In alto gli orli, lo vuole la laïcité

Nicoletta Tiliacos
Sarah K., è stata per due volte rispedita a casa a cambiarsi dai professori della sua scuola, un liceo di Reims, perché la sua gonna “troppo lunga” costituiva, a loro giudizio, un ostentato “simbolo religioso”.

Nella Francia ossessionata dalla laïcité, intesa come appiattimento totale di ogni diversità in nome dell’omologazione alla religione dello stato (in quanto tale), può capitare anche questo: una quindicenne musulmana, Sarah K., è stata per due volte rispedita a casa a cambiarsi dai professori della sua scuola, un liceo di Reims, perché la sua gonna “troppo lunga” costituiva, a loro giudizio, un  ostentato “simbolo religioso”. Considerato inammissibile, in uno  spazio pubblico come è quello scolastico, e quindi proibito ai sensi della legge che, dal 2004, stabilisce le inflessibili regole della laicità nella République. Non si sta parlando del velo sul capo, che la ragazza porta ma che si toglie diligentemente prima di entrare nel suo istituto. Si tratta di una normale gonna nera, né larga né stretta (dall’aria piuttosto comoda, vista in foto, e portata con una certa civetteria, con una giacchina bianca, stavolta corta, e una maglietta pure bianca). Una gonna che arriva alle caviglie, insomma, come se ne trovano in molti negozi alla moda e in grandi magazzini di ogni tipo, ormai attenti all’eclettismo che mescola stili, lungo, corto, colori e non colori. Una gonna come quelle che indossavano certe ragazze cattivissime e liberatissime negli anni Sessanta-Settanta, che si divertivano a fare un po’ le zingare o le etno-chic ante litteram.

 

Ma tutto questo, è chiaro, ai dirigenti scolastici del liceo di Reims, guardiani gioacobini della laicità, non interessa nemmeno un po’. Interessa invece a tutti coloro che da ieri in Francia rilanciano l’hashtag #JePorteMaJupeCommeJeVeux (porto la gonna come mi pare). Una rivendicazione che, mezzo secolo fa, quando non esisteva twitter, riguardava altre adolescenti respinte sulla soglia della class, ma perché pretendevano di entrarci con gonne fin lì viste solo sui campi da tennis o a pattinaggio artistico. Era la diabolica minigonna come Mary Quant o Courrèges (tanto per rimanere in Francia) comandavano, e qualcuno ricorderà che l’anatema colpiva anche i jeans, altra conquista scolastica, non solo femminile, da anni Settanta.

 

A turbare gli animi oggi non è più l’offesa al decoro – non è più prevista – ma quella alla laicità. Non fanno scandalo le gambe desnude ma insospettiscono quelle troppo coperte. Qualcosa di simile al caso di Reims era già successo. Nel 2011, in un liceo della banlieue parigina, l’“Auguste Blanqui” di Saint-Ouen, la preside Aïcha Amghar (di evidente origine magrebina e forse colpita da un attacco di eccesso di zelo) aveva minacciato di provvedimenti disciplinari, fino all’espulsione, le ragazze musulmane che invece di “mettersi un paio di jeans e una t-shirt come tutte le altre” (richiesta testuale della dirigenza scolastica) arrivavano in classe con lunghe gonne nere o con tuniche, considerate come “segni religiosi manifesti”.

 

[**Video_box_2**]La direzione del liceo di Reims ha dato la sua versione sulla storia di Sarah K, e nega ogni intento discriminatorio. In una lettera alla famiglia parla di “gonna il cui carattere religioso è manifesto”, e di “tenuta provocante” che potrà per sempre, se  reiterata, “interdire l’ingresso a scuola” della ragazza. E’ abbastanza, perché qualcuno possa parlare di “polizia dell’abbigliamento”. Una variabile a suo modo sorprendente – ma non troppo, vista la già evocata ossessione francese per la laicità – della stupidità.

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