Il premier Matteo Renzi

La Rai di Renzi tra bisturi e palude

Salvatore Merlo

Un decreto o un disegno di legge? Quelli di Matteo Renzi non sono amletismi, né ondeggiamenti della volontà, forma e natura del bisturi legislativo con il quale incidere nella carne della Rai sono molto più d’un dettaglio, di un’opzione di gusto, di una trascurabile tecnicalità.

Roma. Un decreto o un disegno di legge? Quelli di Matteo Renzi non sono amletismi, né ondeggiamenti della volontà, forma e natura del bisturi legislativo con il quale incidere nella carne della Rai sono molto più d’un dettaglio, di un’opzione di gusto, di una trascurabile tecnicalità. E a Palazzo Chigi sanno che la televisione di stato può essere un osso ben duro da mordere, perché c’è il partito Rai e ci sono i partiti politici, c’è la nera pozza della Vigilanza e ci sono le tante mani sul carrozzone, dunque meglio un decreto, meglio entrare nello squallore calligrafico di Saxa Rubra e di Viale Mazzini con la spontaneità dell’ariete che tutto travolge, con lo stampo imperioso e letale del principe che con la carta e la penna, con il sigillo in ceralacca sull’editto, può demolire e creare mondi e sistemi. “O così, o non si potrà fare niente”, dicono, in altalena, Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Ma proprio quando il presidente del Consiglio sembra sicuro di voler agire con l’agile durezza dei suoi quarant’anni, con disinvoltura brutale, con la spavalderia del suo passo, ecco che tutt’intorno a lui, i suoi consiglieri – e i messi del Quirinale – gli versano nell’orecchio parole di dubbio e di cautela: il decreto forse non ha i necessari requisiti di necessità e d’urgenza previsti dalla Costituzione, “hai sentito la Boldrini?”, e un decreto, inoltre, equivarrebbe a dichiarare sul proscenio che “la Rai c’est moi”, forse una contraddizione, chissà, per il novatore e rottamatore che ha detto “fuori i partiti dalla Rai”.

 

Dunque, è forse meglio un disegno di legge parlamentare. E così la bussola si riorienta, per qualche ora, per qualche giorno, con i cassetti che già traboccano di disegni di legge: Anzaldi, Gentiloni, e poi ancora il piano di riassetto complessivo del servizio pubblico che Gianni Minoli sottopose anni fa a Romano Prodi. Ma ecco che improvvisamente, attorno al presidente del Consiglio, si condensano ancora una volta altri dubbi, feroci interrogativi: Renzi ha bonificato la palude parlamentare sul Jobs Act, e ha navigato spavaldo tra correnti e sottocorrenti, lobby e fazioni di corridoio e Transatlantico, laburismi e veterosindacalismi, ma con la Rai? La Rai è forse un mare più infido persino della Cgil e del mercato del lavoro. La Rai è un’altra storia, è molto peggio di Bersani e di Fassina, di Damiano e di Landini, e il Parlamento, con le sue commissioni e i suoi regolamenti, i suoi codici e i suoi riti, i suoi interessi di sottobottega televisiva, di marchetta in onda media, quando vuole sa assumere un andamento tortuoso, accanitamente dilatorio. La politica, in Rai, va al pascolo, ed è un mondo corruttibile nell’anima ma non nello stile: non si possono tratteggiare linee perfettamente dritte, linee renziane, in un  in un cosmo obliquo, in cui si gioca per rendere ogni parola ancora meglio revocabile.

 

[**Video_box_2**]Luigi Gubitosi, il direttore generale, ha appena annunciato in gran pompa la sua piccola riforma dei telegiornali, e già nel Palazzo tutti sono in preda a una sovreccitazione simile a quella che si respira a teatro dopo il primo atto di una prova generale, “quanto avvenuto con l’elezione del capo dello stato e con le riforme rappresenta un precedente che non si ripeterà con la riforma della Rai”, dice per esempio Stefania Prestigiacomo. E comincia così il brulicame chiassoso dei giuramenti, delle minacce, del ringhio e del pissi pissi. “Renzi non può pensare di mettere le mani sulla Rai e di asservirla al governo”, dice Raffaele Fitto. E persino nel Pd, tra quelli in disaccordo e sempre appostati nell’ombra, tra quelli che preferiscono tacere in pubblico per sogghignare in privato, in tanti pregustano il piacere tutto ritorto dei trabocchetti e delle trappole, di quel labirinto appiccicoso chiamato disegno di legge parlamentare, in cui perdersi e perdere la riforma della Rai. E così, mai come prima, Renzi si trova in bilico, sospeso, da una parte c’è la sicurezza di poter riformare la Rai (Quirinale permettendo), ma da bullo, dall’altra c’è invece la lenta anestesia del Parlamento, la palude dove tutto affoga.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.