Perché ogni nuova previsione sul global warming rischia di essere sballata

Quotidianamente un qualche team di scienziati di una qualche università del mondo dice qualcosa sui cambiamenti climatici. Questa volta tocca ai professori dell’ateneo del Wisconsin-Madison, guidati da Anders Carlson: il ghiaccio in Groenlandia – dicono gli studiosi – si scioglie più in fretta del previsto. Poche settimane fa il National Snow and Ice Data Center aveva registrato che nell’Artico a fine agosto c’erano un milione di metri quadri in più di quanto previsto a giugno da uno scienziato norvegese. Tempo di rivedere le previsioni in chiave più ottimistica ed ecco che il ghiaccio artico ha ricominciato a sciogliersi: tutto da rifare.

7 Settembre 2008 alle 08:00

Roma. Quotidianamente un qualche team di scienziati di una qualche università del mondo dice qualcosa sui cambiamenti climatici. Questa volta tocca ai professori dell’ateneo del Wisconsin-Madison, guidati da Anders Carlson: il ghiaccio in Groenlandia – dicono gli studiosi – si scioglie più in fretta del previsto. Poche settimane fa il National Snow and Ice Data Center aveva registrato che nell’Artico a fine agosto c’erano un milione di metri quadri in più di quanto previsto a giugno da uno scienziato norvegese. Tempo di rivedere le previsioni in chiave più ottimistica ed ecco che il ghiaccio artico ha ricominciato a sciogliersi: tutto da rifare. La Bbc dice che fino a oggi il 2008 è l’anno più freddo dal 2000 (forse poca cosa, ma perché in un momento in cui nove orsi alla deriva sono il segno inequivocabile del disastro climatico verso cui stiamo correndo, questo dato non può essere letto come una positiva inversione di tendenza?), e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) in Italia rende noto che “la temperatura media degli ultimi anni non è in aumento”, e che mentre i ghiacciai dell’emisfero nord della terra si stanno effettivamente sciogliendo, quelli a sud stanno aumentando. L’elenco di dati contrastanti tra loro sarebbe infinito, ma un’indicazione di massima si può trarre: i modelli climatici sono talmente complessi che qualunque scenario si basi su di essi ha molte più probabilità di non avverarsi che di diventare realtà.

In un editoriale sul suo sito Web, l’associazione Euresis (da anni impegnata nell’organizzazione di mostre e convegni scientifici a livello internazionale) fa notare come all’inizio del Novecento in molti prevedevano che le città del XX secolo sarebbero state seppellite dallo sterco dei cavalli se lo sviluppo di quel mezzo di trasporto fosse continuato senza sosta. Mutatis mutandis, chi oggi prevede coste coperte dall’innalzamento degli oceani, mari prosciugati dalla desertificazione e montagne brulle, rischia di essere ricordato tra cento anni come quelli che solo cento anni fa immaginavano un mondo pieno di letame. Questo perché basarsi su modelli parziali (o enfatizzando solo alcuni aspetti dei cambiamenti climatici che effettivamente sono in atto sul nostro pianeta) lascia spazio a interpretazioni e giudizi soggettivi. Se è vero che le previsioni del tempo da qui a dieci giorni sono molto inaffidabili, ancora di più dovrebbero esserlo (e lo sono) gli scenari che disegnano il clima del nostro pianeta tra cinquanta o cento anni. Il tutto è spiegato in una mostra scientifica organizzata proprio da Euresis, “Atmosphera”, e presentata una settimana fa al Meeting di Rimini. L’inaffidabilità delle previsioni è dovuta al fatto che il sistema meteorologico è governato dal caos: questa scoperta fu fatta negli anni Sessanta da un famoso scienziato, Edward Lorenz, che per spiegare la sua scoperta pose questa domanda provocatoria: “Può il battito d’ali di una farfalla in Brasile generare un uragano in Texas?”. In effetti osservando i report dell’Intergovernative panel of climate changes, la Bibbia del perfetto catastrofista climatico, si nota come piccole variazioni dei dati iniziali portino a scenari futuri molto differenti tra loro. Di questi scenari in tanti si servono a seconda del bisogno, citando alcuni dati e tacendone altri. I professori dell’università del Wisconsin però questa volta hanno fatto di più: secondo il professor Carlson infatti anche il più catastrofico scenario dell’Ipcc (che prevede un innalzamento dei mari di dieci centimetri in cento anni) è per lui ottimista, in quanto l’innalzamento sarà invece di quasi un metro. Forse esagera Richard Lindzen, meteorologo di Boston che ha lavorato per l’Ipcc prima di andarsene sbattendo la porta, quando dice che queste previsioni “si basano più su ricerche di mercato che su dati scientifici”, ma un numero sempre più elevato di scienziati sa che a oggi qualunque tipo di previsione del clima futuro è mera materia di ipotesi.

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