(Foto di Simon Hurry su Unsplash)
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Per capire quanto siete liberi, andate a uno spettacolo di danza del ventre
In Egitto è stata arrestata una danzatrice di origine italiana a causa degli abiti che portava e delle movenze sexy che mettevano a rischio la morale pubblica. Per le autorità si tratta di un peccato, e dunque costituisce reato. Ma i due concetti sono estremamente diversi
Volete controllare se vivete in uno stato libero? Andate a uno spettacolo di danza del ventre. Se a un certo punto portano via tutte le ballerine, allora significa che non siete tanto liberi neanche voi. In Egitto è stata arrestata una danzatrice del ventre di origine italiana – nome d’arte, Linda Martino – a causa degli abiti indecenti che esponevano zone sconce del corpo (l’ombelico, immagino) e delle movenze sexy che mettevano a rischio la morale pubblica: di fatto, le autorità hanno argomentato che la danza del ventre è un peccato, quindi costituisce reato. Linda Martino si è difesa come ha potuto, rivendicando che la danza del ventre è arte e non incitazione al vizio: di fatto, ha ribattuto che la danza del ventre non costituisce reato perché non è un peccato.
Ha tutta la mia solidarietà e comprendo le sue ambasce, ma penso sia necessario separare i due termini: se anche la danza del ventre fosse un peccato, non dovrebbe costituire reato. Il peccato riguarda la morale privata e la purezza della sfera spirituale degli individui; il reato riguarda l’ordine pubblico e il mantenimento della pacifica convivenza sociale. Si può essere degli ottimi cittadini struggendosi davanti agli ombelichi, così come si può essere dei criminali indossando palandrane di juta. Uno dirà: ma bisogna rispettare i principii delle religioni altrui, poiché non tutte le sensibilità morali sono identiche. Macché. Se una religione consente allo stato di distinguere fra reato e peccato, bisogna rispettarla perché rispetterà anche voi; se una religione impone allo stato di identificare il peccato con il reato, non rispettatela perché non vi rispetterà mai.
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