ha il merito di "alleggerire" lo stato di individui per cui probabilmente non avrebbe neanche posto.

Senza giungere agli estremi di personaggi quali Corrado Augias e Piergiorgio Odifreddi, che si sono schierati a favore dell'abolizione dei finanziamenti alle paritarie di Bologna dicendo che "il Papa e i preti insegnano cose medioevali" e "dovrebbero fare catechismo", questo è il sentimento diffuso di chi ha un'avversione per tutto ciò che non sia educazione di stato: la chiesa si occupi delle preghiere – dicono – al massimo di qualche calcio al pallone in oratorio (ma senza esagerare) e del catechismo per chi vuole. Al resto ci pensa lo stato.

Un'idea che, oltre a essere contro la libertà di espressione, è economicamente insostenibile.

Se alla già disastrata scuola italiana si togliesse anche il poco che le paritarie riescono a fare, si assisterebbe al collasso dell'intero sistema.

Per capire questo non serve essere cattolici praticanti, né amici di Ruini.

Basta usare un minimo l'intelligenza, come hanno fatto molte personalità in questi giorni, schierandosi apertamente per il mantenimento del finanziamento agli asili paritari di Bologna.

Oggi si è chiaramente espressa il ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, che sul suo profilo Facebook e parlando a Radio24 oggi ha usato parole sensate e intelligenti sull'argomento, chiedendo più fondi per le scuole statali (e ci mancherebbe) ma anche di salvare l'accordo che da tanti anni funziona così bene nel capoluogo emiliano.

"Le scuole paritarie – ha detto il ministro – coprono una parte degli studenti italiani e offrono un servizio pubblico. Se togliessimo questi soldi metteremmo in grave difficoltà queste scuole e molti bambini non avrebbero accesso alla scuola. Sarebbe un disastro, tra l’altro i 500 milioni circa di finanziamento alle scuole paritarie sono una parte dei 40 miliardi di spesa per la scuola pubblica. Sono una piccola parte, che però copre laddove il sistema delle scuole statali non riesce ad arrivare. Soprattutto sulla scuola dell’infanzia sulla quale siamo deboli e sulla quale dovremmo tornare ad investire".

E ancora: "Davanti a queste esigenze pressanti, e davanti a un sistema educativo come quello bolognese che in una sussidiarietà positiva ha trovato un’occasione di allargamento di opportunità per tutti, con risultati di eccellenza testimoniati dalle esperienze e dalle statistiche, il dibattito sul referendum di domenica 26 maggio di Bologna sembra privilegiare soprattutto le esigenze politiche e i diversi posizionamenti ideologici, piuttosto che gli interessi dei bambini. A volte, in queste discussioni, la prima impressione è che ci si dimentichi di loro con troppa leggerezza: la sacrosanta battaglia per una scuola pubblica più forte non si può vincere mettendosi contro chi cerca di dare un posto a tutti i bambini".

"Penso che dovremmo tutti imparare, in questi giorni, dal buon senso che Romano Prodi ha espresso nella sua posizione, evidenziando che l’accordo attuale ha funzionato per anni e ha permesso di ampliare il numero di bambini ammessi alla scuola dell’infanzia, che nel sistema integrato bolognese fra scuole comunali, scuole statali e paritarie riesce a coprire ben il 98 per cento della domanda. Per queste ragioni, pur nel rispetto di tutte le posizioni, come ministro dell’Istruzione punto a un buon governo pubblico del sistema attuale. Inoltre, non ritengo che la vicenda bolognese debba essere trasformata in una bandiera nazionale".

La speranza dunque è che domenica a Bologna vinca questa posizione ragioneveole e sensata ben espressa dal ministro (e da parecchi sindaci tendenzialmente di sinistra dei comuni in cui accordi del genere già da tempo ci sono, proprio a partire da quello di Bologna). Anche se non sarebbe la prima volta che in Italia i preconcetti ideologici riescono a rovinare qualcosa che – almeno un poco – funziona.

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