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Crocetta e la mafia

Le parole pronunciate ieri dal governatore siciliano Rosario Crocetta, riprese dall’Ansa, sono indicative di un modo di intendere la mafia da parte di certi “antimafiosi”.

26 Marzo 2015 alle 06:27

Crocetta e la mafia
Le parole pronunciate ieri dal governatore siciliano Rosario Crocetta, riprese dall’Ansa, sono indicative di un modo di intendere la mafia da parte di certi “antimafiosi”. Sostiene Crocetta “la pax mafiosa è anche dovuta al fatto che il sistema mafioso si è consolidato sul territorio.” La premessa sta nell’affermazione che “il sistema di ‘cosa nostra’ è il modello criminale del terzo millennio”. Come, contro ogni evidenza, Don Ferrante discettava sull’inesistenza della peste, così il governatore Crocetta discetta sull’immutabilità e addirittura sulle ‘magnifiche sorti e progressive’ della mafia. Lo schema è noto, un sofisma: quando i mafiosi sparano si sentono tanto potenti da poterselo permettere, quando non sparano vuol dire che sono tanto forti da risparmiare l’uso della violenza. Non c’è scampo, la mafia è invincibile e se tutti i suoi capi, tranne uno periferico, sono in galera all’ergastolo, se le indagini su cosa nostra oggi, e non quella di ormai vent’anni fa, mostrano strutture in crisi nei vari “mandamenti” affidati a reggenti sempre nuovi, perché decimati dagli arresti, tutto ciò è solo una impressione, un abbaglio. La mafia è fortissima, deve esserlo. Mi sono convinto che la cosa che più ha irritato nel libro di Fiandaca e Lupo non sia stata la critica puntuale all’inconsistenza dell’inchiesta sulla trattativa quanto il titolo “La mafia non ha vinto”. La mafia deve vincere. A garanzia del futuro politico dei Crocetta.

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