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Per salvarci dal grande freddo che uccide le balene bisognerà inquinare

Presa da sola, la neve sul Gargano – dalle vette del monte Calvo a quelle del monte Nero – significa poco. Se però l’allerta meteo riguarda un po’ tutto l’emisfero boreale, dall’Europa al Nordamerica, se la neve e il freddo minacciano il Regno Unito quanto il midwest americano, qualcosa vorrà pur dire.

24 Novembre 2008 alle 10:55

Presa da sola, la neve sul Gargano – dalle vette del monte Calvo a quelle del monte Nero – significa poco. Se però l’allerta meteo riguarda un po’ tutto l’emisfero boreale, dall’Europa al Nordamerica, se la neve e il freddo minacciano il Regno Unito quanto il midwest americano, qualcosa vorrà pur dire. Basta guardare a nord, dalla Brianza o dal lago di Garda, per vedere tutte le cime alpine e prealpine già coperte di neve: a Livigno, Ortisei, in Val di Fassa e sulle pendici dello Stelvio – dove ieri il vento soffiava a oltre 70 chilometri orari e la temperatura era intorno ai meno 16 gradi – si può già sciare.

Dicono gli esperti di clima, gli stessi che quando fa caldo raccontano l’agonia della Terra “uccisa dal riscaldamento globale causato dall’uomo”, che confondere climatologia e meteorologia è un errore da dilettanti. Per quanto strano, potrebbe esserci global warming e fare un freddo cane oppure una nuova piccola era glaciale e girare tutti in maniche corte a dicembre. Però una delle prove principali citate dai catastrofisti climatici – e immortalata dal film prodotto dall’ex vicepresidente americano, Al Gore – a questo punto ha perlomeno un contraltare. Chi non s’era commosso allo spettacolo degli orsi polari abbarbicati a una zattera di permafrost mentre i ghiacci artici intorno a loro si scioglievano per il caldo? Le verifiche degli esperti e una sentenza dell’Alta Corte di Londra avevano spiegato che quell’episodio con il fenomeno del global warming non c’entrava granché, dal momento che gli orsi erano sì morti per annegamento, ma a causa di una tempesta assai violenta, non perché mancasse il ghiaccio.

Questa settimana chi crede al fenomeno inverso, il global cooling, ha a sua volta un esempio calzante: potrà raccontare di come morirono, imprigionate fra i ghiacci artici cresciuti a dismisura, circa duecento balenottere bianche al largo dell’isola di Baffin, nel profondo nord canadese. Per scongiurarne il soffocamento, ieri le autorità di Ottawa hanno autorizzato i balenieri ad abbatterle.
Che, contrariamente a quanto si affermava fino a poco tempo fa, i ghiacci stiano crescendo un po’ ovunque cominciano a dirlo in molti. Ad agosto il National Snow and Ice Data Center aveva registrato nell’Artico, a fine estate, circa un milione di metri quadri di ghiacci in più di quanto previsto a giugno da uno scienziato norvegese. La notizia fu ripresa persino dal New York Times, solitamente in prima linea nel lanciare allarmi sul clima che cambia.

Qualche settimana fa il consuntivo sulla stagione degli uragani ha finito per contraddire il luogo comune dell’ambientalismo catastrofista: da maggio a ottobre ogni mese aveva avuto un uragano di media forza, ma nessuno – ad eccezione di Ike, quello che ha colpito il Texas nel periodo della convention presidenziale repubblicana – ha fatto sfracelli. Se i dati sulle temperature (la National Oceanic and Atmospheric Administration dice che quello del 2008 è stato un ottobre particolarmente freddo, se paragonato a quello degli ultimi 115 anni) contano poco, sembrano contare qualcosa in più quelli raccolti dal satellite oceanografico Jason, per il quale l’oscillazione termica del Pacifico rischia di tendere al ribasso per i prossimi venti o venticinque anni. Il risultato, unito al rallentamento in atto dell’attività solare, sarebbe un periodo di raffreddamento globale. Se insomma è vero quel che dice l’ex astronauta e geologo Jack Schmitt, per il quale “il vero pericolo è il freddo”, allora a temere – più che gli abitanti degli atolli del Pacifico a rischio allagamento, altra storia cara ai catastrofisti – sono “gli scozzesi di Aberdeen che rischiano di essere travolti dall’espansione dei ghiacci artici”, come hanno preconizzato qualche giorno fa al Daily Mail gli scienziati Thomas Crowley dell’Università di Edimburgo e il canadese William Hyde dell’Università di Göteborg. Per salvare mezzo mondo dal ghiaccio, hanno spiegato i due, l’uomo può fare soltanto una cosa: emettere sempre più gas serra. Meglio inquinare che morire di freddo.

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