Altro che Greenpeace

E’ almeno ingenuo credere che le massime vette dell’attivismo ambientalista consistano nei cartelloni naif di quei furbacchioni di Greenpeace. Da circa trent’anni serpeggia per i mari di tutto il mondo la naturale evoluzione di tutte quelle tecniche dimostrative escogitate dalla dottrina ambientalista per salvare il pianeta e tutto ciò che contiene, uomini esclusi. Si chiama Sea Shepherd ed è la Ong fondata e guidata dal capitano-filosofo Paul Watson a dalla moglie Allison.

4 Novembre 2008 alle 12:34

E’ almeno ingenuo credere che le massime vette dell’attivismo ambientalista consistano nei cartelloni naif di quei furbacchioni di Greenpeace. Da circa trent’anni serpeggia per i mari di tutto il mondo la naturale evoluzione di tutte quelle tecniche dimostrative escogitate dalla dottrina ambientalista per salvare il pianeta e tutto ciò che contiene, uomini esclusi. Si chiama Sea Shepherd ed è la Ong fondata e guidata dal capitano-filosofo Paul Watson a dalla moglie Allison. Sono i pastori del mare, girano nelle acque più fredde del mondo su barche dipinte completamente di nero, sul pennone garrisce la bandiera dei pirati. Al posto del cranio umano ci sono ossa a forma di balena ben camuffate e in luogo di tibie, poco sotto, si incrociano un tridente e un bastone. L’obiettivo è fermare i cacciatori di balene, specialmente i crudeli giapponesi. Di diverso dalla logora prassi ecologista c’è che i pastori del mare non lanciano cartocci imbevuti nella vernice contro le navi nemiche; non scrivono insulti sugli scafi altrui; non si preoccupano troppo di sensibilizzare le masse. Loro semplicemente le navi altrui le speronano e, possibilmente, le affondano.

Il nome Sea Shepherd è alla ribalta in questi giorni per una serie di ragioni. Qualche giorno fa è uscito in Italia il libro “I guerrieri delle balene” di Peter Heller (Corbaccio), un accurato resoconto di una delle missioni di cui i pastori vanno più fieri, quella all’inseguimento della baleniera giapponese Nisshin Maru nelle acque dell’oceano Antartico. Un equipaggio vegano di circa quaranta volontari viene coinvolto nella balzana sfida di “far rispettare le leggi internazionali sulla baleneria” usando, di fatto, ogni mezzo. A Heller, giornalista del National Geographic, non sfugge quanto tutto questo si avvicini a una pratica terroristica; non gli sfugge nemmeno come l’acciaio brunito dei fucili che Watson tiene in cambusa possa complicare le cose. Sa che speronare una nave che viaggia in acque molto fredde è una cosa che fa lievitare le quotazioni della morte. Heller conosce i due lati del problema: i proclami di non violenza del capitano Watson e le sue accuse di tentato omicidio. Ma con l’andare del racconto tutta la carica critica si depotenzia, viene meno, e l’autore si ritrova completamente appiattito sulle posizioni di Watson, convinto che la salvezza di un grande mammifero marino possa giustificare tutto, o quasi.

L’approccio legalista al fenomeno Sea Shepherd (quello che cerca di rispondere a domande tipo: violano o no le leggi internazionali sulla pirateria? Aiutano gli organi sopranazionali nella lotta alla baleneria?) non porta lontano. Per capire, meglio partire dai postulati ideologici che sorreggono un’attività così pericolosa, che porta uomini – giovani, vecchi, uomini e donne – a rinchiudersi per mesi in navi rattoppate e cariche di tofu alla caccia di esperti, risoluti e attrezzati balenieri. Gli asserti filosofici di base sono derivati di un post moderno pessimismo antropologico: la terra è bene, l’uomo è male. L’uomo è il distruttore, il disturbatore della perfezione edenica, un ospite indesiderato che manderà ogni cosa in rovina. Per contrasto l’animale è bene, perché lui, con la sua innocente bestialità, è parte integrante dell’armonia complessiva. Nel libro, Heller scrive: “Watson un giorno disse che la vita di un essere umano vale meno di quella di un verme. Qualche volta aveva messo in gioco la propria vita e quella del suo equipaggio per difendere una balena”. Il capitano Watson esplicita il concetto: “Piramidi, affreschi, sinfonie, scultura, architettura, film, fotografia… tutto questo non ha alcun valore per la Terra in confronto a una singola specie di uccello, o insetto, o pianta”.

E si va ancora oltre quando Heller osserva: “Molti dell’equipaggio, in effetti, pensavano che la specie umana fosse una terribile aberrazione nell’albero della vita, un’aberrazione che stava insensibilmente divorando e distruggendo il pianeta. Pensavano alla specie umana come a un cancro. L’opinione prevalente sulla barca era che avere dei bambini fosse un crimine. Era una vera e propria colpa”. Emily Hunter, ventunenne timoniere e giornalista, ha caricato sulla nave le ceneri del padre, uno dei fondatori di Greenpeace, per spargerle tra i ghiacci dell’Antartide, quasi a espiare le colpe dell’esistenza disperdendo ciò che ne rimane nella natura selvaggia. Nelle sue parole c’è un’ingenua crudeltà: “So che il viaggio è pericoloso. Non voglio morire, ovviamente; sono molto giovane. Ma se dovessi morire salvando una balena, sarebbe ok. Sarebbe un buon modo per andarsene”.
Non è un mistero che la miscela esplosiva di rifiuto di sé e immedesimazione nel ciclo naturale, con una spruzzata di odio anticattolico – il terzo pilastro della dottrina Watson – sia uno dei cibi preferiti dei jet-setter più quotati e progressisti. Brigitte Bardot, Martin Sheen, Christian Bale, Pierce Brosnan sono soltanto alcuni dei sostenitori di Sea Shepherd.

Il barbuto e onnisciente capitano cerca di riempire il vuoto pneumatico delle sue idee con la parte più innocua e conciliante della saggezza orientale. Immancabilmente gioca con le coscienze invocando l’apocalisse, la distruzione definitiva: niente orizzonte catastrofico, niente senso di colpa, niente mobilitazione in difesa delle balene. Un classico. Per il resto, tutto ciò che Watson dice, fa e raccoglie in saggi illuminati è un convulso rigurgito contro l’autorità, dalle multinazionali allo stato, dalla chiesa alla guardia costiera. Le autorità australiane, giapponesi e americane coltivano forti dubbi sulla correttezza delle operazioni dei pastori e l’anno scorso la guardia costiera canadese ha speronato e sequestrato la Farley Mowat, l’ammiraglia storica della flotta nera.

Ma le avversità sono il sale del marketing. Qualche sera fa il capitano Watson e il direttore esecutivo dell’organizzazione, Kim McCoy, sono intervenuti in una trasmissione della Nbc per presentare la serie tv “Whale Wars” dedicata a Sea Shepherd , in onda in America dal 7 novembre e in Europa da gennaio 2009. Sul capitano Watson, “l’anti Achab che caccia le navi che cacciano le balene”, è stato realizzato anche un film, recentemente premiato al prestigioso festival del cinema di Toronto. Una visibilità che indica quanto gli Sea Shepherd riscuotano successi nei salotti buoni del pensiero liberal, nelle tv e negli ambienti che rivendicano da sempre il ruolo di sacerdoti di una moralità pura e illuminata. Ma una volta grattate le verniciature impermeabili diventa d’un tratto chiaro che la vicenda di Sea Shepherd gronda tanto amore per l’animale quanto odio per l’uomo.

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